NUVOLE MAMMATUS SU TRENTO

V’erano rocce
e boschi informi. Ponti sopra il vuoto
e quell’immenso grigio, cieco stagno
che premeva sul fondo come un cielo
di pioggia sui paesaggi della terra.
Fra i prati tenue e piena di promesse
correva come un lungo segno bianco
l’incerta traccia della sola strada.

E quell’unica strada era la loro.

Da Rainer Maria Rilke, Poesie, Torino, Einaudi, 1983

TRENTINO TV: L’AGRICOLTURA URBANA

Nello spazio riservato agli Ordini professionali, nella puntata del 29 maggio 2019 di “Mattino Insieme” (al minuto 40 circa) la conduttrice Antonella Carlin ha intervistato Alessandro Franceschini sul tema dell’ “agricoltura urbana”, con un collegamento dall’orto urbano comunitario di Gardolo (Trento).

GUARDA LA PUNTATA

IL LIBRO: “LA TRENTO CHE VORREI”

Periodicamente una città ha la necessità di guardarsi, ascoltarsi e riflettere su se stessa. Questo insieme di narrazioni è un contributo polifonico, composto da un gruppo eterogeneo di autori, che propone ricordi, descrizioni e interpretazioni attraverso l’uso di diverse forme discorsive. Una molteplicità di testi e di parole che possono suscitare immagini e sollecitare reazioni. Ipotesi capaci di definire nuovi scenari, esplorando forme diverse di fare politica, per costruire la Trento di domani.

Testi di: Beatrice Barzaghi, Alessandra Benacchio, Davide Buldrini, Susanna Caldonazzi/ Giada Vincenzi/ Andrea Casna, Simone Casalini, Luca Coser, Andrea de Bertolini, Federico Demattè, Valeria Ferraretto/Adriano Cataldo, Alessandro Franceschini, Michele Kettmajer, Emanuele Lapiana, Gabriele Lorenzoni, Dalia Macii, Riccardo Mazzeo, Stefano Moltrer, Ugo Morelli, Maurizio Napolitano, Marco Pontoni, Giacomo Sartori, Virginia Sommadossi, Gianluca Taraborelli, Alberto Winterle, Flaviano Zandonai, Federico Zappini.

La Trento che vorrei. Parole e pratiche per una città
A cura di Federico Zappini e Alberto Winterle
Helvetia Editrice, Venezia, 16,00 euro

Il libro verrà presentato a Trento il prossimo 14 giugno, alle ore 18.00, in via San Martino, presso la libreria due punti.

Se il movimento diventa politico

Sarà interessante capire come evolverà, nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, la protesta FridayForFuture. Un movimento, quello avviato da Greta Thunberg, attorno al quale si è creata molta attesa e su cui merita fare una breve riflessione, perché i temi che invoca sono veramente di grande importanza: il cambiamento climatico in primo piano. Ma, in filigrana, ve ne sono altri, non meno impellenti: le urgenze ambientali, il bisogno di giustizia sociale, il tema dell’equità intergenerazionale. I protagonisti indiscussi di questa proposta, come si addice ad ogni iniziativa “rivoluzionaria”, sono le ragazze e i ragazzi di una società che ai giovani non ha mai riservato così poco spazio come in questo momento storico.

La sedicenne attivista svedese, in verità, non pone la questione in una prospettiva di lotta. «Questo non è un discorso politico» ha detto. «Il nostro sciopero dalla scuola non ha niente a che fare con la politica di un partito. Al clima e alla biosfera non importa nulla della politica e delle nostre parole vuote, neanche per un secondo. A lori importa solo cosa facciamo nella pratica. Questo è un grido d’aiuto». E ancora: «Non voglio la vostra speranza. Non voglio che siate ottimisti. Voglio che siate in preda al panico. Voglio che proviate la paura che io provo ogni giorno. Voglio che agiate come fareste in un’emergenza. Voglio che agiate come se la nostra casa fosse in fiamme. Perché lo è».

Sono parole che arrivano allo stomaco come un pugno e che chiedono risposte immediate. Tuttavia non è facile pensare che chi governa oggi sia improvvisamente folgorato sulla via di Damasco e sappia reagire di conseguenza, cambiando radicalmente il corso della storia. Oppure – e anche questo è un tema – che possa immediatamente intervenire sull’economia fermando i cambiamenti climatici semplicemente schiacciando un pulsante. I processi legati all’evoluzione del pianeta Terra, ricordiamolo, sono lenti e complessi. Se anche riuscissimo ad invertire il trend, questo potrebbe avvenire solo grazie ad un cambio di abitudini a livello planetario e per mezzo di una costanza lunga anni, di lavoro e di dedizione.

