Novita’ in edicola: Sentieri Urbani nr. 20

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Sentieri Urbani nr. 20
La città resiliente
a cura di Carlo Gasparrini e Michelangelo Savino

Fotografie di Luca Chistè

Con saggi di:

Massimo Angrilli, Nina Artioli, Claudia Cassatella, Giovanni Caudo, Chiara Certomà, Silvia Cioli, Sergio De Cola, Emanuela De Marco, Luca D’Eusebio Vincenzo Donato, Marco Frey, Patrizia Gabellini, Carolina Giaimo, Carlo Gasparrini, Alessandra Glorialanza, Luca  Imberti, Rocco Lafratta, Elena Marchigiani, Daniel Modigliani, Giuseppe Orlando, Irene Poli, Chiara Ravagnan, Giulio Ruggirello, Eliana Saracino, Michelangelo Savino, Gaia Sgaramella, Anna Terracciano, Carmelo Torre, Luca Trepiedi, Silvia Viviani, Massimo Zupi

* * *

Resilienza è una parola che, seppure con antiche origini latine (resiliens -entis), solo recentemente è entrata a far parte del nostro vocabolario di uso comune e in particolare è utilizzata in alcuni campi specifici del sapere umano. Dall’ingegneria, dove indica la capacità di un materiale di assorbire energia di deformazione elastica, all’informatica, dove invece indica la capacità di un sistema di adattarsi alle condizioni d’uso e di resistere all’usura in modo da garantire la disponibilità dei servizi erogati; dalla psicologia, che utilizza il termine per indicare l’attitudine a far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici, all’ecologia, dove si dice della possibilità di una materia vivente di «autoripararsi» dopo un danno, o quella di una comunità o di un sistema ecologico di ritornare al suo stato iniziale, dopo essere stata sottoposta a una perturbazione che ha modificato quello stato; addirittura allo sport, dove vengono indicati resilienti gli atleti che hanno la determinazione a persistere nel perseguire gli obiettivi sfidanti, fronteggiando in maniera efficace le difficoltà e gli eventi negativi.

Negli ultimi tempi questo termine è diventato di uso corrente e sta vivendo un momento di rinnovata fortuna, per la sua capacità di interpretare in maniera opportuna le urgenze e definire le sfide del tempo che stiamo attraversando. Anche la disciplina urbanistica, dove le parole hanno la forza di sottendere approcci di studio, indirizzi di ricerca e temi di progetto di grande portata per la collettività, la parola resilienza viene impiegata con sorte favorevole. In questa prospettiva, il concetto si presta a essere un tema chiave della contemporaneità, proprio per la sua capacità di descrivere le potenzialità e i limiti dello spazio in cui viviamo e del ruolo che tecnici e progettisti possono avere nei suoi processi di trasformazione.

Sono stati i recenti eventi catastrofici avvenuti dentro e fuori il nostro Paese (i terremoti, i disastri conseguenti alle alluvioni, i grandi danni causati da rovinosi eventi idrogeologici) a farci capire come, in un tempo caratterizzato da una fortissima instabilità, diretta conseguenza dei grandi cambiamenti climatici in atto sulla Terra, una delle capacità più importanti degli organismi umani – e quindi dei territori urbanizzati e, soprattutto, delle città – sia appunto quella di aumentare il loro grado di adattamento alle mutazioni, che avvengono sempre con maggiore violenza e frequenza. Di qualsiasi natura esse siano, ambientale, economica o sociale. Se capiamo che questi fenomeni derivano essenzialmente dalle mutazioni climatiche che si riscontrano oggi su tutto il pianeta, come ci spiega Karl-Ludwig Schibel nell’intervista di apertura a questo numero di Sentieri Urbani, sappiamo anche che grandi cose possono essere fatte a livello locale, per mitigare quelli che sono gli effetti dettati dalle dinamiche globali. E queste azioni locali, che sono di natura non solo politica, ma anche tecnica, trovano nella pianificazione territoriale l’interlocutore privilegiato e nel progetto urbanistico lo strumento ideale.

Proprio per queste ragioni, negli ultimi anni, anche gli urbanisti hanno lavorato molto su questo tema, a cui sono stati dedicati progetti di ricerca, studi, seminari e conferenze. Ma non altrettanto è stato scritto, segno che si tratta di un argomento completamente nuovo, i cui contorni disciplinari sono ancora tutti da definire. Ecco perché questo numero di Sentieri Urbani ha l’ambizione di essere una prima pietra miliare di questo percorso di consapevolezza e di costruzione scientifica.

In questa monografia, curata da Carlo Gasparrini e Michelangelo Savino, sono raccolte, in forma antologica, alcune significative esperienze legate alla resilienza applicata all’urbanistica e alla pianificazione territoriale. Si tratta di buone pratiche variegate, che è possibile identificare all’interno di alcune categorie nelle quali è stato suddiviso il numero, e che devono essere intese come una prima mappatura delle esperienze e dei progetti realizzati o in via di implementazione nello sfaccettato panorama italiano.

Dopo due saggi di natura teorica, firmati dai curatori del numero, la monografia è essenzialmente costituita da un’approfondita trattazione delle esperienze sul tema in atto in Italia e intitolata «Verso una mappa delle città e dei territori resilienti». Questo parte monografica è a sua volta articolata in tre sezioni: «Questione ambientale e strategie  dattive nelle grandi città», dove vengono affrontati temi legati ai mutamenti climatici e delle loro conseguenze sul funzionamento (e sulla sopravvivenza) delle città di grandi dimensioni; «Esperienza di resilienza nella progettazione e gestione dei beni comuni: acque, suoli, energia, rifiuti, mobilità sostenibile», dove il tema della resilienza è declinato nei suoi fattori essenziali, ognuno visto come un ingranaggio imprescindibile del funzionamento dei territori e dei contesti urbani che intendono sviluppare capacità di adattamento ai mutamenti in atto; e «Soggetti e reti di soggetti economici e sociali per il riciclo urbano e forme di governance innovative», dove sono raccolti saggi legati soprattutto al tema della politica urbanistica e dei soggetti preposti a metterla in atto.

Chiude il numero una breve sezione dedicata a riflessioni di natura disciplinare, che  cercano di interrogarsi sulle caratteristiche scientifiche di questo tema e sulla necessità di un approccio multiforme e integrato, capace di coinvolgere tutte le discipline tradizionalmente legate all’urbanistica: dall’ingegneria all’ecologia, dall’economia alla giurisprudenza, dall’architettura alla progettazione paesistica.

L’auspicio è che questo numero di Sentieri Urbani – che, con questa monografia, festeggia le venti candeline – possa rappresentare al contempo il momento di arrivo di molte ricerche e il punto di partenza per nuovi approfondimenti disciplinari. Nella convinzione che è solo attraverso la condivisione delle idee e mediante la loro costante messa in discussione che l’urbanistica può realmente assolvere alla propria vocazione: ovvero quella essere una «scienza del futuro» – per usare la bella immagine di uno dei padri della disciplina, Giovanni Astengo – capace di costruire scenari di sviluppo per la città e il  territorio, con un chiaro obiettivo: quello di costruire contesti sempre più adatti alla crescita e alla conservazione delle comunità umane.

[dall'editoriale]

Novita’ in edicola: Sentieri Urbani nr. 19

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Sentieri Urbani nr. 19
Pianificazione territoriale e processi ecologici
a cura di Vincenzo Cribari e Davide Geneletti

Fotografie di Luca Chistè

Con saggi di:

Lucina Caravaggi, Chiara Cortinovis, Serena Ciabò, Micaela Delriu, Marcella Del Signore,  Almo Farina, Lorena Fiorini, Maria Rita Gisotti, Federica Gobattoni, Cordula Roser Gray, Cristina Imbroglini, Daniele La Rosa, Anna Lei, Antonio Leone, Nicola Lopez, Alessandro Marucci, Raffaele Pelorosso, Bernardino Romano, Uta Schirpke, Rocco Scolozzi, Gaia Sgaramella, Maurizio Siligardi, Linda Zardo, Francesco Zullo

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Pianificazione territoriale, qualità dell’ambiente, ruolo dei servizi ecosistemici e nuovi strumenti a supporto delle decisioni che riguardano il governo del territorio, sono al centro di questo numero monografico di Sentieri Urbani. L’idea di affrontare questo tema è nata dalla consapevolezza del ruolo sempre più importante, svolto dall’ecologia dentro la disciplina urbanistica. Una sensibilità arrivata in Italia con un certo ritardo rispetto ad altri Paese, ma proprio per questo destinata a diventare progressivamente cruciale dentro i processi decisionali orientati alla trasformazione del suolo. In un contesto sempre più antropizzato come quello italiano, infatti, il ruolo esercitato dalle dinamiche ecologiche rappresenta oramai un’esigenza imprescindibile: non solo per permettere al sistema naturale lo svolgimento delle proprie funzioni vitali, ma soprattutto per fornire al tessuto urbano, sia esso denso o diffuso, quella dimensione ambientale sempre più necessaria per elevare la qualità della vita dentro i sistemi insediativi antropici.

La monografia, curata da Davide Geneletti e da Vincenzo Cribari, è stata immaginata divisa in due parti, secondo lo stile che caratterizza Sentieri Urbani: la prima dedicata a riflessioni principalmente di natura teorica, la seconda articolata in una sequenza di «casi studio», fra il locale e il globale, che hanno lo scopo di offrire uno spaccato delle esperienze, anche progettuali, che sono state recentemente messe in atto dentro e fuori la disciplina urbanistica.

Apre la prima parte un saggio di Almo Farina dedicato all’«ecoacustica» e alla sua applicazione nella gestione delle risorse ambientali. Farina intende studiare quell’«oggetto  complesso» che è il paesaggio a partire dalla sua accezione sonora. Una dimensione, quella acustica, che recentemente si è affiancata a quella più tradizionale visivo-percettiva, «espandendo in maniera significativa le potenzialità proattive dell’analisi dei paesaggi andando a completare analisi, diagnosi, e aspetti gestionali della pratica ecologica». Ci troviamo di fronte a nuovi strumenti teorici e metodologici della ricerca ecologica, che potranno fornire, già da domani, importanti suggerimenti a supporto della pianificazione.

Il gruppo di ricercatori guidato da Bernardino Romano sposta l’attenzione sul contesto della dispersione urbana, ovvero lo sprawl, quella «patologia insediativa» presente oramai in tutti i Paesi industrializzati, proponendo metodologie per perseguire una sistematica attuazione di progetti «capaci di ridurre la spontaneità tipologica e distributiva tipica degli attuali impianti espansivi». L’articolo firmato da Chiara Cortinovis, Linda Zardo e lo stesso Geneletti propone un percorso dentro nuovi strumenti di gestione ecologica a supporto della pianificazione urbana, attraverso una mappatura e valutazione dei servizi ecosistemici.

Chiudono la prima parte due saggi firmati, rispettivamente, da Lucina Caravaggi e da Maria Rita Gisotti. Il tema della rigenerazione e delle sue implicazioni con i processi ecologici è al centro della riflessione di Caravaggi, attraverso un’analisi critica di alcuni paesaggi rigenerati che oramai appartengono a una tradizione consolidata. L’ultimo saggio, infine, illustra l’importanza della progettazione delle reti ecologiche nella costruzione di un territorio ecologicamente meglio articolato, partendo dall’illustrazione di alcuni aspetti del Piano paesaggistico della Puglia e del Piano paesaggistico della Toscana.

La seconda parte della rivista è stata invece pensata come un prontuario di buone pratiche e di sperimentazioni sul tema oggetto del numero monografico. Cribari ci introduce in questa sezione, tracciando un percorso teso a far emergere l’uso dei riferimenti all’ecologia nelle discipline legate al progetto e il modo in cui questo concetto subisca delle modificazioni all’interno dei diversi ambiti afferenti all’architettura del paesaggio, all’urbanistica e alla pianificazione. Segue uno scritto di Micaela Deriu che illustra l’attività svolta in seno allo strumento della «Rete delle Riserve», con particolare attenzione al caso del Parco Fluviale della Sarca, in Trentino. Maurizio Siligardi pone l’attenzione sul «dialogo possibile» tra ecologia fluviale e urbanistica, invitando il lettore ad accantonare «visioni antropocentriche» nelle scelte di governo del territorio, preferendo il ruolo che ecologia e ambiente possono giocare «nell’ambito di un equilibrato processo pianificatorio». Anna Lei parte invece dall’agricoltura per illustrare buone pratiche messe in atto nella rigenerazione ambientale. Cristina Imbroglini, quasi a corollario dell’articolo di Caravaggi, propone un sintetico, ma puntuale regesto critico di alcuni progetti che costituiscono un riferimento obbligato in tema di rigenerazione. Daniele La Rosa affronta il tema dei servizi ecosistemici nelle Aree Non Urbanizzate nei sistemi metropolitani, visti come elementi imprescindibili per «mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici, per la creazione di connessioni ciclopedonali ed ecologiche, per il contenimento o annullamento dei processi di consumo di suolo». Il gruppo di studiosi rappresentato da Raffaele Pelorosso lavora su un tema particolare: la regolazione delle acque meteoriche nel verde urbano, proponendo un approccio modellistico orientato a individuare nuovi standard urbanistici. Chiude questa seconda parte un saggio di Rocco Scolozzi che interviene sui modelli dinamici per individuare il valore ricreativo di siti Natura2000, con lo scopo di comprendere la complessità di servizi ecosistemici.

