Cinquant’anni del Piano urbanistico provinciale: tre lezioni ancora attuali

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L’anniversario dei cinquant’anni dall’entrata in vigore del Piano urbanistico provinciale (Pup), approvato il 12 settembre del 1967, rappresenta un’utile occasione per riflettere sull’importanza esercitata da quello strumento urbanistico nella storia e nello sviluppo del nostro territorio e, soprattutto, costituisce una opportunità per dare nuova linfa a quel progetto di modernizzazione del Trentino, nato nella testa di Bruno Kessler e dei suoi collaboratori all’inizio degli anni Sessanta. Il varo di quel piano, avvenuto dopo sei anni di intenso lavoro politico e pianificatorio, fu l’inizio di un’esperienza irripetibile per la nostra provincia che, nel corsi dei decenni successivi, ha saputo fare del governo del territorio una delle competenze più importanti dell’autogoverno, trasformando quest’assunzione di responsabilità in un fiore all’occhiello dell’Autonomia tridentina. L’urbanistica è stata lo strumento che ha reso il Trentino un laboratorio d’avanguardia nell’implementazione di nuovo modelli di sviluppo economico e forme di partecipazione direttamente legate ai territori e alle comunità locali.

A distanza di mezzo secolo da quegli eventi, le lezioni che si possono trarre dall’esperienza pianificatoria del Pup sono molte e tutte ancora estremamente attuali. In un Trentino devastato dalle bombe della Seconda guerra mondiale, Kessler aveva capito l’importanza della programmazione per lo sviluppo dei territori. Il Dopoguerra, nella nostra provincia, non era stato immediatamente un’occasione di sviluppo, come era successo nelle parti più avanzate del resto del Paese. Fame e Freddo erano i due fantasmi che si aggiravano spavaldi per le valli del Trentino, causando movimenti migratori sia interni (dalle valli ai centri urbani di fondovalle) che esterni (le ultime migrazioni “organizzate” dagli uffici della Provincia autonoma di Trento verso il Cile risalgono proprio all’inizio degli anni Sessanta). In questo contesto di grande difficoltà economica, dove il Trentino rischiava veramente di diventare un fazzoletto di terra «piccolo e solo», Kessler capì che non ci poteva essere crescita senza pianificazione, sviluppo senza visione, e che lo stesso progresso doveva essere calmierato da opportune azioni di mitigazione capaci di evitare gli effetti devastanti che uno sviluppo senza regole e senza criteri stava già facendo altrove.

La prima lezione che è bello ricordare di quell’esperienza di piano, è la forte carica utopica contenuta in quelle tavole urbanistiche. Non è un caso che un grande storico dell’urbanistica moderna come Leonardo Benevolo, avesse definito il Piano urbanistico del Trentino – che allora era la prima esperienza di pianificazione su area vasta implementata in Italia – una «utopia tecnicamente fondata». Il Piano firmato da Kessler e dall’urbanista veneziano Giuseppe Samonà non prevedeva solamente di industrializzare le arretrate aree rurali del Trentino, ma aveva in progetto la costruzione di cinque piccole aeroporti di valle, e di numerosi altiporti d’alta quota, utili a collegamenti a fini turistici, allora in forte sperimentazione in alcune aree europee. Anche se le piste di atterraggio non sono mai state realizzate, superate dal rapido incalzare degli eventi economici, il Trentino turistico di oggi, noto in tutto il mondo, è frutto di quel progetto straordinario, dalla forza propulsiva di quella visione, che non si poneva limiti d’immaginazione e che vedeva nel futuro una possibilità per emancipare un territorio povero e arretrato.

La seconda lezione è il gesto di grande umiltà che fecero allora i progettisti. Kessler portò a Trento il meglio della cultura urbanistica allora presente in Italia: l’urbanista Samonà, direttore della scuola di architettura di Venezia, allora una vera e propria «archistar» planetaria; il giovane Bernardo Secchi, in seguito divenuto il decano degli urbanisti italiani; un Romano Prodi fresco di laurea; uno sconosciuto Nino Andreatta che muoveva i primi passi nell’ambiente milanese della new economy. E ancora Sergio Giovanazzi, Sandro Boato (allora poco più che ventenni), Franco De Marchi, Pietro Nervi, Giampaolo Andreatta… : un gruppo di intelligenze acute ed eterogenee che si misero a girare il Trentino con entusiasmo e pazienza, di paese in paese, di casa in case, di assemblea in assemblea. Un esempio di partecipazione ante litteram, fatto in un contesto socio-culturale molto arretrato rispetto ad oggi, ma che seppe cogliere l’occasione di quel confronto come una sfida imprescindibile della crescita del territorio.

La capacità di coniugare, con grande anticipo sui tempi, lo sviluppo economico-territoriale e la tutela dell’ambiente, in una visione integrata, interdipendente e non contraddittoria, rappresenta la terza lezione che il Piano urbanistico provinciale del 1967 ci testimonia ancor oggi. Nelle scelte progettuali effettuate allora, l’urgenza dello sviluppo economico e la coscienza del valore del paesaggio sono due elementi tutt’altro che in conflitto, ma addendi di un medesimo ragionamento, capaci di muoversi all’unisono e di orientare profondamente la crescita del territorio provinciali nei decenni successivi. Non deve sorprendere, quindi, che l’istituzione dei Parchi naturali a scala provinciale e la configurazione di ampie parti di territorio a «verde attrezzato» e a «tutela ambientale» convivano con la previsione di un forte programma di infrastrutturazione del territorio, che vedeva in grandi arterie viabilistiche come l’Autostrada del Brennero e la Superstrada della Valsugana momenti imprescindibili per lo sviluppo economico del territorio ed elementi fondamentali per aprire il Trentino ai sistemi economici confinanti.

Carica utopica, partecipazione, visione integrata. Ecco le parole d’ordine che stanno alla base di quell’esperienza di pianificazione: il Trentino di oggi è figlio di un progetto di cinquant’anni fa, che ha saputo intelligentemente integrare queste tre parole-chiave. E se volessimo oggi mettere mano ad un nuovo Piano urbanistico provinciale – scelta quanto mai necessaria e opportuna, visti i rapidi mutamenti economici, ecologici e culturali che stiamo vivendo – dovremmo ripartire proprio da questi tre concetti: perché non c’è porta sul futuro che non sia indirizzata da una sana carica utopica; non c’è progetto di territorio senza uno sforzo teso alla partecipazione della cittadinanza per l’individuazione di una visione collettiva; non c’è crescita territoriale senza l’integrazione delle istanze dello sviluppo economico con le necessità della conservazione del paesaggio.