Anche per queste ragioni è assai difficile che le istanze dei giovani di tutto il mondo che hanno manifestato lo scorso 15 marzo vengano accolte dai politici di professione come se fosse la normale istanza di una lobby. L’unica possibilità di cambiamento, invece, è trasformare quella protesta in progetto politico. Portare la piazza dentro le istituzioni. Cambiare la pancia con il cervello. Delineare un progetto di conquista del potere decisionale. Costruire un consenso parlando al cuore degli elettori. Non delegare agli altri il compito di orientare le scelte di sviluppo economico e ambientale. Lavorando in prima persona per portare avanti una battaglia che tutti reputiamo sacra e giusta.

Non sempre, nella storia dell’umanità, i movimenti hanno avuto la forza di diventare politica. Ma quando è successo, hanno veramente cambiato il mondo.

[Pubblicato su UCT 520]

L’EUROPA RICOMINCI DA QUI

Venerdì 15 marzo 2019 il cuore di Trento ha battuto all’unisono con quello di tutto il mondo grazie alla straordinaria manifestazione promossa delle ragazze e dai ragazzi di #friday4future. Un’ondata imponente – solo in Italia sostenuta da 235 cortei e manifestazioni – che chiede il cambiamento nella politica ambientale dei potenti della terra. Una manifestazione su scala globale che non ha precedenti e che dimostra inaspettatamente che i ragazzi di questo tempo non sono avulsi dalla realtà o concentrati solo sui loro telefoni cellulari, ma hanno maturato una forte etica politica prima ancora che ecologista.

Tra il 23 e il 26 maggio prossimi, i cittadini dell’Europa saranno invitati a scegliere democraticamente la composizione di un nuovo parlamento europeo. Non si tratta di un passaggio scontato. Come spiega il politologo Emanuele Massetti, intervistato su Uomo, Città, Territorio nr. 519, il prossimo appuntamento elettorale arriva in un momento particolarmente critico per l’istituzione europea, incapace di affrontare temi di grande importanza, come i diritti civili, l’immigrazione, la protezione dell’ambiente. E proprio per questa ragione l’esito delle urne sarà particolarmente importante: perché potrà decretare il rilancio o il depauperamento irreversibile di questa straordinaria intuizione politica, nata nella testa – tra gli altri – di un trentino come Alcide De Gasperi.

Credo che la nuova Europa debba ricominciare il suo percorso dalle facce, dagli occhi, dalle grida di quei milioni di ragazzi scesi in piazza per chiedere un futuro migliore. Promuovendo un’agenda politica capace di interpretare le urgenze del nostro tempo: la sostenibilità ambientale, la giustizia sociale, la lotta ai cambiamenti climatici. Facendo diventare il «Vecchio continente» un baluardo di sperimentazione nel perseguire la sostenibilità ambientale e lo sviluppo sostenibile, ben oltre i protocolli internazionali sottoscritti negli ultimi anni. Perché la vera urgenza democratica è quella di dare un futuro a quelle ragazze e a quei ragazzi che, in unico coro, ci hanno ricordato che, come recita un vecchio proverbio, la Terra non ci è stata data in eredità dai padri, ma in prestito dai figli.

[Pubblicato su Uomo, Città, Territorio nr. 519]

L’EVENTO: “IL BONDONE COME LO VORREI”

Il Bondone come lo vorrei.

All’interno delle 3 serate di informazione e di riflessione promosse dal Comune di Trento e dedicate alla cittadinanza sul tema dell’impianto di collegamento veloce tra la città di Trento e il Monte Bondone, il 16 maggio si terrà una serata dedicata alle testimonianze di una selezione di architetti che, a livello locale, hanno sviluppato riflessioni sull’urbanistica e la fruizione dei territori montani. Si discuterà dello stato attuale della situazione paesistica del Monte Bondone in rapporto alle strutture in edificato e in viabilità, delle possibili trasformazioni per migliorarne il paesaggio, la vivibilità e la fruizione. La serata, introdotta da Susanna Serafini, Presidente dell’Ordine degli Architetti di Trento, sarà coordinata da Alessandro Franceschini con la presenza di Emanuela Schir, Alberto Winterle e del prof. Bruno Zanon, componente del Comitato Scientifico di Tsm-Step – Scuola per il Governo del Territorio e del Paesaggio.