Gli spunti offerti dai saggi contenuti in questo numero di Sentieri Urbani sono molti e tutti di estremo interesse. La disciplina urbanistica, infatti, sta attraversando un’importante fase di ripensamento dei propri fondamenti teorici. Da disciplina nata per costruire le città sta ora facendo sua la grande sfida della costruzione del territorio, inteso non solo nelle sue componenti antropiche, ma anche in quelle ambientali ed ecologiche. In questa prospettiva gli urbanisti sono chiamati ad arricchire il loro vocabolario di conoscenze e di esperienze provenienti da discipline affini, in primis le scienze naturali, quelle della terra e l’ecologia. L’obiettivo è, proprio grazie all’uso delle tessere di questi saperi a supporto della pianificazione, quello di rendere i nostri territori, miracolosamente sopravvissuti alla fortissima pressione antropica degli ultimi cinquant’anni, un degno contenitore delle  vicende dalla storia umana. Ancora per molti secoli.

[dall'editoriale]

Trento: un disegno per Piedicastello / 2

Piedicastello - logo

Il 19 febbraio Italia Nostra e il Comitato per Piedicastello hanno invitato cittadini, progettisti, pianificatori e amanti della città a produrre “un disegno che predisponga il terreno”. Cioè uno schema per ordinare questa importante parte della nostra città. Non solo per le esigenze di oggi – che già variano di giorno in giorno – ma anche per quelle future: un disegno per tracciare i segni permanenti all’interno dei quali disporre le attività e organizzare i bisogni – forse imprevedibili – che emergeranno. Ora è tempo di mostrare le proposte pervenute, per capire cosa esprimono, cosa propongono, in che modo possono aiutarci a delineare scenari futuri, a scegliere in che modo procedere.

L’incontro è promosso da: Italia Nostra, Comitato per Piedicastello.

Partecipano:

Beppo Toffolon | Presidente di Italia Nostra sezione trentina
Paolo Biasioli |Assessore all’urbanistica del Comune di Trento
Alessandro Franceschini | Vicepresidente dell’Ordine degli architetti PPC
William Belli | moderatore

Venerdì 6 maggio – ore 20.30
Piedicastello, Sala riunioni di via Verruca

LA VERNICE: Camillo Zucchelli, architetto e urbanista

 

L’Associazione Mnemoteca del Basso Sarca e Berlanda Project sono lieti di invitare

sabato 30 aprile 2016 alle ore 17 presso lo showroom Berlanda Project, via S.Caterina 43, ad Arco

all’inaugurazione della mostra di progetti, disegni, oggetti

Camillo Zucchelli, architetto e urbanista – Arco

Saranno presenti Alessandro Franceschini, vice presidente dell’Ordine degli Architetti PPC della provincia di Trento e Roberta Giovanna Arcaini, PAT Soprintendenza per i Beni culturali.
Seguirà cocktail

La mostra resterà aperta fino al 30 novembre in orario negozio.

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(Un momento dell’inaugurazione. Al microfono, a sinistra, Ivana Franceschi)

L’EVENTO: PRESENTAZIONE DEL PROGETTO “TRENTO CITY FAIR”

vista da Muse

UN POLO ESPOSITIVOPER TRENTO
Uno dei temi cruciali nella riconfigurazione urbanistica di Trento è quello della ricollocazione del polo fieristico, costretto ad abbandonare l’attuale sede presso le ex aziende agrarie. Si tratta di un’occasione importante per ripensare una funzione chiave per il futuro del capoluogo trentino, che dovrà avere la capacità di essere un «pezzo di città» autentico, ancorato alla sua vocazione e in grado di dialogare con il resto del tessuto urbano.
Allo scopo di fornire elementi di discussione su questa importante partita urbanistica, i tecnici di QUADROSTUDIO propongono agli amministratori, agli operatori economici e ai cittadini di Trento un incontro durante il quale verrà presentata un’inedita proposta progettuale urbanistico-architettonica che mira a creare un polo fieristico moderno e originale, collocato dentro il centro cittadino.

TRENTO CITY FAIR
Una proposta per un polo fieristico nel capoluogo

Presenteranno il progetto
Arch. Alessandro Franceschini
Ing. Giulio Ruggirello

Arch. Alessia Castelluzzo
Arch. Chiara Castelluzzo
Ing. Gaia Sgaramella

Muse – Museo delle Scienze del Trentino
Aula della sala espositiva (piano terra)

Venerdì 8 aprile ad ore 18.00

Tutti gli interessati sono invitati a partecipare
Informazioni: info@quadrostudio.net

 

IL CONVEGNO: la grande bellezza: alla riscoperta dell’emozione del viaggio

CONVEGNO MUSE - 22 APRILE 2016

 

Una delle cifre della modernità è sicuramente l’esasperazione del concetto di connessione fisica: oggi si viaggia solo per arrivare al più presto ad una destinazione. E il viaggio perde così l’opportunità di essere un’esperienza più ampia, capace di mettere a contatto il viaggiatore con la natura e le culture diverse che di volta in volta attraversa. Anche nei siti Unesco prevale questo concetto di viaggio che è solo temporale e non esperienziale. La velocità annulla il rapporto con il paesaggio e la possibilità di apprezzare la bellezza del territorio che s’intende visitare. Il mezzo utilizzato negli spostamenti è complice di questa dicotomia. Chi è alla guida di un veicolo è impegnato al volante; e chi viaggia al seguito è spesso distratto dalle tecnologie a bordo, che rendono il mezzo una sorta di “non-luogo” chiuso e autoreferenziale, refrattario a quanto avviene nel suo intorno. Il viaggio, allora, diventa cieco; il panorama e il territorio vengono cancellati dalla nostra memoria di viaggiatori.
Questo convegno intende avviare una riflessione mirante a riscoprire il ritmo e i percorsi del viaggio, sollecitando politiche che sappiano investire in trasporto pubblico: treni e bus per tornare ad ammirare comodamente la bellezza del territorio che ci circonda. In questa prospettiva, la ferrovia si pone come strumento d’eccellenza nella riscoperta di queste emozioni che un territorio turistico come quello delle Dolomiti e delle Alpi devono tornare a saper offrire.

L’EVENTO: PROSSIMA FERMATA FUTURA TRENTO

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A5_2QUALI SONO LE CARATTERISTICHE DI UNA SMART CITY?

Futura Trento propone un percorso in per scoprirlo insieme 22 tappe. Un tema per ognuna delle linee del servizio pubblico urbano. Un modo diverso per incontrarsi, condividere conoscenze, ragionare insieme del futuro della città.

Martedì 12 aprile nella fascia oraria  15.00-16.00 Alessandro Franceschini affronterà il tema delle #PERIFERIE.

Appuntamento 15 minuti prima della partenza sotto l’orologio della stazione dei treni in Piazza Dante.

www.futuratrento.it

NOVITA’ IN LIBRERIA: CATALOGO DELLA MOSTRA “IL QUARTIERE LE ALBERE A TRENTO. ARCHITETTURE E SPAZIO URBANO”

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Sabato 19 marzo, evento di finissage della mostra fotografica di Luca Chistè, con la presentazione del catalogo.

La pubblicazione, uscita per i tipi della BQE Edizioni, contiene una prefazione di Giuseppe Ferrandi, Direttore del Museo Storico di Trento, e i saggi critici di Alessandro Franceschini (curatore della mostra) e di Enrico Gusella, curatore di rassegne, critico fotografico ed autore del libro: “Sulla Fotografia e oltre” (ed. Allemandi).

La presentazione del catalogo, sarà accompagnata dalla visione di un video che riproduce una navigazione virtuale della rassegna sulle Albere entro gli spazi espositivi del Museo Storico di Trento, le “Gallerie” di Piedicastello, realizzata con un software di rendering particolarmente attraente sotto il profilo della fruibilità.

L’appuntamento dell’evento è fissato per sabato 19 marzo, ad ore 18.00, presso le sale delle “Gallerie” di Piedicastello – Museo Storico a Trento.

A Buongiorno da RTTR si parla di urbanistica

 

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Giovedì 25 febbraio Alessandro Franceschini è stato ospite di “Buongiorno da RTTR”, condotto da Paola Siano, dove si è parlato di città, di progetto urbano e dell’imminente revisione del PRG di Trento annunciato dall’amministrazione comunale del capoluogo trentino.

GUARDA LA PUNTATA
http://www.radioetv.it/rttr/programmi/item/93-buongiorno-da-rttr#monitor

 

 

 

L’evento: Trento: quali temi per la nuova pianificazione?

Temi

Trento: quali temi per la nuova pianificazione?
Le Gallerie di Piedicastello (Trento)
11/18/25 febbraio 2016

Quale idea di città?
In occasione dell’esposizione fotografica di Luca Chistè dedicata al quartiere Le Albere di Trento, il Consiglio dell’Ordine degli Architetti PPC della Provincia di Trento organizza tre incontri di approfondimento e di discussione sul futuro del capoluogo trentino. La città di Trento, infatti, si sta avviando verso un’importante fase di pianificazione, grazie all’imminente revisione del piano regolatore generale. I temi che possono essere elaborati in prospettiva del nuovo strumento urbanistico sono molti e urgenti: da un moderno sistema della mobilità alla nuova dimensione del verde, fino alla rigenerazione delle aree abbandonate o da riqualificare.

Tre incontri per tre temi
L’obiettivo degli incontri è quello di stimolare il dibattito sul futuro del capoluogo. Interverranno amministratori, docenti universitari, funzionari, liberi professionisti ai quali sarà chiesto di fornire stimoli e indicazioni per pensare al nuovo strumento urbanistico in maniera corale, portando un contributo per delineare un’idea della Trento del futuro. Gli incontri saranno condotti da Alessandro Franceschini e introdotti da un video curato da Gianluca Nicolini. Durante il primo incontro presenteranno l’evento la presidente dell’Ordine degli Architetti PPC della Provincia di Trento Susanna Serafini e il sindaco di Trento Alessandro Andreatta.


IL SERVIZIO ANDATO IN ONDA SU RTTR

Verso una nuova mobilità urbana
Giovedì 11 febbraio 2016, ore 18.00
Una città moderna deve esserlo prima di tutto nella gestione della mobilità urbana, sia essa veicolare che ciclo-pedonale. Nel caso specifico della città di Trento, la sfida è oggi più che mai aperta, a causa della crescita, nelle aree suburbane, di grandi attrattori di traffico (il polo universitario sulla collina, il futuro nuovo ospedale a Trento sud…) che obbligano a riflettere seriamente sul tipo di mobilità di cui la città si deve dotare. Quali sono le sfide in tema di trasporti che la città di Trento deve affrontare? Quali le dinamiche sovracomunali che interesseranno il capoluogo? In che maniera collina e fondovalle possono dialogare? Quali sono i sistemi di mobilità che possono essere adottati per rendere la città interconnessa e moderna?
Ne discutono
Ing. Marco Cattani | Trentino Trasporti S.p.a.
Ing. Helmuth Moroder | Libero professionista
Ing. Giulio Ruggirello | Libero professionista
Arch. Giuliano Stelzer | Comune di Trento
Intervengono
Assessore Italo Gilmozzi | Comune di Trento
Assessore Mauro Gilmozzi | Provincia autonoma di Trento

Trento, una città-paesaggio?
Giovedì 18 febbraio 2016, ore 18.00  
Un tema “negletto” – con il quale la pianificazione del capoluogo trentino non si è mai confrontata con la necessaria serietà – è quello della pianificazione del verde, sia esso agricolo che ludico-naturale. Eppure, per una città alpina fortemente inserita in un contesto di pregio ambientale come Trento, si tratta di un tema di grande attualità che deve entrare con forza dentro i programmi di pianificazione contemplabili nel nuovo Prg. In che maniera tessuto urbano e tessuto ambientale si possono intrecciare ed arricchire reciprocamente? Quali sono le sfide che il nuovo piano urbanistico dovrà affrontare?         Ne discutono
Dott. Tiziano Brunialti | Comune di Trento
Prof. Giuseppe Scaglione | Università di Trento
Arch. Giorgio Tecilla | Osservatorio del Paesaggio PAT
Arch. Beppo Toffolon | Italia Nostra
Intervengono
Assessore Roberto Stanchina | Comune di Trento
Dirigente Fabrizio Dagostin | Servizio Agricoltura della PAT