Nella foto in alto, da sinistra: Nino Andreatta, Bruno Kessler, Giuseppe Samonà durante la presentazione del Pup67.

[Pubblicato sull’Adige del 13 settembre 2017]

NOVITA’ IN LIBRERIA: Willy Schweizer e Maria Grazia Piazzetta, ARCHITETTURA E SPAZIO ALPINO

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Willy Schweizer, Maria Grazia Piazzetta. Architettura e spazio alpino
a cura di Alessandro Franceschini
con fotografie di Luca Chistè
saggi di Danilo Balzan e Luciano Bolzoni
(LISt Lab, 2017)

Per comprendere alcune delle caratteristiche del lavoro degli architetti Willy Schweizer e Maria Grazia Piazzetta non è sufficiente indagare le peculiarità della loro formazione accademica (ovvero gli studi presso l’Istituto Universitario di Architettura di Venezia, diretto da Giuseppe Samonà durante gli anni Sessanta), ma è necessario capire in profondità le caratteristiche dello spazio antropicoentro il quale vivono e operano da oltre cinquant’anni. E in particolare il paesaggio culturale e architettonico a cui si sono riferiti nel corso della loro storia professionale e dal quale hanno tratto l’ispirazione figurativa e gli insegnamenti costruttivi che sono andati a caratterizzare la loro poetica. Si tratta dell’architettura rurale delle valli del Primiero, nel Trentino orientale: un’edilizia severa, austera, pulita, intimamente legata all’ambiente naturale dov’è stata costruita e che utilizza i materiali tipici della montagna.

NOVITA’ IN EDICOLA: SENTIERI URBANI | URBAN TRACKS 22

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Sentieri Urbani | Urban Tracks nr. 22

numero monografico | special issue
“Segni di confine | Urban bondaires”

a cura di | edited by
Andrea Mubi Brighenti, Cristina Mattiucci, Federico Rahola

Con un’intervista a Gianmarco Navarini

In questo numero di Sentieri Urbani | Urban Tracks, sono raccolte diverse ricerche che si muovono proprio nella direzione di un’analisi più attenta del dispositivo del confine. Il processo urbano contemporaneo, ci sembra, non è pensabile senza i confine e i suoi “segni”, proprio in quanto si tratta di un processo essenzialmente multiscalare: il precipitato per lo più caotico di dinamiche di diversa portata e temporalità eterogenee. L’esito di questa sovrapposizione si può definire nei termini dinamici di un continuo rescaling e di una serie di frizioni che si materializzano in altrettanti confini dentro la città.

 

L’IDEA: CENTOMILA TULIPANI PER LA SLOI

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Attualmente lo spazio sul quale insisteva la vecchia fabbrica di piombo tetraetile della Sloi si configura come una desolata spianata, completamente abbandonata e senza elementi identitari, eccezion fatta per la presenza del vecchio reattore e della torre piezometrica dell’acqua “a fungo”, uniche testimonianze dell’importante passato industriale della zona.

Le incognite sul futuro di quest’area sono molte, a partire dal complesso tema ambientale legato al disinquinamento dell’area; ma non è il solo: ci sono anche elementi di incertezza sulla vocazione urbanistica che potrà avere in futuro quest’area – che sarà al centro delle riflessioni del nuovo Prg di Trento – e sulla possibilità di reperire le ingenti risorse economiche necessarie per la sua riqualificazione.

In questo contesto, l’ipotesi che quella spianata rimanga ancora tale per molti anni appare tutt’altro che infondata. L’immagine di quel grande cratere senza concrete ipotesi di riconfigurazione, potrebbe essere un elemento di degrado paesaggistico per l’intera città di Trento, che – nonostante siano passati quasi quarant’anni dalla chiusura dello stabilimento che produceva miscele antidetonanti per benzine – non è ancora decisa su come poterlo trasformare.

Nell’attesa che i tempi migliorino – sia in termini economici che strategico-progettuali – potrebbe essere interessante utilizzare l’area per fruizioni temporanee, naturalmente quelle che possano garantire anche la sicurezza dei fruitori. Nella periferia di Milano, ad esempio, è in corso una progettazione interessante che potrebbe essere mutuata nella nostra città: il mese prossimo, infatti, inaugurerà il primo “u-pick” – letteralmente “tu raccogli” – d’Italia, secondo una formula che all’estero ha avuto molto successo.

In pratica si tratta di un campo fiorito piantato con 250mila bulbi – di 183 diverse varietà – di tulipani dove i visitatori possono scegliere e raccogliere i fiori, armati di cestini, direttamente dalla terra. Il campo – ideato da una giovane coppia di olandesi, Edwin Koeman e Nitsuhe Wolanios – aprirà per circa un mese, tra metà marzo e metà aprile, periodo in cui la fioritura delle piantine raggiungerà il pieno compimento.

La formula è molto semplice: i visitatori potranno entrare nel giardino – con un piccolo contributo di qualche euro – e cogliere loro stessi i fiori che desiderano, scattare foto in mezzo a questo vortice scenografico di colori o passare qualche ora di relax immersi nella natura e nel profumo dolce e intenso di questi fiori.

Ecco che la piana dove sorgeva la Sloi (nella foto in alto, un’ipotesi di configurazione) potrebbe trasformarsi, per alcuni mesi all’anno, in uno straordinario e caleidoscopico insieme di colori, aperto alla cittadinanza, e destinato a rendere più bello tutto il desolato (e desolante) paesaggio di via Maccani. Allo stesso tempo, la spianata colorata potrebbe essere una sorta di cornice, capace di far meglio risaltare le forme delle rovine industriali ancora presenti nell’area.