16 maggio ore 20:30, presso la sala conferenze del Muse di Trento.

Workshop a “Eco-Innovation Academy 2019”

Conoscenza, formazione, scambio di esperienze. Progetto Manifattura conferma la propria vocazione di incubatore e punto di riferimento per la formazione all’imprenditorialità ecosostenibile.  Il mercato sorride soprattutto alle imprese ad alto contenuto innovativo, anche nel settore edilizio. Ecosostenibilità è la parola vincente. Nel mentre proseguono serrati i lavori della “Be Factory” di Trentino Sviluppo che daranno vita al progetto dell’arch. Kengo Kuma, nel rispetto dei migliori standard di sostenibilità e benessere degli ambienti di lavoro,  è ai nastri di partenza un percorso di formazione, una vera e propria “scuola di imprenditorialità”, articolato in trenta seminari specialistici sui temi dell’edilizia sostenibile, dell’efficienza e del risparmio energetico, della gestione dei cantieri, della legislazione che regola l’ecosostenibilità delle attività edilizie. I corsi sono rivolti a startupper, imprenditori e professionisti. Per architetti e ingegneri iscritti sono previsti crediti formativi. L’Academy è promossa come iniziativa di sistema, da Trentino Sviluppo, Ecoopera, Habitech, Green Building Council, Ordine degli Ingegneri di Trento.

Il workshop di lancio è in programma venerdì 29 marzo in Progetto Manifattura, presso la Sala Affreschi, a partire dalle ore 17.00. Sarà guidato da Maurizio Melis, conduttore di “Smart City” su Radio24. Intervengono Paola Moschini, architetto con esperienza nelle certificazioni Leed e fondatrice di Macro Design Studio, Nicola De Pisapia, ricercatore del Dipartimento di Scienze Cognitive dell’Università di Trento e advisor del Well Mind Board e Alessandro Franceschini, vicepresidente dell’Ordine degli Architetti del Trentino ed esperto di paesaggio e riqualificazioni urbane.

[Nella galleria, due momenti dell’evento. Foto di Paolo Pedrotti]

Un Paese finalmente civile

Viaggiare è uno dei grandi piaceri della vita. Si lasciano le certezze, i ritmi quotidiani, per scoprire nuovi paesaggi, nuove dimensioni esistenziali, nuovi modi per vivere in comunità. Tuttavia, a volte, il viaggio non è la libera scelta di una parentesi di villeggiatura, ma una necessità di vita dettata dalle precipue condizioni del proprio luogo di origine. Nel corso della storia, gli esseri umani hanno spesso intrapreso viaggi per trovare qualcosa che non riuscivano ad avere a casa propria. Nuove frontiere, nuove terre, nuove città. E così anche oggi, i viaggi nascono da un forte desiderio di emancipazione, di rivalsa, da parte di significative fette della popolazione, soprattutto giovanili. Questo numero di Uomo, città, territorio, vuole parlare di questo.
Ci sono i giovani africani che cercano di arrivare nel nostro Paese per sfuggire alle guerre o semplicemente ad una vita di stenti e di fatica. Scappano da luoghi depauperati dall’ingordigia occidentale che, nel corso dei secoli, li ha depredati di materie prime, di risorse umane, di riferimenti culturali, di usanze tradizionali, di elementi d’identità. Fuggono in cerca di una vita migliore, per una chance esistenziale innata nell’uomo. E vengono da noi perché vedono nel nostro mondo, nelle sue luccicanti paillettes tecnologiche, un luogo da favola, proiettato in un futuro irraggiungibile dai deserti e dalle steppe del continente nero. Un viaggio che spesso si ferma su un barcone, nelle acque di un porto italiano “chiuso” dal populismo della politica.
E ci sono i giovani italiani. Certo non sono così affamati e disperati come i loro coetanei africani, ma anche essi fuggono da un Paese inospitale in cerca di una prospettiva di vita più soddisfacente. Hanno studiato a lungo e si sono formati con entusiasmo e passione. Ma, una volta entrati nel mondo del lavoro, hanno scoperto che non c’era spazio per loro. Il mercato del lavoro in Italia è bloccato. E quando è aperto, è mal pagato, incapace di valorizzare le competenze, burocratizzato e inefficiente. Chi va all’estero se ne accorge subito, e per questo non torna più. Quello che era iniziata come una leggera esperienza dopo la laurea, si trasforma ben presto in una scelta di vita senza ritorno, che lascia famiglie spezzate, genitori soli e un Paese più povero di intelligenze e di energie. Queste pagine di Uct sono dedicate a questi due fenomeni, tanto differenti quanto incredibilmente simili. Se da un lato, infatti, una certa mobilità giovanile è comprensibile e perfino auspicabile, dall’altro questi fenomeni evidenziano che qualcosa si è rotto nel susseguirsi delle prospettive generazionali. E questo emorragia di ragazzi che se ne vanno e non tornano più deve obbligare tutti ad una profonda riflessione. Soprattutto chi – come politici e amministratori – ha l’onere di scegliere verso dove indirizzare le politiche di sviluppo. Ecco: mi piacerebbe che l’Italia diventasse un Paese capace di trattenere i propri figli e capace di accogliere quelli in cerca di un futuro migliore. E questi giovani, in un patto tra pari, fossero in grado di inventare un nuovo miracolo italiano. Questa volta non solo economico. Ma anche etico e sociale. Finalmente civile. 