Riciclare il centro storico, rigenerare le periferie
Giovedì 25 febbraio 2016, ore 18.00
Grazie anche alla nuova legge urbanistica, adottata dalla Provincia autonoma di Trento nell’agosto 2015, il Trentino si sta avviando verso l’obiettivo “consumo di suolo zero”. Questo significa intervenire sull’esistente, attivando serie politiche di rigenerazione, riqualificazione e riciclo di strutture esistenti, dismesse oppure in grave stato di conservazione. Ma quali sono gli strumenti che possono essere utilizzati per un serio lavoro di ricostruzione del tessuto urbano? Quale disegno può essere attuato in questi comparti edilizi? Quali sono le modalità attraverso le quali può avvenire questa trasformazione?
Ne discutono
Arch. Pietro Degiampietro | Ordine degli Architetti PPC
Prof. Ezio Micelli | Università IUAV di Venezia
Prof. Mosè Ricci | Università di Trento
Prof. Bruno Zanon | Università di Trento
Intervengono
Assessore Paolo Biasioli | Comune di Trento
Assessore Carlo Daldoss | Provincia autonoma di Trento

 

A cura del
Consiglio dell’Ordine degli Architetti PPC della Provincia di Trento
Commissione Urbanistica e Paesaggio
Coordinamento scientific0
Pietro Degiampietro
Alessandro Franceschini

In collaborazione con
Fondazione Museo Storico del Trentino
Coordinamento organizzativo
Roberta Tait

Supporto video
a cura di Gianluca Nicolini

Iniziativa parallela all’esposizione
Il quartiere Le Albere a Trento.
Architettura e spazi urbani
Immagini di Luca Chistè
www.quartierelealbere.eu
© 2016

PRESENTAZIONE DEL LIBRO “IL PEGGIOR MESTIER”

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IL PEGGIOR MESTIER Otto anni in Ottava rima 2008-2015
di Giovanni Kezich

(con otto tavole di Gigi Giovanazzi)

Il volume raccoglie le composizioni in ottava rima presentate da Giovanni Kezich al concorso «Ottottave», promosso dall’Accademia dell’Ottava, tra il 2008 e il 2015. Si tratta di una silloge che racconta, attraverso l’uso sapiente dell’ottava rima – un’antica e popolare tecnica linguistica, appresa dall’autore durante le sue lunghe peregrinazioni antropologiche nel Centro Italia – fatti e situazioni della contemporaneità. Questo è il libro d’esordio di Kezich nelle vesti di quello che è, da sempre, il «peggior mestier». Ovvero quello di poeta.

Discutono sull’opera Paolo Ghezzi e Alessandro Franceschini

Sarà presente l’autore

Durante la serata, verranno presentate

anche le opere di Gigi Giovanazzi

Venerdì 29 gennaio, ore 18.00

Palazzo Roccabruna, via S. Trinità (Trento)

IL CONVEGNO: Il governo del territorio, fra conoscenza, partecipazione e discrezionalitA’

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Questo Convegno – promosso dall’Università di Trento e dal TAR di Trento - cade in un momento storico caratterizzato, a livello globale, da tragiche emergenze, rispetto alle quali la pianificazione urbanistica pare assumere importanza recessiva. Invece la cura del patrimonio ambientale e territoriale assume valore fondante di un impegno che – richiesto a tutti, istituzioni e utenti – costituisce insieme testimonianza di valori condivisi e rappresentazione di buona volontà nella tenace ricerca del bene comune, e perciò sia indispensabile fondamento per la resistenza alle odierne intemperie.

Venerdì 29 gennaio 2016

ORE 14.30 – 19.00
Apertura dei lavori – Saluti istituzionali

PRESENTAZIONE
Roberta Vigotti Presidente TRGA Trento

INTRODUZIONE AL TEMA
Giancarlo Coraggio Giudice costituzionale

PRIMA SESSIONE
Conoscenza del territorio e pianificazione

PRESIEDE E COORDINA
Giancarlo Coraggio

Momenti ed elementi conoscitivi per la redazione dei progetti di pianificazione da parte delle pubbliche amministrazioni
Carmine Volpe Presidente TAR Lazio 

Il governo del territorio fra sviluppo economico e tutela dell’ambiente: l’esperienza della  pianificazione in Trentino
Alessandro Franceschini Vice Presidente Ordine degli Architetti Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori Provincia di Trento

SECONDA SESSIONE
La partecipazione dei cittadini al governo del territorio

PRESIEDE E COORDINA
Armando Pozzi Presidente TAR Toscana

Le esperienze regionali
Anna Simonati Professoressa di Diritto amministrativo Università di Trento

Gli orientamenti giurisprudenziali sulla partecipazione dei privati al governo del territorio
Pierpaolo Grauso Consigliere TAR Toscana

L’esperienza trentina di partecipazione nell’elaborazione della nuova legge provinciale per il governo del territorio
Carlo Daldoss Assessore alla coesione territoriale, urbanistica, enti locali ed edilizia abitativa Provincia autonoma di Trento

Sabato 30 gennaio 2016
ORE 9.30 – 13.00

TERZA SESSIONE
Pianificazione e potere amministrativo

PRESIEDE E COORDINA
Chiara Cacciavillani Professoressa di Diritto amministrativo Università di Padova

L’esercizio dei poteri di scelta nel governo del territorio
Cristina Videtta Ricercatrice confermata di Diritto amministrativo Università di Torino

Le patologie penalistiche delle scelte di pianificazione
Alessio Scarcella Consigliere Corte di Cassazione

INTERVENTI PROGRAMMATI
Antonio Cassatella Ricercatore confermato di Diritto amministrativo Università di Trento
Alma Chiettini Consigliere TRGA Trento
Paola Lombardi Professoressa di Diritto amministrativo Università di Brescia

DIBATTITO
Relazione di sintesi

Giandomenico Falcon Professore di Diritto amministrativo Università di Trento

Chiusura dei lavori

 

TRENTO – Università degli Studi 
Facoltà di Giurisprudenza – Aula 1 | via Verdi, 53
29-30 GENNAIO 2016

 

 

Il dibattito: nuove strategie per il turismo

 

Invito

Nuove strategie per il turismo e la promozione del territorio

Attraverso la partecipazione di rappresentanti delle istituzioni europee, provinciali locali, e di soggetti attivi nel settore, verranno affrontate in un’ottica europea le principali strategie per la promozione del Turismo, le sue evoluzioni, i casi concreti e gli strumenti per la promozione del territorio.

Modera
Cecilia Meggio

Intervengono
Isabella De Monte
Alberto Bertolini
Diego Calzà
Elisa Filippi
Alessandro Franceschini

Sabato 23 gennaio ore 18
Sala degli specchi di Corso Rosmini 28
Rovereto

 

NOVITA’ IN EDICOLA: ECONOMIA TRENTINA 3/2015

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Dossier: Una nuova legge urbanistica per il Trentino

in Economia Trentina nr. 3/2015 (organo ufficiale della Camera di Commercio I.A.A. di Trento)

La rivista contiene una parte monografica dedicata alla recente legge urbanistica approvata in Trentino nell’agosto 2015. Attraverso quattro brevi saggi, il numero della rivista ripercorre la storia dell’urbanistica in Trentino degli ultimi cinquant’anni, soffermandosi in particolare sulle novità legislative introdotte dai nuovi riferimenti di legge e sulle sfide disciplinari che attendono oggi la trasformazione del territorio.

Con contributi di

Carlo Daldoss, Alessandro Franceschini, Pietro Degiampietro, Alberto Winterle.

 

 

Novita’ in libreria: Dialoghi sull’urbanistica

Dialoghi sull'urbanistica

“Dialoghi sull’urbanistica”

a cura di Alessandro Franceschini

List – Laboratorio internazionale editoriale, 2015, 98 pp., 12 euro

con interviste a: Zygmunt Bauman, Gilles Clément, Corrado Diamantini, Roberto Gambino, Geremia Gios,  Willi Hüsler, João Ferreira Nunes, Federico Oliva, Giuseppe Campos Venuti, Edo Ronchi, Bernardo Secchi, Silvia Viviani.

Questo volume raccoglie le interviste pubblicate sulla rivista Sentieri Urbani tra il 2011 e il 2015. Si tratta di dodici conversazioni con progettisti, pianificatori, sociologi ed economisti, miranti a fare il punto sullo stato dell’arte di una particolare questione disciplinare. A distanza di qualche anno da quelle prime interviste, che hanno mantenuto nel tempo forza e attualità, si è ritenuta utile la loro raccolta in un unico volume: non solo per raggiungere un pubblico più vasto dei lettori della rivista, ma soprattutto per l’interesse intrinseco di queste conversazioni, capaci di toccare e di approfondire gran parte dei temi all’ordine del giorno nell’agenda di chi si occupa di trasformazione del suolo. Una freschezza che emerge con evidenza anche nelle pagine di questo libro, che riesce a descrivere, pagina dopo pagina, personaggio dopo personaggio, un quadro articolato e multiforme della disciplina urbanistica, dei suoi aspetti problematici, delle sue potenzialità. Proprio per questi motivi le interviste raccolte nelle pagine di questo volume, se lette in una prospettiva unitaria, possono costituire le parti di un racconto corale, polifonico, capace di narrare con competenza ed efficacia le sfide che interessano oggi l’urbanistica contemporanea.

 

 

Novita’ in edicola: Sentieri Urbani nr. 18

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Sentieri Urbani 18

“La città alpina: identità, strategie e progetti”

a cura di Corrado Diamantini e Federica Corrado

Fotografie di Luca Chistè

Con un’intervista a Werner Bätzing

Con saggi di: Sandro Aita, Marianna Bertolino, Aldo Bonomi, Ruggero Crivelli, Giuseppe Dematteis, Roberto Dini, Giovanni Kezich, Peter Morello, Cristiana Oggero, Alessandro Sacchet, Michele Stramandinoli, Beppo Toffolon.

La lettura delle interviste e dei saggi contenuti in queste pagine fa emergere una visione assai diversificata delle caratteristiche e delle potenzialità della città alpina, quasi fosse un “oggetto” dai contorni incerti e indefiniti, protagonista di proposte di pianificazione non ancora completamente mature. Non è solo la consapevolezza di un destino comune, quello che manca, ma anche il poter attingere a idonei strumenti di crescita e di sviluppo. Per questa ragione, una delle scommesse che attende ora le città alpine, come suggerisce in queste pagine Jacopo Massaro, sindaco di Belluno, è proprio quella di emancipare questi contesti dalla dialettica, forse oramai un po’ logora, tra natura e cultura, avviando invece seri programmi di sviluppo socioeconomico che possono avere nella pianificazione urbanistica lo strumento d’implementazione più efficace. Mettendo il progetto urbano/territoriale, quindi, all’ordine del giorno delle agende delle pubbliche amministrazioni. Alcuni di questi temi progettuali ce li indica proprio Diamantini: la forma urbana, le relazioni con il territorio periurbano, il paesaggio sono urgenze urbanistiche che possono essere affrontate solo attraverso l’implementazione di una pianificazione territoriale arguta e consapevole. In questo contesto, la disciplina deve saper adottare strumenti di pianificazioni efficaci, dinamici, comprensibili, in grado di poter essere modificati rapidamente, al variare del sempre più mutevole contesto economico. Si tratta di una sfida tutt’altro che scontata, alla quale dobbiamo lavorare con grande serietà. Quello che è in gioco, infatti, non è la sopravvivenza o meno di una manciata di piccole e medie città collocate in regioni montane, ma il senso stesso di uno spazio, quello alpino, antropizzato fin dall’antichità e che rappresenta ancora la “cerniera” culturale ed antropologica dell’intera Europa. Qualcosa, insomma, da maneggiare con consapevolezza e grande cura.

IL QUARTIERE “LE ALBERE” A TRENTO: ARCHITETTURA E SPAZI URBANI

MostraGallerie

Il nuovo quartiere delle Albere, realizzato grazie alle imponenti opere di Renzo Piano, rappresenta un terreno fertile di indagine fotografica, sia sotto il profilo urbanistico, sia in una dimensione più propriamente sociologica se si considera il rapporto che, i nuovi spazi delle Albere, intrattengono con i cittadini e con i visitatori del Muse. In tale potenziale e articolato scenario di indagine, si è deciso di operare una raccolta di immagini fotografiche che potessero costituire un momento di riflessione e aprire un dibattito sull’essenza di questo nuovo quartiere, lasciando spazio, ove e quanto possibile, a interessanti contaminazioni con altre realtà culturali attente ai temi dello sviluppo urbano.

Oltre un anno di lavoro, con riprese eseguite in diverse stagioni e molteplici tecniche di ripresa (formati analogici panoramici 6×17, con il banco ottico e scatti digitali). È il nuovo progetto fotografico di Luca Chistè, dedicato monograficamente al quartiere delle Albere di Trento che, per la cura di Alessandro Franceschini, che verrà inaugurato il 28 novembre alle Gallerie di Piedicastello. Il corpus della rassegna si basa su 36 immagini, stampate con tecnica fine-art, su carta Hahnemühle Photo Rag Baryta 315 e comprende, oltre a formati 60×80, cinque grandi panoramiche delle dimensioni di 60×160.