Con una visione doppiamente romantica: in senso sentimentale, perché non c’è nulla di più romantico di una distesa di tulipani colorati; e in senso filosofico, perché le rovine architettoniche – anche quando sono industriali – hanno in se qualcosa di straordinariamente romantico che rimanda al tema dell’infinita lotta tra l’uomo e la natura.

 

LA LUNGA STRADA VERSO LA PARTECIPAZIONE

20170212_161854 [12 febbraio 2017, manifestazione in difesa del paesaggio agricolo dell’abitato di Mori, in provincia di Trento,  minacciato dalla costruzione di opere di consolidamento geologico del versante]

 

Gli eventi che stanno interessando il comune di Mori, in particolare per quel che riguarda la costruzione del «vallo-tomo» a protezione dell’abitato, meritano una riflessione che va al di la del fatto contingente – ovvero l’opportunità o meno di realizzare una struttura per la sicurezza idrogeologica di un centro abitato – e piuttosto dedicata ad un’analisi dello stato della partecipazione dentro la nostra comunità e alla conseguente capacità che hanno i nostri amministratori di accogliere le istanze che provengono dal basso. Viviamo un tempo, infatti, in cui la delega rappresentativa che deriva da un percorso elettorale non può essere più considerata un’investitura «in bianco»: la consapevolezza dei cittadini e la crescita delle informazioni, unite ai nuovi strumenti di discussione e di confronto collettivo mediati dalla rete di Internet, rendono la rappresentanza politica un qualcosa costantemente in discussione, quasi fosse il frutto, da rinnovare quotidianamente, di un’incessante negoziazione tra popolo e potere democratico.

Il tema dello scontro che ha coinvolto la borgata lagarina è assai complesso: da una parte le ragioni degli uffici tecnici della Provincia, che vogliono garantire la sicurezza della cittadinanza, prevedendo la messa in opera di artefatti per il consolidamento geologica del declivio; dall’altra le istanze di una comunità locale che non vuole perdere la memoria della propria identità: ovvero quei segni antropici di conquista agricola della montagna che rendono il paesaggio moriano davvero originale e che ci ricordano, allo stesso tempo, il nostro passato e la fatica che, per secoli, gli abitanti di questa provincia hanno dovuto mettere in atto per rendere il Trentino una terra abitabile. Queste due esigenze sono entrambe da sottoscrivere: garantire la sicurezza di un territorio senza perdere la qualità del suo paesaggio dovrebbe essere un imperativo imprescindibile per una comunità che vuole essere matura, moderna e consapevole. Eppure a Mori qualcosa non ha funzionato. Ed è importante chiedersi il perché.

Ogni discorso che intercetta il tema della partecipazione si presta per essere facilmente mal interpretato. «Partecipazione» è una parola diventata oramai inflazionata, spesso pronunciata a sproposito dagli amministratori e dai cittadini, svuotata di significato e che offre il fianco alla retorica populista. Nei tempi della crisi della democrazia rappresentativa, o, meglio, di quel modello di rappresentanza che abbiamo inseguito a partire dal Secondo dopoguerra, occorre affinare nuovi strumenti per il governo di una società mai stata così multiforme nel corso della storia dell’umanità. Strumenti che possono trovare proprio nella cittadinanza attiva, consapevole, partecipante, un imprescindibile motore di propulsione democratica, capace di colmare quel deficit fiduciario che oggi separa il popolo dai suoi organi di rappresentanza. Strappando la partecipazione dal mondo delle astrazioni metodologiche e facendola diventare un elemento strutturante il senso comune, al pari di tutte quelle pratiche comunitarie, quei riti, quegli usi che non hanno bisogno di essere interrogati né di essere messi in discussione.

Nel caso del vallo-tomo di Mori è stata probabilmente sottovalutata, nell’iter decisionale, la prospettiva comunitaria su una scelta che poteva sembrare, a una lettura superficiale, squisitamente tecnica. Cosa c’è di più ovvio di una montagna che sta crollando e di un’opera di difesa che deve essere all’uopo progettata? In realtà tra il problema e la soluzione, come si è visto, c’è di mezzo il mare. La società contemporanea, infatti, è caratterizzata da un articolato livello di sofisticazione culturale che può produrre cortocircuiti sociali capaci, a loro volta, di interrompere, o rendere molto difficoltoso, il processo decisionale. Le comunità oggi non sono aggregati semplici e banali, ma insiemi caratterizzati da pluriappartenenze, abitate da individui con diversità d’identità, di culture, d’interessi e di opinioni. E proprio questa complessità deve essere governata attraverso percorsi di inclusione deliberativa, gli unici in grado di garantire, in fin dei conti, la certezza dell’iter decisionale e quindi della sua operatività.

C’è allora tutta una nuova grammatica che deve essere insegnata, imparata e interiorizzata. Non solo da parte degli amministratori, a cui spetta sicuramente il compito più gravoso di fare delle scelte. Ma anche da parte dei tecnici che spesso sono coinvolti nel processo decisionale. E da parte dei cittadini che sono chiamati ad una nuova responsabilità, che interessa sfere fino a ieri prerogativa dei rappresentanti istituzionali. In questa prospettiva può essere interessante tornare ai suggerimenti di Paulo Freire, pensatore brasiliano, noto per la sua «pedagogia degli oppressi»: ovvero, «rispettare gli altri abbastanza da ascoltarli molto oltre le parole che dicono», scoprendo le possibilità emergenti, in modo da co-generare le domande e le strategie di sviluppo di comunità.

Dentro una società complessa, come quella in cui viviamo, il principio della partecipazione deve essere concretamente implementato attraverso pratiche adeguate, moderne e coerenti con le peculiarità del luogo. Per queste ragioni deve essere pazientemente costruita una nuova cultura della partecipazione, a tutti i livelli. E, di pari passo, va aumentata la capacità di espressione del cittadino e la capacità di ascolto dell’amministratore pubblico. Con lo scopo di neutralizzare quel meccanismo perverso che riduce lo spazio della partecipazione alla pura protesta. Che porta l’esercito dove ci dovrebbe essere solo l’esercizio della democrazia. Creando procedure capaci di stimolare la partecipazione ne guadagneranno tutti: gli amministratori nella loro immagine pubblica e nel loro consenso, i cittadini nell’esercizio della loro sovranità, i problemi concreti, nelle possibilità di essere, finalmente, risolti.