[Pubblicato su Uomo Città Territorio 518]

DISEGNARE IL PAESAGGIO, DOPO LA TEMPESTA

Passeggiare per i boschi del Trentino, in queste settimane, è un’esperienza del tutto nuova, caratterizzata da una sofferenza inaudita. I segni della pioggia e del vento che hanno sconquassato il nostro territorio nello scorso mese di novembre, stanno mostrando ora tutta la loro drammaticità. Interi boschi sono stati rasi al suolo. Alberi altissimi, come esili bastoncini, sono riversati gli uni sugli altri, in un tragico gioco di equilibri. Parchi storici, boschi novelli, alberi secolari si sono arresi alla furia del vento che, salendo dal fondovalle, ha trascinato con se tutto quello che trovava sul proprio cammino.

I nostri boschi, oggi, sono una ferita aperta, ancora sanguinante. I fianchi delle montagne appaiono nudi, le cime mozzate, i fondovalle desolati. I corsi d’acqua si mostrano brutalizzati dalla furia della pioggia e faticano a ritrovare il loro scorrere naturale. Migliaia di chilometri di sentieri sono ora impercorribili. E lo saranno per molto tempo. Alcune cime sono tornate ad essere inaccessibili, o meta solo di qualche coraggioso avventuriero. Ovunque regna un silenzio irreale, molto più tragico di quella dolce quiete che sempre cercano gli appassionati di montagna.

Di fronte a questa desolazione è facile perdere la speranza. Difficile trovare la forza per tagliare il legno, per sistemare, per portare a valle milioni di alberi accasciati al suolo. Impossibile trovare posto per tanto materiale, destinato a diventare ben presto un «rifiuto» impossibileda smaltire. La nostra terra, infatti, non è una fabbrica di legname – nella quale più se ne produce, meglio è – ma una comunità che ha costruito con il proprio intorno ambientale un delicato equilibrio di reciproca cura e sussistenza. Fatto di un continuo rinnovamento del bosco. Fatto di attesa e di pazienza.

Tuttavia, passata la desolazione e il dolore, è forse possibile fare qualcosa d’importante. Ad esempio, potrebbe essere utile trasformare l’occasione della caduta di tanti alberi in una chance per ristabilire un limite alla crescita del bosco, negli ultimi anni andata perduta dal progressivo abbandono delle valli. I dati forestali, infatti, parlavano di un aumento esponenziale del bosco – che, dalla fine dell’Ottocento, cresceva ininterrottamente di circa l’1% all’anno – con una conseguente radicale modificazione del paesaggio. Il bosco, infatti, ha progressivamente occupato spazi un tempo dedicati al pascolo, al seminativo, al prato, arrivando, in molti casi, a lambire i centri abitati.

Ecco che questa immane tragedia ambientale può diventare un’occasione inattesa per ristabilire i limiti del bosco e per disegnare nuovamente le forme del nostro paesaggio. Trasformando una pagina buia della storia forestale trentina in un nuovo inizio, teso ad un utilizzo ancora più crescente e consapevole del bosco, capace di ristabilire un rinnovato equilibrio con i processi naturali, allo scopo di rendere ancora più autentico e consapevole il paesaggio dentro il quale le comunità del Trentino vivono, operano e si riconoscono.

[Pubblicato su UCT417 del gennaio 2019. Nella foto, il Dosso di Costalta, in Trentino]