L’iniziativa è stata promossa dalla Fondazione del Museo Storico di Trento in collaborazione con l’Associazione AEcceL per la fotografia, e con il patrocinio del Comune di Trento, dell’Ordine degli Architetti PPC della provincia di Trento e del Circolo Trentino per l’Architettura Contemporanea. Sono inoltre partner del progetto Onnik/Image Consult di Milano, la ditta Loss Traslochi, il negozio Pretto di Trento e Digital Fidelity.

Dal giorno 24 novembre, presso lo Spazio Espositivo «Pretto» (in piazzetta San Benedetto) sarà possibile vedere un abstract/preview di comunicazione dell’iniziativa, per collegare idealmente lo spazio di Piedicastello con il Centro storico del capoluogo.

Le Gallerie di Piedicastello | Trento
Inaugurazione:
Sabato 28 novembre alle 18.00
Durata della mostra
Dal 28 novembre 2015 al 28 febbraio 2016
Orario
Da martedì a domenica dalle 9.00 alle 18.00. Ingresso libero.

Novita’ in edicola: Sentieri Urbani nr. 17

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Sentieri Urbani 17

“Quindici anni dopo la Convenzione Europea del Paesaggio 2000-2015”

A cura di Angioletta Voghera e Bruno Zanon

Fotografie di Luca Chistè

Con un’intervista a Claude Raffestin

 

Con saggi di: Angela Barbanente, Rose Marie Callà, Benedetta Castiglioni, Marco De Vecchi, Franco Farinelli, Viviana Ferrario, Peter Morello, Maurice Novarina, Adriano Oggiano, Riccardo Santolini, Angioletta Voghera

A quindici anni dalla Convenzione Europea del Paesaggio (CEP), trattato promosso dal Consiglio d’Europa e sottoscritto da 38 paesi, è giunto il momento di fare un primo bilancio e di individuare quali sono i punti di forza e quali le criticità. Non si tratta, ovviamente, di sostituirsi a un organismo di livello internazionale ma di riflettere su quanto il nuovo approccio della CEP e le indicazioni che da essa provengono si sono potuti tradurre in azioni concrete a scala locale. I contributi qui raccolti intendono tracciare, almeno in parte, questo percorso: individuare i tratti peculiari della CEP, sia relativamente a quelli che costituiscono dei veri e propri punti di svolta, sia riguardo alle ambiguità di una definizione che, essendo comprensiva, rischia di essere vaga, per poi approfondire alcuni dei temi emergenti e descrivere delle esperienze significative.

(…)

Riprendere il filo del ragionamento è quanto ci si propone con questo numero di Sentieri Urbani, offrendo una varietà di contributi che lanciano uno sguardo critico e forniscono stimoli particolarmente acuti (Claude Raffestin, Franco Farinelli, Claude Novarina), tracciano il quadro di avanzamento dell’attuazione della Convenzione in Italia e in Europa (Angioletta Voghera), ripercorrono il senso del paesaggio (Viviana Ferrario), individuano il ruolo dell’educazione al e con il paesaggio (Benedetta Castiglioni), chiariscono le connessioni tra paesaggio, biodiversità ed ecosistema, (Riccardo Santolini), analizzano alcune esperienze relative a un piano paesaggistico ormai consolidato, quello della Regione Puglia (Angela Barbanente), a un osservatorio del paesaggio (Marco De Vecchi), alla individuazione delle modalità della percezione paesaggistici per la pianificazione territoriale (Rose Marie Callà e Alessandro Franceschini), a sistemi consolidati – ma in evoluzione – di governo del paesaggio (Adriano Oggiano e Peter Morello). Non è un caso che le esperienze descritte riguardano solo in parte strumenti normativi (piani), a favore di una varietà di azioni culturali, di analisi, di coinvolgimento della popolazione.

(dall’editoriale di Bruno Zanon)

GIO’ PONTI IN VAL MARTELLO: L’ALBERGO SENZA PRECEDENTI

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Un libro scritto da Luciano Bolzoni, edito dall’editrice Alps e dedicato allo Sporthotel della Val Martello, splendida architettura-rovina firmata da Giò Ponti.

I più sprovveduti, a causa dell’abbandono e del degrado in cui versa ormai da decenni, potrebbero confonderlo per un «ecomostro». In realtà, quella che si trova nel cuore della Val Martello, è una splendida rovina, un’interessantissima architettura firmata da Giò Ponti, storico fondatore della rivista Domus e uno degli architetti italiani più significativi del Novecento. Stiamo parlando dello Sporthotel della Val Martello, un albergo che sorge a 2100 metri, fra un complesso incantevole di cime, nevai, ghiacciai (Cevedale, Cima Venezia, Peder). Per rendere giustizia a questo gioiello ingiustamente abbandonato, la cooperativa e casa editrice Alpes di Trento ha dato alle stampe un bel volumetto che intende dare giusta dignità all’opera di Ponti. «Destinazione Paradiso. Lo Sporthotel della Val Martello di Gio Ponti» (64 pp., 15 euro) è un libro firmato da Luciano Bolzoni, architetto, già docente della Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano e dell’Istituto Europeo di Design e studioso ed esperto di cultura e di architettura alpina, sugli scaffali delle librerie in queste settimane.

Il volume, introdotto dai saggi di Salvatore Licitra dei “Gio Ponti Archives” e di Carlo Calderan, presidente della Fondazione Architettura Alto Adige-Südtirol, ripercorre le vicende dell’albergo Sporthotel del Paradiso del Cevedale, capolavoro di architettura che da tempo giace solitario al Paradiso del Cevedale nella alta Val Martello, in provincia di Bolzano. Il testo racconta la storia, dalla sua nascita alla sua caduta, di questo edificio sorto sulla spinta di un particolare clima sociale che vedeva nella villeggiatura in montagna un segno di riscatto e di passione per la natura.

Come spiega l’autore, «l’hotel rispondeva ad una domanda che chiedeva la creazione di piccoli villaggi isolati nei boschi, stazioni definite climatiche con cui presto la montagna impara a misurarsi, zeppe di attori confinati in una sorta di segregazione all’aria aperta e stipati quasi a forza in una natura che vivono come incontaminata e priva di rischi». Un «albergo senza precedenti», in grado di condensare dentro se stesso tutto il genio dell’architetto: «Ponti- scrive Salvatore Licitra – tendeva a fare tutto ed ogni cosa. Questo non per megalomania, prepotenza o presunzione, ma per urgenza di arrivare alla completezza di quella visione in cui a suo modo di vedere si esprimeva il progetto».

Nel 1935 l’architetto elabora il progetto generale, insieme agli ingegneri Antonio Fornaroli e Eugenio Soncini e due anni più tardi, nel 1937, l’albergo viene ultimato. La struttura ricettiva nasce in modo integrato da un progetto complessivo di elaborazione del paesaggio che prevedeva, oltre all’edificazione del grande albergo-rifugio, anche la realizzazione delle infrastrutture viarie e sciistiche e di un piccolo lago artificiale. Il committente dell’operazione era il Colonnello Emilio Penati che impegnò fondi dell’allora partito fascista e del Ministero del Turismo per costruire la struttura con la sua impresa edile.

L’albergo era concepito per dare la migliore risposta alle richieste di una clientela moderna suddivisa in due classi d’utenza: quella turistica, di tipo più pratico, e quella definita come “ospiti a lunga permanenza”. Per la prima vennero realizzate delle funzioni ricettive più spartane, mentre per la seconda categoria, l’albergo prevedeva degli spazi di accoglienza più raffinati, orientati ad una clientela che si immaginava di livello medio alto e costituita da abitanti della città desiderosi di passare una «villeggiatura» in quota. Nel libro, la narrazione delle vicissitudini storiche dell’edificio è accompagnata dalle immagini d’epoca, in bianco e nero, provenienti dai Gio Ponti Archives e dalle fotografie attuali scattate dai fotografi di Alpes che ritraggono lo Sporthotel così come lo si incontra attualmente.

«I grandi alberghi lungo i passi dolomitici hanno creato un paesaggio, il primo paesaggio turistico delle Alpi sudtirolesi – spiega Carlo Calderan – legato ad un modo di percepire la natura in cui si sono collocati e ad un suo “uso” che potremmo definire contemplativo». In effetti l’inaugurazione dell’Albergo viene accompagnata da una importane campagna mediatica che pubblicizza il luogo che garantiva una fruibilità su scala annuale, segno di una attesa assiduità di frequentazione cui veniva data in cambio un’ampia offerta ai villeggianti. «Aperto tutto l’anno – raccontava un depliant dell’epoca – stagione sciistica da dicembre a maggio. Oltre quaranta escursioni sciistiche di ogni grado con discesa fino a duemila metri di dislivello. Scuola di sci del Cevedale con numerosi maestri e guide».

Purtroppo l’albergo ebbe vita breve. Dopo l’inaugurazione, rimane in servizio fino al 1946 per essere poi riaperto nel 1950 e chiuso definitivamente nel 1955, dopo «aver subito una sopraelevazione di due piani mia fruita che allungava inutilmente l’albergo verso il cielo e lo ampliava nella parte verso la vallata, dotandolo di futili garage e di un’appendice laterale». Segue quindi oltre mezzo secolo di abbandono durante i quali la natura ha trasformato fortemente l’edificio, facendolo diventare sempre di più una di quelle rovine che Giò Ponti amava moltissimo: «Un’architettura – scriveva il Maestro proprio a proposito del costruendo albergo – deve vincere la “prova del tempo”. Una prova che può arrivare sino all’estremo del rudere, perché un’architettura si vorrebbe che fosse bella perfino come rudere».

(pubblicato su l’Adige del 18 aprile 2015. La fotografia è di Giorgio Dalvit)

S.T.ART: AI “SALOTTI SOCIALI” SI PARLA ANCHE DI CITTA’

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Lo scopo di questi incontri – collocati all’interno dell’iniziativa “S.T.ART. – Summer Temporary Art” promossa a Trento dal 20 luglio all’8 agosto 2015 – è duplice: da un lato dar vita ad un simposio nel quale tutti i presenti, esperti e pubblico, saranno chiamati ad esprimere la propria opinione, ad  apportare la propria esperienza personale, a proporre idee; dall’altro lato, i partecipanti sperimenteranno tutto il processo di progettazione di un evento culturale, realizzando un  businnes plan finale, completo di tutti gli  aspetti pratici.
Il dialogo verrà aperto dalle facilitatrici Virginia e Annamaria,  che disegneremo la cornice in cui si colloca l’argomento del giorno; gli esperti invitati dopo una breve presentazione di se stessi, e della propria attività, daranno il via al dialogo coi presenti.  A seguito ci saranno le attività pratiche di elaborazione dell’idea.

Con: Susan Vesco, Alessandro Franceschini, Samuela Caliari, Ana Daldon;

 

Programma del 1 agosto 2015

14.00 – 14.30 : Studio dello spazio architettonico (Alessandro Franceschini);

14.30 – 16.30 : Conclusione fase ideativa del progetto;

16.30 – 17.00 : Accordi di partenariato (Samuela Caliari);

17.00 – 19.00 : Prima stesura businnes plan.

 

Key: Ponti comunicativi: Spazio relazionale e spazio urbano.

Quando? sabato 1 agosto 14.00 – 17.00;

Dove? Parco F.lli Michelin - Quartiere Le Albere, Trento

Info: http://www.summertemporaryart.it

 

Giancarlo De Carlo e l’architettura come impegno «politico»

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«Ho cercato di non immiserirmi nel mestiere opaco, pigro, trasandato, furbo, malandrino della maggior parte degli architetti. Ho cercato, per quel che ho potuto, di essere esemplare». Sono parole di Giancarlo De Carlo, tratte dalla lunga intervista raccolta da Franco Bunčuga alla fine degli anni Novanta e pubblicata nel 2000 con il titolo di «Architettura e libertà» per i tipi dell’Elèuthera. A dieci anni dalla scomparsa di questo grande architetto può essere utile fare alcune riflessioni sull’attualità del suo pensiero, sulla scia di un convegno tenutosi lo scorso 4 giugno al Mart di Rovereto, promosso dall’associazione «senza dominio». I lavori del seminario, infatti, hanno fatto emergere le tante sfaccettature di De Carlo “architetto militante”, ed in questa sede può essere utile ricordare alcuni valori che dovrebbero essere presenti nella “cassetta degli attrezzi” del professionista di oggi che voglia esercitare il mestiere di architetto in maniera – riprendendo la citazione d’apertura – non-opaca, non-pigra, non-trasandata, non-furba, non-malandrina.

Tra i tanti valori che la vita di De Carlo testimonia nella sua pratica professionale, uno è particolarmente interessante: ovvero quello della sua passione “politica”, che ha esercitato attraverso l’attività professionale, pubblicistica e didattica. La sua riflessione, che sicuramente prende origine dal suo passato partigiano dentro il Comitato di Liberazione Nazionale e dalla sue frequentazione, fin da giovanissimo, degli ambienti anarchici e libertari italiani ed europei, lo spinge all’attività politica nel senso autentico del termine – ovvero quello di lavorare a servizio della “polis”. De Carlo, instancabilmente, suggerisce alla politica le buone prassi, sperimenta nella sua attività professionale le buone pratiche, utilizza lo strumento della partecipazione come nessun altro è più riuscito a fare nel nostro Paese. Promuove un’architettura a servizio della società ed una urbanistica a dimensione umana. Con il suo esempio, De Carlo ci spiega che un professionista, un professionista militante, non si mette in politica, non fa il funzionario di partito e nemmeno l’ideologo rivoluzionario, non si candida alle elezioni. Ma, al contrario, un architetto fa Politica con la “P” maiuscola: la fa sia in senso lato, attraverso un modo preciso di essere professionista a servizio della comunità, sia spingendo la politica, quella dei politici di professione, verso certe scelte, verso certi valori, verso certe intuizioni.