[Pubblicato sull’Adige dell’11 febbraio 2017]

RIFUGIO TONINI, RICOSTRUIAMOLO DOV’ERA MA NON COM’ERA

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Il Rifugio Tonini non c’è più. Le fiamme hanno consumato velocemente le forme di quell’edificio collocato al limitare del bosco, nella catena del Lagorai, lasciando cenere e rovine dove fino a ieri esisteva uno spazio di amicizia e di accoglienza per alpinisti e villeggianti. Questo rifugio – come ha giustamente ricordato il presidente della Sat, Claudio Bassetti – era un vero e proprio «gioiello»: collocata in una conca d’eccezionale bellezza, questa struttura era capace di dialogare con le montagne attorno, con il cielo e con il fondovalle. Era la meta che appariva dopo una passeggiata nella fitta boscaglia e un punto di appoggio per escursioni più ambiziose. Non solo ricovero per viandanti della montagna, ma vero e proprio landmark paesaggistico e identitario, punto di riferimento di tutto un territorio che nel «Tonini» si riconosceva e si ritrovava.

Oggi è il giorno del dolore e della presa di coscienza. Agli esperti toccherà il compito di capire le cause del rovinoso incendio, a noi tutti quello di guardare a quelle macerie per riflettere sulla precarietà delle opere umane, e sull’influenza che i quattro elementi – la terra, l’aria, l’acqua e, per l’appunto, il fuoco – esercitano su di esse. La storia dell’uomo è anche una storia di continue lotte con la natura, fatta di estenuanti ricostruzioni dopo le distruzioni, tramandate di generazioni in generazione, di padre in figlio. E proprio perché l’uomo è un animale che «progetta» il futuro, da domani occorrerà anche pensare al rifacimento di questo storico rifugio, che non potrà che risorgere dalle sue stesse ceneri per tornare a essere quel punto di riferimento unico, come lo è stato nel corso degli ultimi decenni, per tutta la comunità trentina e non solo.

In questa prospettiva, l’errore più grande che potremmo commettere in questo drammatico momento è quello di compiere delle scelte nostalgiche. Ovvero quello di pensare di ricostruire il «Tonini» esattamente com’era, tale e quale. Un errore, perché il fluire della storia non si ferma, e la storia delle forme di quella struttura, sedimentate nel tempo, in un processo di stratificazione continua, a volte progettata, a volte causale, è tutta contenuta nei cumuli di macerie che adesso sono disposte ai suoi piedi. L’aspetto dell’edificio che verrà, invece, potrà essere il più inatteso. E diventare l’elemento capace di dare vita nuova al rifugio, in un processo progettuale che si discosta dal ricordo per il passato e che si apre a una visione nuova dell’architettura di montagna, caratterizzata da forme contemporanee capaci di utilizzare materiali della tradizione in chiave moderna.

Il dibattito sull’architettura dei rifugi alpini in Trentino, purtroppo, non ha mai avuto grande successo. Ad oggi, infatti, non riusciamo a staccarci da una configurazione di questi edifici legata alla tradizione rurale, e direttamente derivante dall’autocostruzione che li ha originariamente caratterizzati. I nostri rifugi alpini sono poco più che malghe d’alta quota. Ripercorrono le forme che l’eroico volontariato satino era riuscito a imprimere durante la fase della loro costruzione: linee elementari, dettate dalla limitatezza degli investimenti e dalla semplicità delle maestranze. Allora l’urgenza era quella di offrire ricovero e ristoro per gli alpinisti: quattro muri robusti e un tetto erano più che sufficienti per assolvere allo scopo. Ma oggi queste istanze non sono più sufficienti. Perché nella società contemporanea il rifugio è molto di più di un semplice punto di sosta collocato in un luogo scarsamente antropizzato.

Non è un caso che in tutto l’Arco alpino – dal Piemonte alla Svizzera, dalla Francia all’Alto Adige – i rifugi non siano più considerati solo degli austeri punti di riferimento per gli alpinisti, ma vere e proprie infrastrutture turistiche, capaci di arricchire la dotazione ricettiva di un territorio. Questo cambio di paradigma che caratterizza tutti i territori alpini è stato accompagnato anche da una mutazione stilistica dell’architettura: grazie alla loro straordinaria collocazione, i rifugi, infatti, si prestano per essere delle piccole opere d’arte architettoniche nella natura, dove l’uso dei materiali della tradizione può essere reinterpretato con forme della contemporaneità e arricchito dalla migliore tecnologia esistente, capace di dare sostenibilità energetica e ambientale all’edificio. Funzioni nuove, aspetto nuovo, tecnologie nuove: i rifugi alpini stanno vivendo un’inconsueta possibilità di rivoluzione della quale dobbiamo prendere atto e sulla quale dobbiamo lavorare.

La ricostruzione del «Tonini» rappresenta, quindi, un’imperdibile occasione per avviare una nuova stagione dei rifugi in Trentino. Ecco perché, metabolizzato il dolore per la grave perdita, è necessario avviare subito un dibattito sulle forme, proiettate verso il futuro, con cui potrà essere riedificato il «Tonini». La promozione di un concorso di progettazione aperto ad architetti e ingegneri potrà essere il primo, cruciale, passaggio per ripensare a questo spazio alpino in una nuova prospettiva. Non solo in termini formali, ma anche funzionali. E culturali. Perché un rifugio alpino non è una semplice casetta nel bosco, ma un artefatto umano collocato dentro uno paesaggio spettacolare. Un dramma nella natura. E basterebbe questa piccola ragione per capire perché il rifugio alpino dev’essere anch’esso, architettonicamente parlando, straordinario.

[pubblicato sull’Adige del 30 dicembre 2016]

Novita’ in edicola: Sentieri Urbani nr. 21

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Sentieri Urbani nr. 21
La città condivisa
a cura di Camilla Perrone e Bruno Zanon

Con un’intervista a John Forester

Con saggi di:
Silvia Alba, Fabrizio Andreis, Luigi Bobbio, Ruggero Bonisolli, Claudio Calvaresi, Francesca Cognetti, Silvia Ferrin, Francesco Gabbi, Sophie Guillain, Lucia Lancerin, Rodolfo Lewanski, Alfredo Mela, Liliana Padovani, Chiara Pignaris, Maddalena Rossi,  Laura Saija, Marianella Sclavi.