È un De Carlo politico, quello che fonda la rivista «Spazio e Società» facendola diventare un laboratorio di riflessione intellettuale capace di mettere in sinergie i progetti più interessanti prodotti nel mondo in quegli anni. È un De Carlo politico quello che frequenta le aule universitarie nelle vesti di un «accademico non allineato», come amava definirsi, marcando la sua differenza dai tanti docenti universitari che «pensano come burocrati e agiscono come funzionari». È un De Carlo politico, quello che lavora incessantemente, in tutte le fasi della sua vita, nella condivisione delle idee, all’interno delle tante associazioni e movimenti culturali che ha frequentato. È un De Carlo politico, infine, quello che scrive sulle colonne dei giornali per criticare questa o quella scelta politica, per proporre queste o quelle idee alternative, facendolo con la sua inconfondibile vis polemica, ora a Milano, ora a Urbino, ora a Venezia, ora a Genova, tanto per citare i campi di battaglia più famosi.

Parafrasando una celebre frase di De Carlo, credo che l’architettura sia una cosa talmente seria da avere bisogno, oggi più che mai, del contributo degli architetti. Di architetti militanti, politici in senso decarliano. Di architetti che dovranno essere curiosi, sprovincializzati, attenti alle ragioni delle differenze, animati da una fede incrollabile nell’architettura e nel mestiere di architetto. Solo così saremmo in grado di raccogliere le sfide che il nostro tempo ci impone. Solo così saremo in grado di tornare a discutere ancora di architettura, vincendo la pigrizia e la furbizia di un mestiere che tende a diventare trasandato e malandrino. Se sapremo fare questo, se sapremo impegnarci politicamente ogni giorno, proprio come fece De Carlo «poi forse» – citando, infine, una sua splendida frase del 1958 – «poi forse, e anche per altre vie, verrà l’arte».

 (pubblicato su “A”, giugno 2015)

IL SEMINARIO: VIVERE LA MONTAGNA

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Su iniziativa di:

Associazione Trentino Europa

APT Rovereto e Vallagarina

 

Interverranno:

Alessandro Franceschini, Università di Trento

Maria Carla Failo, vice presidente della SAT

Massimo Plazzer, sindaco di Vallarsa

Giacobbe Zortea, Presidente del Parco Pale Paneveggio – Pale di San Martino

Lavinia Sartori/Giulio Franceschini, manager di Ri-Legno

 

Hotel San Giacomo

Brentonico (Trento)

20 giugno 2015 ore 10.00-12.00

L’INIZIATIVA: Il Paesaggio nell’Architettura

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Il Paesaggio nell’Architettura
L’esperienza di tre studi svizzeri nel contesto alpino

Trento 10-30 giugno 2015
Piazzetta Gaismayr

a cura di
Ordine degli architetti PPC della Provincia di Trento
Associazione Campomarzio

Siamo soliti immaginare il paesaggio alpino nella sua veste idealizzata, caratterizzato da una natura incontaminata. Ma le nostre montagne sono diventate ormai territori altamente antropizzati. L’architettura costruita gioca un ruolo fondamentale nella ridefinizione di questo nuovo paesaggio alpino, che va oltre quello naturale, arricchendolo, modificandolo, contemplandolo.
La mostra fotografica, promossa dall’Ordine degli Architetti PPC della Provincia di Trento e curata dall’Associazione Campomarzio di Trento, indaga proprio questo ricchissimo confronto. Le fotografie ritraggono alcune delle più significative architetture alpine, in particolar modo quelle realizzate da tre affermati studi svizzeri: Ruch & Partner Architekten (St. Moritz), Bearth & Deplazes Architekten (Coira/Zurigo), Miller & Maranta Architekten (Basilea).
Ogni opera è presentata attraverso due scatti fotografici riprodotti in grande formato, che raccontano del duplice confronto che gli spazi costruiti instaurano con il paesaggio naturale. La prima fotografia raffigura infatti i progetti nel loro contesto fisico ambientale ed esprime la relazione che l’architettura ha con il territorio alpino nel quale è inserita. La seconda fotografia rappresenta invece un ambiente interno, dove l’architettura pare costruita attorno al paesaggio stesso, che diventa protagonista di questi spazi.
Architettura nel paesaggio, paesaggio nell’architettura, che in armonioso equilibrio prefigurano nuovi e inaspettati scenari di un autentico e contemporaneo paesaggio alpino.

Conferenze

Hans Jörg Ruch
Architetto, Ruch & Partner Architekten AG (St. Moritz)

Carlo Daldoss
Provincia Autonoma di Trento – Assessore alla coesione territoriale, urbanistica, enti locali ed edilizia abitativa

Italo Gilmozzi
Comune di Trento – Assessore ai lavori pubblici, mobilità e patrimonio

Alberto Winterle
Presidente Ordine Architetti PPC Trento

Modera:
Michele Andreatta

Trento 10 giugno 2015
ore 18.00
Sala conferenze, Fondazione Caritro
via Calepina 1

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Valentin Bearth
Architetto, Bearth & Deplazes Architekten (Coira/Zurigo)

Alberto Winterle
Presidente Ordine Architetti PPC Trento

Modera
Alessandro Franceschini

Trento 18 giugno 2015

ore 18.00
Aula Beniamino Andreatta, Facoltà di Sociologia
via Verdi 26

IL CONVEGNO: SPAZIO E SOCIETA’ – giancarlo de carlo

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Convegno

SPAZIO E SOCIETÀ – Giancarlo De Carlo – Architettura e libertà

A dieci anni dalla scomparsa un incontro per guardare all’attualità della figura di Giancarlo de Carlo e alla lungimiranza vivida dei percorsi da lui segnati. È una figura, quella di Giancarlo De Carlo dalla quale non si può prescindere (come architetti, come urbanisti, ma non solo). Per tutto il tempo della sua attività, è stato al centro del dibattito internazionale su architettura e urbanistica attraverso e per mezzo di ‘luoghi’ di cui è stato motore, ideatore e fondatore; come la rivista Spazio e Società, il Laboratorio internazionale di architettura e urbanistica Ilaud, il raggruppamento Team X; De Carlo ha aperto, a livello internazionale, punti di dibattito, di critica, di discussione spesso partendo da (o generando) un punto di vista eccentrico, foriero di stimoli e che sempre “apre processi più che chiudere soluzioni”. Discussioni e tematiche, poste sul tavolo del confronto, che si sono rivelate in gran parte anticipatorie.

Tullio Zampedri Presentazione – Frammenti di GDC
Franco Buncuga Giancarlo De Carlo – Architettura e libertà
Giorgio Cacciaguerra Del fare quotidiano – dell’insegnamento
Giorgio Tecilla Spunti dal paesaggio di De Carlo
Francesco Samassa ILAUD, Spazio e Società e l’internazionalità della figura di De Carlo
Alessandro Franceschini Un’idea militante di professione
Antonio Troisi Un lavoro che continua
Luca Eccheli Conclusioni e note finali

Giovedì 4 Giugno 2015
ore 14,30
Rovereto
MART – Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto
Sala Conferenze Mart

L’EVENTO: Esperienze e prospettive dei ptc

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Ordine degli Architetti PPC della provincia di Trento

Esperienze e prospettive dei Piani territoriali di Comunità

Le «Comunità» – il terzo livello amministrativo, intermedio tra Provincia e Comuni, introdotto dalla Riforma istituzionale del Trentino – stanno avviandosi verso la conclusione dei lavori di pianificazione, definendo i contenuti del nuovo strumento urbanistico: il Piano territoriale della Comunità. Il seminario intende interrogarsi sullo stato dei lavori in corso presso alcune Comunità, dedicando un apposito momento di discussione sulle criticità e sulle problematiche che il percorso di pianificazione fino ad oggi ha fatto emergere, per ipotizzare le future prospettive dei piani territoriali alla luce della Riforma urbanistica attualmente in elaborazione da parte degli uffici della Provincia autonoma di Trento

Programma 

14.30 – Introduzione
Alberto Winterle | Presidente dell’Ordine degli Architetti PPC della Provincia di Trento
Carlo Daldoss | Assessore alla coesione territoriale, urbanistica, enti locali ed edilizia abitativa della Provincia autonoma di Trento
Pietro Degiampietro | Commissione urbanistica e paesaggio dell’OAPPCTN

15.00 – Le esperienze
Loredana Ponticelli| Fare urbanistica all’interno di realtà complesse
Il Piano territoriale della Comunità della Val di Non
Alessandro Franceschini | Pianificare con la partecipazione
Il Piano territoriale della Comunità della Valle dei Laghi
Corrado Diamantini | Il modello della città/campagna
Il Piano territoriale della Comunità Rotaliana-Königsberg
Alberto Cecchetto | Un piano-progetto
Il Piano territoriale della Comunità Alto Garda e Ledro
Presenta:
Gianluca Nicolini |Commissione urbanistica e paesaggio dell’OAPPCTN

17.00 – Tavola Rotonda
Quale futuro per i Piani territoriali di Comunità?
Ne discutono con i relatori:
Carlo Daldoss e Bruno Zanon
Modera:
Oscar Piazzi | Commissione urbanistica e paesaggio dell’OAPPCTN

Trento, 21 maggio 2015
Palazzo della Regione Trentino-Alto Adige
Sala Rosa | ore 14,30-18,30

Una nuova politica urbanistica per Trento

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Tra le sfide che il “governo” della città capoluogo del Trentino sarà invitato da affrontare nella prossima consiliatura, il progetto urbanistico della città di Trento – inteso come quell’insieme di azioni e pratiche progettuali messe in campo per rendere un territorio più moderno, sostenibile e competitivo – rappresenta una delle priorità politiche. Dal punto di vista della pianificazione territoriale, infatti, il capoluogo trentino sta vivendo una fase di incertezza, dovuta prevalentemente al progressivo tramonto delle visioni urbanistiche contenute nella variante al Piano regolatore generale firmata da Joan Busquets. Archiviato il tema dell’interramento della ferrovia (troppo costoso), dimenticata la suggestione di “riavvicinare” il fiume alla città (oramai, troppo irrimediabilmente lontano), svuotata la possibilità di costruire nuovi corridoi ecologici (troppa la frammentazione proprietaria), abbandonata l’idea di un riordino dei principali accessi infrastrutturali (troppo onerosa), la città di Trento si è trovata orfana di quell’“idea di sviluppo” che aveva catalizzato e reso vivido, nell’opinione pubblica, il dibattito sul futuro del capoluogo trentino.

Eppure, il governo del territorio ha sempre rappresentato una delle priorità di chi svolge l’attività di amministratore della cosa pubblica. Questo è vero soprattutto nella contemporaneità dove le città devono avere la forza di adeguarsi continuamente, nella propria struttura urbana, ai grandi cambiamenti in atto, pena il rischio di una progressiva marginalità culturale, economica e sociale. Le città, infatti, possono essere il motore di un progetto di costruzione socio-culturale di una comunità, oppure possono essere delle “fabbriche” di disuguaglianze, luoghi-simbolo dell’inciviltà e dell’invivibilità, vere e proprie “enclave” di insicurezze e di ingiustizie. Proprio per queste ragioni è fondamentale che sindaco, giunta e consiglio comunale mettano all’ordine del giorno una nuova visione per la città, affrontando con decisione e senza reticenze il tema della trasformazione urbanistica del capoluogo, lavorando prioritariamente su tre linee strategiche. Vediamole brevemente.

La prima linea strategica deve essere orientata a sviluppare e realizzare il tema della «rigenerazione urbana». Per fare questo, è necessario anzitutto cambiare la prospettiva con cui solitamente si guarda al concetto di sviluppo e di crescita delle città. Occorre archiviare definitivamente l’idea che le città possano crescere all’infinito e che il settore edilizio possa esistere solamente nell’edificazione di nuove volumetrie. Invece, anche dentro la città di Trento e dentro i suoi sobborghi, esiste una ghiotta quantità di occasioni di rigenerazione urbana che deve diventare una delle priorità d’intervento: c’è un improcrastinabile bisogno di mettere mano al patrimonio edilizio degradato e alla riconversione d’uso di quello sottoutilizzato o addirittura inutilizzato, che può aprire occasioni urbanistiche ed economiche di grande importanza.

La seconda linea strategica è quella del controllo dell’espansione edilizia attraverso una «valorizzazione del territorio periurbano» a nord e a sud del capoluogo. Per molti decenni si è pensato che le aree agricole ai confini con la città non potessero esser altro che una sorta di “riserva” di lotti edificabili. Questo ha portato i bordi urbani a diventare progressivamente dei luoghi marginali privi d’identità e spesso lasciati in completo abbandono. In realtà, queste frange rappresentano una importantissima cintura verde, capace di fare “resistenza” alla dispersione edilizia. Ma non solo. L’agricoltura di prossimità, in una visione moderna dell’organismo urbano, necessariamente caratterizzato dalla “filiera corta”, deve diventare un tassello fondamentale del ciclo della nutrizione della città: un presidio territoriale, animato dalle comunità locali, capace di essere limite invalicabile alla speculazione edilizia, orientato a soddisfare il bisogno alimentare dell’organismo urbano.

L’ultimo grande contenitore tematico è quello della «mobilità». L’amministrazione comunale ha lavorato molto su questo tema, fornendo soluzioni in parte efficaci, spesso costruite sull’ottimizzazione del sistema preesistente. Tuttavia, se la città di Trento vuole perseguire fino in fondo la sua nuova vocazione di città universitaria e di centro turistico, è necessario un salto di qualità anche in questa direzione. Oggi più che mai risulta evidente come la mobilità privata debba essere radicalmente ripensata in rapporto al potenziamento e all’estensione del trasporto privato. Il grande nodo del collegamento con la collina est della città e del rafforzamento reale dell’asse nord-sud rappresentano delle priorità assolute della prossima consiliatura, alle quali la nuova amministrazione dovrà dedicare un adeguato sostegno, anche in termini di risorse economiche.

Naturalmente questi tre grandi “contenitori” devono poter essere sviluppati nel dettaglio, all’interno di adeguati progetti operativi capaci, a loro volta, d’integrarsi reciprocamente e di fornire quegli elementi che possono dare sostanza e fattibilità (anche economica) ad un’idea progettuale. Per fare questo è necessario dotarsi di adeguati strumenti urbanistici in grado di lavorare in maniera strategica e capaci d’integrare istanze urbanistiche, con priorità sociali ed economiche. Per questa ragione, la nuova amministrazione comunale della città di Trento dovrebbe lavorare, già dal giorno dopo il proprio insediamento, all’implementazione di un «masterplan» per il capoluogo, il più possibile partecipato e collettivo, sulla scorta delle tante esperienze positive recentemente maturate in molte città italiane. Un masterplan per la città di Trento potrà diventare, così, un’efficace sintesi progettuale alle tante domande che cittadini, imprenditori, agricoltori, progettisti, categorie economiche, turisti pongono a chi li sta amministrando. Domande che oggi pretendono, inderogabilmente, una risposta puntuale, adeguata e, soprattutto, concreta.

(pubblicato sull’Adige del 4 maggio 2015)

Novita’ in edicola: Sentieri Urbani nr. 16

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Sentieri Urbani 16

“Verso nuove mobilità sostenibili”

A cura di Alessandro Franceschini e Giulio Ruggirello

Fotografie di Luca Chistè

Con un’intervista a Willi Hüsler

 

Con saggi di: Francesco Avesani, Markus Belz, Marco Cattani, Paolo Pileri, Harald Reiterer, Günther Innerebner, Patrick Kofler, Paolo Pileri, Giuliano Stelzer, Maurizio Tira, Maurizio Tira, Maurizio Tomazzoni

I contributi presenti in questo numero di Sentieri Urbani affrontano, con accenti diversi e da angolature differenti, le questioni legate alla mobilità urbana e territoriale, fornendo spunti innovativi. In primo luogo viene sottolineata la necessità di superare le retoriche che connettono la mobilità più alla presenza delle infrastrutture che al loro uso regolato, alla loro gestione e manutenzione. Viene accentuato inoltre il senso delle reti, che si sostanzia nella connessione tra linee e luoghi diversi, tra livelli di mobilità e scale territoriali differenti. Di conseguenza, l’efficienza del sistema è data dalla coerenza di insieme e dalla capacità di governare gestione dei flussi e manutenzione delle reti, più che dal rafforzamento di una singola connessione o di un nodo.

 

Le opere “incompiute” e quel (sospetto) virtuosismo

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C’è un dato che salta all’occhio nello scorrere la tabella riassuntiva delle opere «incompiute» presenti in Italia. Si tratta di un elenco realizzato dall’Associazione nazionale costruttori edili (Ance) e che comprende 692 manufatti edilizi non ancora conclusi, per un valore complessivo di 2,9 miliardi di euro: sono opere con il cantiere non ancora «chiuso», segnalate nell’anagrafe istituita presso il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti. Questa strana anagrafe è stata istituita ai sensi dell’art. 44-bis del decreto legge 6 dicembre 2011, n. 201 e del D.M. attuativo 13 marzo 2013, n. 42, e mira a fornire una ricognizione delle opere pubbliche che non risultano completate per una o più delle seguenti cause: mancanza di fondi; cause tecniche; sopravvenute nuove norme tecniche o disposizioni di legge; fallimento, liquidazione coatta e concordato preventivo dell’impresa appaltatrice; mancato interesse al completamento da parte della stazione appaltante e del soggetto aggiudicatore.

Si tratta, insomma, di opere pubbliche non ancora inaugurate e non fruibili dalla collettività e che si trovano in uno dei seguenti stati: i lavori sono stati interrotti oppure mancano le condizioni necessarie al loro riavvio, oppure sono stati conclusi ma non sono stati collaudati poiché l’opera non risponde a tutti i requisiti previsti nel capitolato e dal progetto esecutivo. A norma di legge, entro il 31 marzo di ogni anno, le stazioni appaltanti e i soggetti aggiudicatori devono individuare le opere incompiute di rispettiva competenza che, entro il 30 giugno, vengono pubblicate dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, dalle Regioni e dalle Province autonome nella corrispondente sezione dell’anagrafe, secondo una graduatoria che tiene conto dello stato di avanzamento raggiunto nella realizzazione dell’opera e di un possibile utilizzo dell’opera stessa anche con destinazioni d’uso alternative a quella inizialmente prevista.

I dati sono piuttosto interessanti, si diceva: in Lazio ci sono 82 opere pubbliche non ancora terminate (per cui si sono spesi 250 milioni di euro e ne servirebbero altri 78 milioni per completarle); in Sardegna ce ne sono 86 (spesi 176 milioni e necessari 22 milioni); in Sicilia 67 (114 milioni già spesi e 98 milioni ancora da investire). Dal lungo elenco, che in sintesi ci spiega che servirebbero circa 1,3 miliardi di euro per completare tutte le opere non si salvano nemmeno i nostri cugini di Bolzano: sono 14 le opere pubbliche incompiute presenti in Alto Adige, dove sono stati investiti 69 milioni e ne servirebbero ancora 28. La provincia di Trento è l’unica a salvarsi da questo sfacelo: nella tabella pubblicata sul sito del ministero, infatti, le opere “incompiute” nella nostra provincia sono pari a “zero”.

Eppure basta l’esperienza quotidiana di tutti noi per verificare come la situazione non sia così rosea come i dati ministeriali vorrebbero descrivere e che dentro ed attorno ai nostri centri abitati esiste più di un’opera non completamente terminata, in attesa del collaudo o dei fondi per completare questa o quella parte. Senza contare quelle opere pubbliche incompiute “di ritorno” che diventano tali dopo un breve utilizzo. Basti pensare ai casi più eclatanti, semplicemente focalizzandosi sul nostro capoluogo: l’Hotel Panorama di Sardagna, un’eccellenza ristrutturata pochi anni fa e già in fase avanzata di degrado architettonico; l’ex mensa del Parco Santa Chiara, vincitrice del premio d’architettura “Andrea Palladio” negli anni Ottanta ed ora lasciata in mano alle devastanti forze della natura. Per non parlare dei tanti edifici privati presenti dentro e fuori il centro storico e dei quali l’edificio «ex Euromix» all’imbocco di via Brennero rappresenta il caso più eclatante. Ma, tornando a piombo sulle proprietà pubbliche, c’è anche l’Ex Questura, collocata proprio di fronte ad uno dei gioielli architettonici più significativi della Alpi, il Castel del Buonconsiglio, che da una decina d’anni sta crollando letteralmente a pezzi. Ed ancora; Maso Tasin, in cima al Parco di Gocciadoro, l’ex sede della Cisl, in via Santa Croce, la vecchia succursale della polizia in via Perini…

Ecco che una mappa è stata fatta in quattro e quattr’otto, semplicemente evocando i casi più evidenti. Forse per rilanciare il comparto edilizio conviene partire proprio da qui: da quei piccoli angoli abbandonati presenti nei nostri tessuti urbani: delle presenza emblematiche che possono contribuire in maniera determinante ad innalzare la qualità di vita di chi abita le nostre città, i nostri sobborghi e i nostri paesi.

(pubblicato su “A” – gennaio-marzo 2015)

I guai del “massimo ribasso”. Oggi come tre secoli fa

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«Eccellenza Ministro della Guerra, abbiamo opere di costruzione che trasciniamo da anni non mai terminate e che forse terminate non saranno mai. Questo succede, Eccellenza, per la confusione causata dai frequenti ribassi che si apportano nelle opere Vostre, poiché va certo che tutte le rotture di contratti, così come i mancamenti di parola ed il ripetersi degli appalti, ad altro non servono che ad attirarvi quali Impresari tutti i miserabili che non sanno dove batter del capo ed i bricconi e gli ignoranti, facendo al tempo medesimo fuggire da Voi quanti hanno i mezzi e la capacità per condurre un’impresa. E dirò inoltre che tali ribassi ritardano e rincarano considerevolmente i lavori, i quali ognora più scadenti diverranno».

Questa missiva, anzi questa garbatissima lettera di protesta, se non fosse per il linguaggio, sembra stata scritta in questi giorni. Invece è datata 17 luglio 1683. Porta la firma dell’«Architetto Marchese di Vauban» ed era indirizzata all’allora ministro della Guerra François Michel Le Tellier. L’autore dello scritto, Sébastien Le Prestre de Vauban, noto come il marchese di Vauban (Saint-Léger-Vauban, 15 maggio 1633 – Parigi, 30 marzo 1707), non ha certo bisogno di grandi presentazioni: militare francese, vincitore di ben quarantanove assedi militari ed uno dei più importanti ingegneri militari di tutti i tempi, passò alla storia soprattutto per il suo ruolo di primo piano avuto nella Francia del Re Sole. In quel luglio del 1683 il marchese deve aver perso la pazienza e, dopo aver preso penna e calamaio, invia al suo committente una lettera pacata ma ferma per spiegare come perseguire «l’affare migliore».

Prosegue infatti la lettera: «E dirò pure che le economie realizzate con tali ribassi e sconti cotanto accanitamente ricercati, saranno immaginarie, giacché similmente avviene per un impresario che perde quanto per un individuo che si annoia: s’attacca egli a tutto ciò che può, ed attaccarsi a tutto ciò che si può, in materia di costruzioni, significa non pagare i mercanti che fornirono i materiali, compensare malamente i propri operai, imbrogliare quanta più gente si può, avere la mano d’opera più scadente, come quella che a minor prezzo si dona, adoperare i materiali peggiori, trovare cavilli in ogni cosa e leggere la vita ora di questo ora di quello. Ecco dunque quanto basta, Eccellenza, perché vediate l’errore di questo Vostro sistema; abbandonatelo quindi in nome di Dio; ristabilite la fiducia, pagate il giusto prezzo dei lavori, non rifiutate un onesto compenso a un imprenditore che compirà il suo dovere, sarà sempre questo l’affare migliore che Voi potrete fare».

Insomma, può essere incredibile, ma per quanto tempo sia trascorso da quel 1683 sembra che nella sostanza non sia cambiato nulla nel mondo delle costruzioni. L’azione della committenza – oggi come allora – sembra spinta solo da una logica commerciale, che tende a minimizzare l’esborso finanziario. A questo gli «impresari» reagiscono in una minore attenzione della prestazione, in termini di sicurezza, di qualità delle lavorazioni, delle competenze professionali messe in campo. E per ovviare a questi rischi il committente risponde con un comportamento aggressivo in termini legali e civilistici, con l’obiettivo di minimizzare il costo della costruzione dell’opera. In mezzo a questi due fuochi c’è la figura dell’architetto (in qualità di progettista o di direttore dei lavori) che si trova sempre a dover combattere con delle armi spuntate che non gli consentono di dedicare le sue energie nel perseguire gli obiettivi vitruviani dell’architettura: ovvero «firmitas», «utilitas» e «venustas». La crisi economica che stiamo attraversano, inoltre, ha ulteriormente enfatizzato questa conflittualità perché le amministrazioni hanno sempre meno mezzi finanziari, le imprese sempre meno margine di profitto e l’apparato normativo-burocratico sempre maggiori pretese.