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In questo numero di Sentieri Urbani vengono ospitati i contributi di alcuni degli autori più autorevoli che si sono occupati, da un punto di vista teorico e applicativo, del senso della partecipazione. Oltre a riflessioni di carattere generale, vengono presentate delle esperienze che tracciano un quadro assai stimolante delle diverse declinazioni date ai processi e alle esperienze relativi al coinvolgimento dei cittadini, alla progettazione partecipata, alle pratiche deliberative, alla cittadinanza attiva.

Novita’ in edicola: UCT489 – trento, quale piano urbanistico?

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Il numero 489 della rivista Uomo Città Territorio affronta il tema del Nuovo Prg della città di Trento, dando la parola agli esperti della pianificazione territoriale.
Con interviste a Ezio Micelli, Mosè Ricci, Giulio Ruggirello, Pino Scaglione, Bruno Zanon.
Con articoli di Alessandro Franceschini, Gianluca Nicolini, Beppo Toffolon, Vittoriano Uez.

In tutte le edicole del Trentino.
www.uct.tn.it

 

NOVITA’ IN BIBLIOTECA: ATTI DEL CONVEGNO “IL GOVERNO DEL TERRITORIO FRA CONOSCENZA, PARTECIPAZIONE E DISCERZIONALITA’”

Atti

Atti del Convegno “Il governo del territorio fra conoscenza, partecipazione e discrezionalità” svoltosi a Trento il 29 e il 30 gennaio 2016.

Con contributi di:
Roberta Vigotti, Giancarlo Coraggio, Carmine Volpe, Alessandro Franceschini, Armando Pozzi, Anna Simonati, Pierpaolo Grauso, Carlo Daldoss, Chiara Cacciavillani, Cristina Videtta, Alessio Scarcella, Antonio Cassatella, Alma Chiettini, Paola Lombardi, Giandomanico Falcon.

 

 

NOVITA’ IN LIBRERIA: parchi e giardini storici in Trentino

Parchi e Giardini Storici

 

Parchi e giardini storici in Trentino: tra arte, natura e memoria. Dalla catalogazione dei beni alla loro prima interpretazione

Volume 1 / saggi
Provincia autonoma di Trento, 2016

a cura di
Alessandro Pasetti Medin, con la collaborazione di Katia Malatesta

con i contributi di
Lia Camerlengo, Fabio Campolongo, Mariapia Cunico, Alessandro Franceschini, Fabrizio Fronza, Katia Malatesta, Cesare Micheletti, Claudio Micheletti, Alessandro Pasetti Medin, Loredana Ponticelli, Giuseppe Rallo, Angiola Turella, Cristiana Volpi, Luigi Zangheri

Un primo contributo multidisciplinare per la conoscenza d’insieme di un patrimonio ancora poco conosciuto, fragile e a rischio: così si presenta il doppio volume Parchi e giardini storici in Trentino: tra arte, natura e memoria, edito della Soprintendenza per i beni culturali a conclusione di un’ampia campagna di censimento e catalogazione. L’opera restituisce la complessità di aspetti – storici, storico-artistici, architettonici, botanici, forestali – che caratterizza queste architetture vegetali in equilibrio dinamico tra natura e artificio.

 

 

 

NOVITA’ IN LIBRERIA: QUARANTADUE PROSPETTIVE SUL TURISMO MONTANO

Quarantadueprospettive

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

BQE edizioni, a cura di Alessandro Franceschini, Trento, 2016

Questo volume raccoglie alcune interviste a personaggi del mondo delle istituzioni, dell’economia, del turismo e della cultura che hanno partecipato alle varie edizioni della Borsa internazionale del Turismo Montano. Nel corso degli anni la manifestazione ha raccolto numerosi contributi di idee, ed è sembrato opportuno organizzarli all’interno di un volume per dare nuova vita alle importanti suggestioni nate in seno alla Bitm. Si tratta di una serie di «focalizzazioni» sulle sfide dello sviluppo turistico in montagna, proposte da diverse angolature, ciascuna delle quali interessata alla crescita del comparto economico montano.

 

Novita’ in edicola: Sentieri Urbani nr. 20

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Sentieri Urbani nr. 20
La città resiliente
a cura di Carlo Gasparrini e Michelangelo Savino

Fotografie di Luca Chistè

Con saggi di:

Massimo Angrilli, Nina Artioli, Claudia Cassatella, Giovanni Caudo, Chiara Certomà, Silvia Cioli, Sergio De Cola, Emanuela De Marco, Luca D’Eusebio Vincenzo Donato, Marco Frey, Patrizia Gabellini, Carolina Giaimo, Carlo Gasparrini, Alessandra Glorialanza, Luca  Imberti, Rocco Lafratta, Elena Marchigiani, Daniel Modigliani, Giuseppe Orlando, Irene Poli, Chiara Ravagnan, Giulio Ruggirello, Eliana Saracino, Michelangelo Savino, Gaia Sgaramella, Anna Terracciano, Carmelo Torre, Luca Trepiedi, Silvia Viviani, Massimo Zupi

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Resilienza è una parola che, seppure con antiche origini latine (resiliens -entis), solo recentemente è entrata a far parte del nostro vocabolario di uso comune e in particolare è utilizzata in alcuni campi specifici del sapere umano. Dall’ingegneria, dove indica la capacità di un materiale di assorbire energia di deformazione elastica, all’informatica, dove invece indica la capacità di un sistema di adattarsi alle condizioni d’uso e di resistere all’usura in modo da garantire la disponibilità dei servizi erogati; dalla psicologia, che utilizza il termine per indicare l’attitudine a far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici, all’ecologia, dove si dice della possibilità di una materia vivente di «autoripararsi» dopo un danno, o quella di una comunità o di un sistema ecologico di ritornare al suo stato iniziale, dopo essere stata sottoposta a una perturbazione che ha modificato quello stato; addirittura allo sport, dove vengono indicati resilienti gli atleti che hanno la determinazione a persistere nel perseguire gli obiettivi sfidanti, fronteggiando in maniera efficace le difficoltà e gli eventi negativi.