Come uscirne? È indubbiamente venuto il momento di riflettere seriamente sulla modalità di affidamento degli incarichi al massimo ribasso: da troppo tempo la committenza pubblica si è accorta che la minore qualità in sede di costruzione significa tempi incerti nella sua esecuzione, maggiori costi di manutenzione e scarsa qualità dell’edificato; da troppo tempo gli imprenditori hanno rinunciato alla loro nobile arte del costruire per trasformarsi in furbi soggetti economici; da troppo tempo i professionisti sono mortificati nel ruolo di mediatori tra committenza ed impresa. Ecco perché è giunta l’ora di pensare a una nuova modalità di costruire l’opera pubblica. Soprattutto in un tempo di risorse limitate che devono essere investite perseguendo la massima qualità e durabilità possibile. Pena il rischio di perdere inutilmente altro tempo. Pena il rischio di ritrovarci ancora qui a discuterne. Magari tra altri tre secoli.

(pubblicato su “A”, dicembre 2014)

 

Novita’ in edicola: Sentieri Urbani nr. 15

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Sentieri Urbani 15

“Pratiche territoriali di riconquista agricola”

A cura di Alessandro Franceschini, Sergio Paolazzi e Bruno Zanon

Fotografie di Luca Chistè

Con un’intervista a Gilles Clément

Con saggi di: Luca Bertoldi, Gianfranco Bettega, Viviana Ferrario, Luca Lodatti, Valentina Merlo, Renzo Micheletti, Oscar Piazzi, Paolo Pileri, Chiara Rizzi, Maruja Salas, Emanuela Schir, Timmi Tillmann

La società post-industriale nella quale viviamo è segnata da un distacco crescente dalla fonte primaria del nostro sostentamento: la terra. Ci dimentichiamo troppo spesso che dipendiamo dalla natura, in particolare da quella domesticata e trasformata dalle pratiche agricole. Dobbiamo saper guardare quindi al territorio agricolo cogliendone la fragilità e la complessità: è suolo fertile, spazio organizzato per la produzione di cibo e di materie prime, paesaggio ricco di segni e di valori, ambiente ricco di biodiversità prodotta dall’uomo. E’ però uno spazio in rapido cambiamento, soggetto a pressioni e a rischi. Il presente numero di Sentieri Urbani è dedicato alle sfide che tali temi pongono alle pratiche di governo del territorio e del paesaggio e che richiedono di sapere tessere nuove relazioni tra abitanti e territorio fertile, ricomponendo filiere produttive e costruendo relazioni di responsabilità.

 

 

Novita’ in libreria: “Nel paesaggio”

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Alessandro Franceschini, Paolo Sandri

“Nel paesaggio” (BQE Editrice, 2014, 29 euro).

Disponibile nelle migliori librerie.

La dialettica che caratterizza la percezione dell’aperto da parte dell’uomo risulta articolata in quattro elementi che sono in costante dialogo tra di loro: il «paesaggio», ovvero quella dimensione dell’aperto composta da elementi fisici ed elementi immateriali; l’«identità», intesa come quel costrutto capace di articolare le componenti simboliche di uno spazio aperto; la «forma», ossia l’aspetto propriamente “formale” dell’aperto, governato dai fenomeni legati alla percezione visiva; infine il «linguaggio», ovvero quell’elemento che si colloca tra la forma e l’identità e che caratterizza la maniera attraverso la quale gli individui hanno dato, nel corso dei secoli, il “nome” al proprio ambiente di vita.

L’itinerario fotografico proposto da Paolo Sandri e la riflessione teorica suggerita da Alessandro Franceschini ci offrono, in queste pagine, l’occasione per riflettere sul rapporto tra paesaggio ed identità. I corsi d’acqua del fiume Brenta e dei torrenti Vanoi e Cismon ed i paesaggi che vanno di volta in volta a modellare grazie al loro incessante lavoro di erosione del sostrato morfologico, appaiono estremamente interessanti per raccontare lo “stato” del paesaggio nella modernità e, di conseguenza, lo stato dell’identità delle comunità che sono in essi insediate. Ecco che il paesaggio diventa, ancora una volta, una straordinaria metafora per comprendere le modalità attraverso le quali un popolo, tramite il proprio lavoro, costruisce e si relaziona al proprio intorno.

 

Libere professioni in cerca di una nuova identita’

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C’è stato un tempo in cui la libera professione era sinonimo di status sociale, di reddito alto, di qualità della vita. Era la massima aspirazione degli studenti migliori, lo sbocco ideale per i neo laureati intraprendenti, il sogno di tanti genitori interessanti al futuro del proprio figlio. Oggi, invece, le libere professioni stanno vivendo uno dei momenti più critici della loro storia, e devono ripensare il loro ruolo all’interno di una società radicalmente trasformata dalla modernità, dalla crisi economica e dall’avvento delle nuove tecnologie. Il dato da cui prendono avvio queste riflessioni è questo: negli ultimi dieci anni gli iscritti all’esame di abilitazione per l’idoneità alla libera professioni si sono ridotti del trenta percento, con una parallela flessione del numero di promossi. A soffrire questa crisi sono stati soprattutto gli ingegneri, i medici, i geologi ed i consulenti del lavoro. E, naturalmente, gli architetti.

Si tratta di una tendenza che emerge dalle elaborazioni del «Sole 24 Ore» su dati del ministero dell’Istruzione, che ogni anno «fotografa» gli esami di Stato per alcune professioni chiave. In estrema sintesi il messaggio dell’analisi è questo: negli ultimi dieci anni, gli aspiranti al tesserino di un Ordine professionale che si sono presentati agli esami si sono ridotti di oltre un quarto (-27,3%). Più stretta anche la via dell’accesso: un terzo in più dei candidati non ha superato gli esami di abilitazione. La crisi ha colpito di più gli uomini: la categoria si è quasi dimezzata, passando dai 30mila nuovi ingressi del 2003 ai 18mila del 2012, mentre le donne hanno «tenuto» meglio con una flessione delle abilitazioni pari «solo» al 19 per cento. Anzi, le donne hanno persino sorpassato i colleghi uomini: 23mila le abilitate del 2012, rispetto a 18mila uomini.

Per quanto riguarda più specificatamente gli architetti, questi dati sono ulteriormente enfatizzati. Il numero di aspiranti è letteralmente crollato negli ultimi dieci anni: erano 13.250 nel 2003 e sono diventati 7.212 nel 2012 con un crollo del 49,7%. Il dato di genere appare confermato da molto tempo: dal 2003, infatti, vengono abilitate più architette che architetti. Anche in Trentino è possibile osservare questa tendenza: se fino a qualche anno fa gli iscritti aumentavano di parecchie decine all’anno (il record è stato raggiunto nel 2006 con un +52 unità, relative al saldo tra nuovi iscritti e cancellati), negli ultimi anni si è registrato un brusco rallentamento: nel 2013 il saldo è stato di appena di +10 unità (con un’incidenza femminile del 44%) e i dati sull’anno in corso promettono di confermare ulteriormente questa tendenza. Segni di un mestiere che sta cambiando: i laureati in architettura oggi scelgono anche delle professioni «parallele». Molti di loro si specializzano in campi come la fotografia, l’arte contemporanea, il design: professioni che possono svolgere senza essere iscritti all’albo professionale.

A differenza del passato – se possiamo trarre una morale da questa piccola indagine – essere iscritti ad un Albo professionale sembra non essere più uno status sociale ricercato: oggi non cerca più l’iscrizione all’Albo l’architetto che si è inventato un altro lavoro, l’abilitato che lavora «a bottega», il dipendente pubblico che vuol risparmiare, l’insegnate che tanto non arrotonda più firmando piccoli interventi tecnici nel tempo libero. Tutto questo, però, se da una parte sottolinea lo scarso «appeal» che la libera professione, dopo la grande crisi economica, sta progressivamente avendo, dall’altra ha il positivo effetto di ridimensionare i numeri di molte categorie che negli ultimi anni era letteralmente esploso. I 150 mila architetti nel nostro Paese sono ancora troppi. Il triplo, ad esempio, rispetto ai colleghi francesi. Quindi il margine di miglioramento è ancora ampio. Ma l’auspicio deve però esser questo: attenzione che con il crollo dei numeri non equivalga un parallelo crollo della credibilità delle libere professione in generale, e di quella dell’architetto in particolare. Perché il nostro tempo ha sempre più bisogno del lavoro dei seguaci di Palladio: sia per dare senso alla pianificazione dei nostri territori, sia per prefigurare l’architettura delle nostre città, sempre più bisognose di qualità e di bellezza.

(Pubblicato su “A”, ottobre 2014)

Aree produttive e progetto urbanistico

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C’è stato un tempo in cui parlare di industrializzazione significava parlare di progresso. Stiamo evocando il famoso «boom economico» durante il quale anche l’Italia ha vissuto un importante processo di industrializzazione, fanalino di coda di una Europa che voleva sbarazzarsi velocemente dalle macerie della Seconda guerra mondiale. Portare l’industria significava portare lavoro, e quindi denaro e quindi benessere. Non ci si interessava molto dei problemi correlati alla produzione industriale perché l’ambiente sembrava indistruttibile, lo sviluppo economico inarrestabile e le soluzioni fornite della tecnica infallibili.

Anche il Trentino ha vissuto una breve ma significativa fase di sviluppo industriale. Come è noto, l’impulso fu originato da quel grande momento di pianificazione urbanistica che è stata l’implementazione del primo Piano urbanistico provinciale, firmato nel 1967 da Giuseppe Samonà. L’urbanista siciliano – in sintonia con il “padre politico” del piano, Bruno Kessler – aveva pensato di collocare tanti poli di sviluppo produttivo nelle valli del Trentino, per portare in periferia i vantaggio dello sviluppo economico industriale e per fornire lavoro ai residenti, contrastando così la piaga della disoccupazione e dell’emigrazione.

A cinquant’anni da quei fenomeni, occorre prendere atto che quella fase storica è definitivamente finita e che i tempi sono radicalmente cambiati. Il nostro sistema produttivo ha perso competitività rispetto ai Paesi emergenti di tutto il globo, che stanno vivendo oggi il loro boom economico. L’ambiente ci ha già fatto sapere che non è pensabile inquinare senza pagare (o far pagare ad altri) le conseguenza delle proprie azioni. Per contro, lo sviluppo del terziario avanzato offre ai territori più marginali, come quelli montani, nuove possibilità per uno sviluppo non necessariamente legato all’attività produttiva industriale del manifatturiero.

Ma se l’economia riesce a riciclarsi rapidamente, lo stesso non si può dire del territorio. I segni di quella grande fase economica, oggi oramai terminata, sono dei muti testimoni che decorano le periferie delle nostre città e angoli imprevedibili dei nostri territori. Si tratta di «relitti» che ci ricordano un tempo vicino ma trascorso molto velocemente e che ci interrogano, come novelle rovine piranesiane, sulle modalità attraverso le quali ci rapportiamo al nostro intorno. Sono un passato ingombrante di cui non ci si può sbarazzare rapidamente ma con il quale occorre riconciliarsi lentamente per fare tesoro di quell’esperienza passata, imparando a fare meglio nel futuro.

(…)

Una delle urgenze del nostro tempo è quella di immaginare, assieme alla collocazione, eventuale, di nuovi impianti produttivi, anche il riutilizzo, il riciclo, la rigenerazione dei molti spazi produttivi abbandonati che caratterizzano le aree periferiche di quasi tutte le città italiane. Questo vale anche per il Trentino che oggi si trova ad affrontare una inedita fase economica, quasi esclusivamente basata sullo sviluppo del «terziario avanzato». In questo orizzonte è sempre più necessario pensare maniere nuove e radicali di gestione degli usi dei suoli, contemplando anche dei «ri-classamenti» delle ex aree produttive, facendole diventare, all’uopo, aree per servizi, aree residenziali, aree a destinazione mista.

In questo senso, per quanto riguarda il Trentino, uno ruolo cruciale potrà essere rivestito dalle Comunità di Valle, l’ente intermedio instituito dalla riforma istituzionale implementata nel 2006. Lo strumento urbanistico con il quale la legge ha dotato le Comunità di un reale potere sul governo del territorio, il Piano territoriale della Comunità, potrà essere il dispositivo-chiave per gestire con efficacia l’evoluzione delle aree produttive in contesti fragili, come quelli delle valli trentine. Si tratta di una sfida complessa, ma fondamentale per poter dare ai nostri territori una nuova e necessaria identità, finalmente emancipata da quella configurazione, oramai obsoleta e antistorica, che il boom economico ci ha lasciato in eredità.

Il tema della aree produttive non può quindi essere risolto in maniera manichea («pro» o «contro» i siti produttivi) ma che deve essere «governato» attraverso la pianificazione urbana e territoriale. In fondo l’urbanistica moderna è nata proprio per risolvere i malanni prodotti dalla città industriale Ottocentesca. Oggi dobbiamo risolvere problemi forse meno gravi ma è opportuno adottare la stessa metodologia: ovvero predisporre strumenti efficaci per governare il territorio e con esso la qualità della vita in uno spazio  antropico nuovamente in trasformazione.

 (Pubblicato su Sentieri Urbani nr. 14 – agosto 2014. Fotografia di Luca Chistè)

Novita’ in edicola: “Sentieri Urbani nr. 14″

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“Aree produttive e progetto urbanistico”

A cura di Elisa Coletti, Vincenzo Cribari, Daria Pizzini e Giovanna Ulrici

Fotografie di Luca Chistè

Con un’intervista a Geremia Gios.