Negli ultimi tempi questo termine è diventato di uso corrente e sta vivendo un momento di rinnovata fortuna, per la sua capacità di interpretare in maniera opportuna le urgenze e definire le sfide del tempo che stiamo attraversando. Anche la disciplina urbanistica, dove le parole hanno la forza di sottendere approcci di studio, indirizzi di ricerca e temi di progetto di grande portata per la collettività, la parola resilienza viene impiegata con sorte favorevole. In questa prospettiva, il concetto si presta a essere un tema chiave della contemporaneità, proprio per la sua capacità di descrivere le potenzialità e i limiti dello spazio in cui viviamo e del ruolo che tecnici e progettisti possono avere nei suoi processi di trasformazione.

Sono stati i recenti eventi catastrofici avvenuti dentro e fuori il nostro Paese (i terremoti, i disastri conseguenti alle alluvioni, i grandi danni causati da rovinosi eventi idrogeologici) a farci capire come, in un tempo caratterizzato da una fortissima instabilità, diretta conseguenza dei grandi cambiamenti climatici in atto sulla Terra, una delle capacità più importanti degli organismi umani – e quindi dei territori urbanizzati e, soprattutto, delle città – sia appunto quella di aumentare il loro grado di adattamento alle mutazioni, che avvengono sempre con maggiore violenza e frequenza. Di qualsiasi natura esse siano, ambientale, economica o sociale. Se capiamo che questi fenomeni derivano essenzialmente dalle mutazioni climatiche che si riscontrano oggi su tutto il pianeta, come ci spiega Karl-Ludwig Schibel nell’intervista di apertura a questo numero di Sentieri Urbani, sappiamo anche che grandi cose possono essere fatte a livello locale, per mitigare quelli che sono gli effetti dettati dalle dinamiche globali. E queste azioni locali, che sono di natura non solo politica, ma anche tecnica, trovano nella pianificazione territoriale l’interlocutore privilegiato e nel progetto urbanistico lo strumento ideale.

Proprio per queste ragioni, negli ultimi anni, anche gli urbanisti hanno lavorato molto su questo tema, a cui sono stati dedicati progetti di ricerca, studi, seminari e conferenze. Ma non altrettanto è stato scritto, segno che si tratta di un argomento completamente nuovo, i cui contorni disciplinari sono ancora tutti da definire. Ecco perché questo numero di Sentieri Urbani ha l’ambizione di essere una prima pietra miliare di questo percorso di consapevolezza e di costruzione scientifica.

In questa monografia, curata da Carlo Gasparrini e Michelangelo Savino, sono raccolte, in forma antologica, alcune significative esperienze legate alla resilienza applicata all’urbanistica e alla pianificazione territoriale. Si tratta di buone pratiche variegate, che è possibile identificare all’interno di alcune categorie nelle quali è stato suddiviso il numero, e che devono essere intese come una prima mappatura delle esperienze e dei progetti realizzati o in via di implementazione nello sfaccettato panorama italiano.

Dopo due saggi di natura teorica, firmati dai curatori del numero, la monografia è essenzialmente costituita da un’approfondita trattazione delle esperienze sul tema in atto in Italia e intitolata «Verso una mappa delle città e dei territori resilienti». Questo parte monografica è a sua volta articolata in tre sezioni: «Questione ambientale e strategie  dattive nelle grandi città», dove vengono affrontati temi legati ai mutamenti climatici e delle loro conseguenze sul funzionamento (e sulla sopravvivenza) delle città di grandi dimensioni; «Esperienza di resilienza nella progettazione e gestione dei beni comuni: acque, suoli, energia, rifiuti, mobilità sostenibile», dove il tema della resilienza è declinato nei suoi fattori essenziali, ognuno visto come un ingranaggio imprescindibile del funzionamento dei territori e dei contesti urbani che intendono sviluppare capacità di adattamento ai mutamenti in atto; e «Soggetti e reti di soggetti economici e sociali per il riciclo urbano e forme di governance innovative», dove sono raccolti saggi legati soprattutto al tema della politica urbanistica e dei soggetti preposti a metterla in atto.

Chiude il numero una breve sezione dedicata a riflessioni di natura disciplinare, che  cercano di interrogarsi sulle caratteristiche scientifiche di questo tema e sulla necessità di un approccio multiforme e integrato, capace di coinvolgere tutte le discipline tradizionalmente legate all’urbanistica: dall’ingegneria all’ecologia, dall’economia alla giurisprudenza, dall’architettura alla progettazione paesistica.

L’auspicio è che questo numero di Sentieri Urbani – che, con questa monografia, festeggia le venti candeline – possa rappresentare al contempo il momento di arrivo di molte ricerche e il punto di partenza per nuovi approfondimenti disciplinari. Nella convinzione che è solo attraverso la condivisione delle idee e mediante la loro costante messa in discussione che l’urbanistica può realmente assolvere alla propria vocazione: ovvero quella essere una «scienza del futuro» – per usare la bella immagine di uno dei padri della disciplina, Giovanni Astengo – capace di costruire scenari di sviluppo per la città e il  territorio, con un chiaro obiettivo: quello di costruire contesti sempre più adatti alla crescita e alla conservazione delle comunità umane.

[dall'editoriale]

Novita’ in edicola: Sentieri Urbani nr. 19

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Sentieri Urbani nr. 19
Pianificazione territoriale e processi ecologici
a cura di Vincenzo Cribari e Davide Geneletti

Fotografie di Luca Chistè

Con saggi di:

Lucina Caravaggi, Chiara Cortinovis, Serena Ciabò, Micaela Delriu, Marcella Del Signore,  Almo Farina, Lorena Fiorini, Maria Rita Gisotti, Federica Gobattoni, Cordula Roser Gray, Cristina Imbroglini, Daniele La Rosa, Anna Lei, Antonio Leone, Nicola Lopez, Alessandro Marucci, Raffaele Pelorosso, Bernardino Romano, Uta Schirpke, Rocco Scolozzi, Gaia Sgaramella, Maurizio Siligardi, Linda Zardo, Francesco Zullo

* * *

Pianificazione territoriale, qualità dell’ambiente, ruolo dei servizi ecosistemici e nuovi strumenti a supporto delle decisioni che riguardano il governo del territorio, sono al centro di questo numero monografico di Sentieri Urbani. L’idea di affrontare questo tema è nata dalla consapevolezza del ruolo sempre più importante, svolto dall’ecologia dentro la disciplina urbanistica. Una sensibilità arrivata in Italia con un certo ritardo rispetto ad altri Paese, ma proprio per questo destinata a diventare progressivamente cruciale dentro i processi decisionali orientati alla trasformazione del suolo. In un contesto sempre più antropizzato come quello italiano, infatti, il ruolo esercitato dalle dinamiche ecologiche rappresenta oramai un’esigenza imprescindibile: non solo per permettere al sistema naturale lo svolgimento delle proprie funzioni vitali, ma soprattutto per fornire al tessuto urbano, sia esso denso o diffuso, quella dimensione ambientale sempre più necessaria per elevare la qualità della vita dentro i sistemi insediativi antropici.

La monografia, curata da Davide Geneletti e da Vincenzo Cribari, è stata immaginata divisa in due parti, secondo lo stile che caratterizza Sentieri Urbani: la prima dedicata a riflessioni principalmente di natura teorica, la seconda articolata in una sequenza di «casi studio», fra il locale e il globale, che hanno lo scopo di offrire uno spaccato delle esperienze, anche progettuali, che sono state recentemente messe in atto dentro e fuori la disciplina urbanistica.

Apre la prima parte un saggio di Almo Farina dedicato all’«ecoacustica» e alla sua applicazione nella gestione delle risorse ambientali. Farina intende studiare quell’«oggetto  complesso» che è il paesaggio a partire dalla sua accezione sonora. Una dimensione, quella acustica, che recentemente si è affiancata a quella più tradizionale visivo-percettiva, «espandendo in maniera significativa le potenzialità proattive dell’analisi dei paesaggi andando a completare analisi, diagnosi, e aspetti gestionali della pratica ecologica». Ci troviamo di fronte a nuovi strumenti teorici e metodologici della ricerca ecologica, che potranno fornire, già da domani, importanti suggerimenti a supporto della pianificazione.

Il gruppo di ricercatori guidato da Bernardino Romano sposta l’attenzione sul contesto della dispersione urbana, ovvero lo sprawl, quella «patologia insediativa» presente oramai in tutti i Paesi industrializzati, proponendo metodologie per perseguire una sistematica attuazione di progetti «capaci di ridurre la spontaneità tipologica e distributiva tipica degli attuali impianti espansivi». L’articolo firmato da Chiara Cortinovis, Linda Zardo e lo stesso Geneletti propone un percorso dentro nuovi strumenti di gestione ecologica a supporto della pianificazione urbana, attraverso una mappatura e valutazione dei servizi ecosistemici.

Chiudono la prima parte due saggi firmati, rispettivamente, da Lucina Caravaggi e da Maria Rita Gisotti. Il tema della rigenerazione e delle sue implicazioni con i processi ecologici è al centro della riflessione di Caravaggi, attraverso un’analisi critica di alcuni paesaggi rigenerati che oramai appartengono a una tradizione consolidata. L’ultimo saggio, infine, illustra l’importanza della progettazione delle reti ecologiche nella costruzione di un territorio ecologicamente meglio articolato, partendo dall’illustrazione di alcuni aspetti del Piano paesaggistico della Puglia e del Piano paesaggistico della Toscana.

La seconda parte della rivista è stata invece pensata come un prontuario di buone pratiche e di sperimentazioni sul tema oggetto del numero monografico. Cribari ci introduce in questa sezione, tracciando un percorso teso a far emergere l’uso dei riferimenti all’ecologia nelle discipline legate al progetto e il modo in cui questo concetto subisca delle modificazioni all’interno dei diversi ambiti afferenti all’architettura del paesaggio, all’urbanistica e alla pianificazione. Segue uno scritto di Micaela Deriu che illustra l’attività svolta in seno allo strumento della «Rete delle Riserve», con particolare attenzione al caso del Parco Fluviale della Sarca, in Trentino. Maurizio Siligardi pone l’attenzione sul «dialogo possibile» tra ecologia fluviale e urbanistica, invitando il lettore ad accantonare «visioni antropocentriche» nelle scelte di governo del territorio, preferendo il ruolo che ecologia e ambiente possono giocare «nell’ambito di un equilibrato processo pianificatorio». Anna Lei parte invece dall’agricoltura per illustrare buone pratiche messe in atto nella rigenerazione ambientale. Cristina Imbroglini, quasi a corollario dell’articolo di Caravaggi, propone un sintetico, ma puntuale regesto critico di alcuni progetti che costituiscono un riferimento obbligato in tema di rigenerazione. Daniele La Rosa affronta il tema dei servizi ecosistemici nelle Aree Non Urbanizzate nei sistemi metropolitani, visti come elementi imprescindibili per «mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici, per la creazione di connessioni ciclopedonali ed ecologiche, per il contenimento o annullamento dei processi di consumo di suolo». Il gruppo di studiosi rappresentato da Raffaele Pelorosso lavora su un tema particolare: la regolazione delle acque meteoriche nel verde urbano, proponendo un approccio modellistico orientato a individuare nuovi standard urbanistici. Chiude questa seconda parte un saggio di Rocco Scolozzi che interviene sui modelli dinamici per individuare il valore ricreativo di siti Natura2000, con lo scopo di comprendere la complessità di servizi ecosistemici.

Gli spunti offerti dai saggi contenuti in questo numero di Sentieri Urbani sono molti e tutti di estremo interesse. La disciplina urbanistica, infatti, sta attraversando un’importante fase di ripensamento dei propri fondamenti teorici. Da disciplina nata per costruire le città sta ora facendo sua la grande sfida della costruzione del territorio, inteso non solo nelle sue componenti antropiche, ma anche in quelle ambientali ed ecologiche. In questa prospettiva gli urbanisti sono chiamati ad arricchire il loro vocabolario di conoscenze e di esperienze provenienti da discipline affini, in primis le scienze naturali, quelle della terra e l’ecologia. L’obiettivo è, proprio grazie all’uso delle tessere di questi saperi a supporto della pianificazione, quello di rendere i nostri territori, miracolosamente sopravvissuti alla fortissima pressione antropica degli ultimi cinquant’anni, un degno contenitore delle  vicende dalla storia umana. Ancora per molti secoli.

[dall'editoriale]

Trento: un disegno per Piedicastello / 2

Piedicastello - logo

Il 19 febbraio Italia Nostra e il Comitato per Piedicastello hanno invitato cittadini, progettisti, pianificatori e amanti della città a produrre “un disegno che predisponga il terreno”. Cioè uno schema per ordinare questa importante parte della nostra città. Non solo per le esigenze di oggi – che già variano di giorno in giorno – ma anche per quelle future: un disegno per tracciare i segni permanenti all’interno dei quali disporre le attività e organizzare i bisogni – forse imprevedibili – che emergeranno. Ora è tempo di mostrare le proposte pervenute, per capire cosa esprimono, cosa propongono, in che modo possono aiutarci a delineare scenari futuri, a scegliere in che modo procedere.

L’incontro è promosso da: Italia Nostra, Comitato per Piedicastello.

Partecipano:

Beppo Toffolon | Presidente di Italia Nostra sezione trentina
Paolo Biasioli |Assessore all’urbanistica del Comune di Trento
Alessandro Franceschini | Vicepresidente dell’Ordine degli architetti PPC
William Belli | moderatore

Venerdì 6 maggio – ore 20.30
Piedicastello, Sala riunioni di via Verruca

LA VERNICE: Camillo Zucchelli, architetto e urbanista

 

L’Associazione Mnemoteca del Basso Sarca e Berlanda Project sono lieti di invitare

sabato 30 aprile 2016 alle ore 17 presso lo showroom Berlanda Project, via S.Caterina 43, ad Arco

all’inaugurazione della mostra di progetti, disegni, oggetti

Camillo Zucchelli, architetto e urbanista – Arco

Saranno presenti Alessandro Franceschini, vice presidente dell’Ordine degli Architetti PPC della provincia di Trento e Roberta Giovanna Arcaini, PAT Soprintendenza per i Beni culturali.
Seguirà cocktail

La mostra resterà aperta fino al 30 novembre in orario negozio.

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(Un momento dell’inaugurazione. Al microfono, a sinistra, Ivana Franceschi)

L’EVENTO: PRESENTAZIONE DEL PROGETTO “TRENTO CITY FAIR”

vista da Muse

UN POLO ESPOSITIVOPER TRENTO
Uno dei temi cruciali nella riconfigurazione urbanistica di Trento è quello della ricollocazione del polo fieristico, costretto ad abbandonare l’attuale sede presso le ex aziende agrarie. Si tratta di un’occasione importante per ripensare una funzione chiave per il futuro del capoluogo trentino, che dovrà avere la capacità di essere un «pezzo di città» autentico, ancorato alla sua vocazione e in grado di dialogare con il resto del tessuto urbano.
Allo scopo di fornire elementi di discussione su questa importante partita urbanistica, i tecnici di QUADROSTUDIO propongono agli amministratori, agli operatori economici e ai cittadini di Trento un incontro durante il quale verrà presentata un’inedita proposta progettuale urbanistico-architettonica che mira a creare un polo fieristico moderno e originale, collocato dentro il centro cittadino.

TRENTO CITY FAIR
Una proposta per un polo fieristico nel capoluogo

Presenteranno il progetto
Arch. Alessandro Franceschini
Ing. Giulio Ruggirello

Arch. Alessia Castelluzzo
Arch. Chiara Castelluzzo
Ing. Gaia Sgaramella

Muse – Museo delle Scienze del Trentino
Aula della sala espositiva (piano terra)

Venerdì 8 aprile ad ore 18.00

Tutti gli interessati sono invitati a partecipare
Informazioni: info@quadrostudio.net

 

IL CONVEGNO: la grande bellezza: alla riscoperta dell’emozione del viaggio

CONVEGNO MUSE - 22 APRILE 2016

 

Una delle cifre della modernità è sicuramente l’esasperazione del concetto di connessione fisica: oggi si viaggia solo per arrivare al più presto ad una destinazione. E il viaggio perde così l’opportunità di essere un’esperienza più ampia, capace di mettere a contatto il viaggiatore con la natura e le culture diverse che di volta in volta attraversa. Anche nei siti Unesco prevale questo concetto di viaggio che è solo temporale e non esperienziale. La velocità annulla il rapporto con il paesaggio e la possibilità di apprezzare la bellezza del territorio che s’intende visitare. Il mezzo utilizzato negli spostamenti è complice di questa dicotomia. Chi è alla guida di un veicolo è impegnato al volante; e chi viaggia al seguito è spesso distratto dalle tecnologie a bordo, che rendono il mezzo una sorta di “non-luogo” chiuso e autoreferenziale, refrattario a quanto avviene nel suo intorno. Il viaggio, allora, diventa cieco; il panorama e il territorio vengono cancellati dalla nostra memoria di viaggiatori.
Questo convegno intende avviare una riflessione mirante a riscoprire il ritmo e i percorsi del viaggio, sollecitando politiche che sappiano investire in trasporto pubblico: treni e bus per tornare ad ammirare comodamente la bellezza del territorio che ci circonda. In questa prospettiva, la ferrovia si pone come strumento d’eccellenza nella riscoperta di queste emozioni che un territorio turistico come quello delle Dolomiti e delle Alpi devono tornare a saper offrire.

L’EVENTO: PROSSIMA FERMATA FUTURA TRENTO

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A5_2QUALI SONO LE CARATTERISTICHE DI UNA SMART CITY?

Futura Trento propone un percorso in per scoprirlo insieme 22 tappe. Un tema per ognuna delle linee del servizio pubblico urbano. Un modo diverso per incontrarsi, condividere conoscenze, ragionare insieme del futuro della città.

Martedì 12 aprile nella fascia oraria  15.00-16.00 Alessandro Franceschini affronterà il tema delle #PERIFERIE.

Appuntamento 15 minuti prima della partenza sotto l’orologio della stazione dei treni in Piazza Dante.

www.futuratrento.it