Con saggi di: Paolo Castelnovi, Vincenzo Cribari, Annarosa Longhi, Sara Lorenzetti, Marco Malossini,  Ezio Micelli, Marco Molon, Peter Morello, Daria Pizzini, Gianluca Salvatori, Stefano Sani, Stefania Staniscia

Questo numero di Sentieri Urbani affronta il tema delle aree produttive e del progetto urbanistico che le governa. Fino a qualche anno fa le discipline della pianificazione e dell’urbanistica indagavano questo tema riflettendo su come gli spazi dismessi potessero essere rifunzionalizzati. A seguire, complice la crisi economica globale, le riflessioni e le indagini si sono aperte a temi nuovi. Si parla più raramente di spostamento delle aree produttive verso le periferie, posto che si assiste ad una vera e propria contrazione della domanda di spazi della produzione associata alla chiusura di numerosi stabilimenti artigianali e industriali. Diviene dunque necessario variare le modalità di indagare il tema. Ci si muove nella direzione del ricercare le migliori modalità di trattamento dei vuoti privati della funzione originaria – mancanti di una prospettiva di riuso a breve termine – e del ripensare a nuove destinazioni per le aree produttive non ancora urbanizzate. Diviene imprescindibile affinare le riflessioni sondando come le rinnovate previsioni pianificatorie e gli interventi di riuso possano essere capaci di adattarsi e dare risposta ad un contesto economico instabile ed incerto.

Novita’ in libreria: “Sulla citta’ futura”

sulla città futura

“Sulla città futura”

A cura di Alessandro Franceschini

(List Lab edizioni, 112 pp., 12 euro)

Con una premessa di Pino Scaglione

Interviste a: Maurizio Carta, Alberto Cecchetto, Alberto Clementi, Carlo Gasparrini, Mosè Ricci

Scritti di: Gianfranco Franz, Domanico Moccia, Rosario Pavia, Laura Ricci, Stefania Staniscia

 Il nuovo secolo urbano, il secolo della rete e del digitale non diminuisce l’attrattività delle città che continuano a ricevere nuovi abitanti, soprattutto di nuove e differenti etnie in una diffusa mixitè sociale. La crisi dell’urbanistica – disciplina che dal dopoguerra in poi ha tentato di regolare la crescita urbana -  da tempo ha generato una fase di lunga riflessione, che oggi ripropone in forme e metodi nuovi, strategie sul futuro di chi vive, abita, lavora e si sposta nel “pianeta urbano”, nonché sulla formazione dei progettisti. Il cambiamento di teorie e prassi, iniziati anni addietro, approda oggi al “progetto ecologico”, con un approccio nuovo e sensibile, una maggiore attenzione verso la dimensione naturalistica, che si misura con risorse in meno e problemi in più. Nasce dunque dal fallimento di un modello urbanistico, che ci lascia in eredità l’odierna esplosione urbana, la nuova sensibilità degli urbanisti italiani, attraversa l’esperienza, il progetto e la formazione e propone, con questo volume di interviste e testimonianze, nuovi percorsi per i modelli sostenibili.

TRENTINO: LE COMUNITA’ DI VALLE E L’OPPORTUNITA’ URBANISTICA

VDL

Mai come in queste giornate estive, il senso e la legittimità delle Comunità (di Valle), istituite con la Riforma Istituzionale del 2006, sembrano essere messi in grande discussione, compromettendo il loro valore ed anche lo loro stessa esistenza. La recente ordinanza del Consiglio di Stato sulla «incostituzionalità» dell’ente intermedio tra provincia e comuni è solo l’ultimo atto di un processo di smantellamento ideologico iniziato fin dal giorno dopo la loro istituzione. In questa drammatica fase della nostra storia istituzionale, dove è fin troppo facile evocare il taglio dell’ente in base alla razionalizzazione della spesa pubblica e della buona politica, è forse utile fare anche qualche breve riflessione su quello che le Comunità hanno portato di buono nel loro breve lasso di vita, in particolare per quanto riguarda la pianificazione ed il governo del territorio.

Come è noto l’istituzione delle Comunità è stato un inedito atto di decentramento amministrativo estremamente interessante per un territorio, come il nostro, dove per decenni tutto è stato saldamente in mano alla «provincia». E tra le competenze che il legislatore ha inteso delegare a livello intermedio, la più importante è probabilmente quella rappresentata dalla pianificazione territoriale. Ovvero le Comunità erano investite della responsabilità e dell’onore di mediare con i comuni nella formulazione di scenari di sviluppo territoriali, immaginati a scala sovracomunale. Il Piano territoriale della Comunità, è il dispositivo chiave di questo processo di emancipazione e non a caso era definito dalla normativa provinciale come lo strumento per individuare, «sotto il profilo urbanistico e paesaggistico, le strategie per uno sviluppo sostenibile del rispettivo ambito territoriale» al fine di «conseguire un elevato livello di competitività del sistema territoriale, di riequilibrio e di coesione sociale e di valorizzazione delle identità locali».

In questa visione, le Comunità erano immaginate come dei soggetti privilegiati nella costruzione e ricostruzione del rapporto tra le società locali e il territorio. Un rapporto importante che negli ultimi anni si era andato sfilacciando, schiacciato tra l’assenza di visione strategica dei Piani regolatori generali comunali e la visone, a volte troppo astratta, dei Piani urbanistici provinciali. La sfida contenuta nella riforma era appunto quella di «imparare» a governare in modo nuovo fenomeni complessi, partendo dalla consapevolezza che il territorio è un «patrimonio», allo stesso tempo economico (capitale territoriale), ambientale (capitale naturale) ed è sede di specifiche relazioni locali (capitale sociale). Il governo del territorio era, allo stesso tempo, un luogo neutro dove imparare ad abbattere ridicoli campanilismi ed iniziare a pensare un futuro delle comunità locali con un respiro più ampio rispetto al semplice orticello comunale.

In questi quattro anni le Comunità hanno lavorato in questa direzione. Un lavoro faticoso, che è stato anzitutto politico e culturale. È probabilmente presto per fare dei bilanci esaustivi di questa prima fase di pianificazione a scala di comunità ma è però importante mettere in evidenza i risultati ottenuti fino ad oggi. Ad esempio: per la prima volta negli ultimi decenni, i comuni si sono messi attorno ad un tavolo per cercare di immaginare uno sviluppo a scala sovracomunale. L’hanno fatto redigendo documenti d’intenti, collaborando attorno al tavolo di confronto e consultazione nominato ad hoc, assistendo a decine di incontri fatti sul territorio. Dopo anni nei quali i comuni hanno fatto a gara per avere su ogni territorio la piccola area artigianale, il campo sportivo, la strada tangenziale, la caserma dei vigili del fuoco volontari – con un conseguente spreco di risorse e, soprattutto, di suolo – sindaci ed assessori di comuni diversi hanno iniziato a confrontarsi su cosa fosse meglio fare. E, soprattutto, dove.

I Piani territoriali delle comunità non sono ancora stati approvati – pianificare richiede il suo tempo – ma hanno già fatto qualcosa di molto importante. Probabilmente è proprio grazie a questo sforzo di scontro e di confronto tra amministratori che oggi possiamo parlare con più tranquillità di «unione» dei comuni, tema che fino a non molto tempo fa era un vero e proprio tabù. Il ragionare a larga scala, il prendersi cura di tutto un territorio, l’immaginare una razionalizzazione dei servizi è stato un esercizio difficile ma molto utile ad amministratori e cittadini per abituarsi all’idea di un territorio organizzato politicamente in maniera diversa e proiettato in una dimensione di progetto aperta alle sfide che il nostro tempo di propone. L’urbanistica, infatti, ha bisogno di spazi più ampi, rispetto al piccolo territorio comunale, e la dimensione della «Comunità» appare l’ideale spazio per immaginare una pianificazione strategica circostanziata ed efficace.

Ecco perché in questa fase di discussione è fin troppo facile essere tentati di «buttare il bambino con l’acqua sporca». Eliminare le Comunità, e con esse la pianificazione a livello di comunità, significherebbe disperdere tutto un patrimonio di informazioni, di conoscenze e di progetti cresciuti in questi ultimi anni. Per questa ragione la politica dovrebbe seriamente interrogarsi anche su quanto di buono è stato fatto dall’implementazione della Riforma istituzionale ed immaginare uno scenario che – al netto degli aspetti costituzionali – tenga viva una maniera di fare urbanistica a scala di comunità di valle. Una dimensione ideale, dentro la quale le istanze delle comunità locali e l’impianto territoriale ed ambientale del loro intorno trovano un’efficace sintesi, capace di catalizzare visioni e progetti proiettati verso il futuro.

(Pubblicato sull’Adige del 2 agosto 2014)

Nel quartiere fantasma dell’archistar

Le albere

Esattamente un anno fa, l’8 luglio 2013, il nuovo quartiere «Le Albere» di Trento, firmato da Renzo Piano, veniva solennemente inaugurato, in una serata indimenticabile, fatta di concerti, spettacoli e con tantissima gente riversata nelle strade e nelle piazze. Un anno dopo il quartiere si presenta, però, in tutta la sua desolazione. Gran parte dei suoi alloggi, verrebbe da dire la quasi totalità (si parla del 90%), sono vuoti, evidentemente rimasti invenduti. Anche gli esercizi commerciali previsti a pian terreno – salvo alcune eccezioni – sono ancora inutilizzati. Dal tardo pomeriggio, quando il parco pubblico annesso si svuota, il quartiere rimane deserto e le folle della serata inaugurale, durante la quale Trento sembrava finalmente una città europea, sono solo un lontano ricordo.

A distanza di dodici mesi dal taglio del nastro, il quartiere sta lentamente diventando un bubbone dentro la città, sempre più incontrollabile, i cui esiti sociali ed urbanistici sono ancora tutti da determinare. I motivi di questo fallimento fino ad oggi elencati riguardano sostanzialmente aspetti di natura economica. I prezzi degli alloggi sono alti, si è soliti dire, la crisi economica sta mordendo le famiglie e le banche non fanno più credito. Si tratta di problemi sicuramente reali, ma che non coprono l’intero spettro delle cause che hanno portato ad una simile emergenza. Ecco perché, sulla scorta di questa esperienza, può essere interessante fare alcune riflessioni di natura urbanistica e culturale.

La prima questione è quella del sito geografico. «A pochi minuti a piedi da piazza Duomo» diceva un soddisfatto Renzo Piano durante uno dei primi sopralluoghi. Già. Ma anche in uno dei luoghi meno ospitali della conca di Trento, collocato proprio sotto le pendici del Monte Bondone, dove il sole tramonta ben prima della fine naturale delle giornate. Un sito sul quale non era mai stata edificata residenza, un luogo urbano periferico che i nostri padri avevano, forse saggiamente, relegato a sito produttivo e non a spazio di relazione e abitativo, come è avvenuto nel caso delle «Albere».

Il secondo tema è quello dell’architettura «griffata». I promotori dell’operazione hanno pensato di valorizzare gli alloggi facendoli «firmare» da uno degli architetti più affermati del momento. Ma i trentini hanno fatto spallucce. Ovvero: nella città di Trento non esiste un gruppo sociale così numeroso – una «borghesia» avremmo detto qualche decennio fa – interessato a farsi vanto di abitare in una casa pensata da un’archistar. Anzi: «l’understatement» tipico dei trentini, che non ostentano mai il proprio status sociale, si è rilevato come un vero e proprio limite della struttura urbanistica e architettonica, che avrebbe potuto funzionare in tantissime altre città italiane, ma non in quella del Concilio tridentino.

Infine, la terza questione, direttamente legata alla precedente. L’intero progetto è stato elaborato nello studio di Renzo Piano. In una provincia che conta più di mille architetti e più di tremila ingegneri, non è stata costruita una operazione culturale capace di integrare conoscenza internazionali con professionalità locali. Nessun ingegnere o architetto è stato coinvolto nella progettazione, dando all’intera operazione il sapore di un prodotto che viene da lontano, imposto, calato dall’alto, incapace di creare ricchezza – intesa anche come «know-how» – sul territorio.

Che fare adesso, allora? Prima che la situazione si avviti ancor più su se stessa occorre che la politica, prima ancora degli investitori, s’interroghi sul futuro del quartiere delle Albere. È giunto il momento di individuare un altro target di possibile abitante. Aprendo le porte a fasce sociali fino ad oggi ignorate e che possono essere interessate ad una modalità nuova dell’abitare – non più una classe medio-alta, ma studenti, ricercatori stranieri, giovani coppie. Naturalmente prevedendo al contempo degli affitti capaci di adattarsi a tasche meno capienti. Ecco allora: trasformare «Le Albere» in un quartiere «cool». Un luogo di artisti e di pensatori. Di intellettuali e di studenti. E, probabilmente, di non-trentini. Forse è l’unico modo per uscire dallo scacco in cui ci troviamo. E per evitare che, quello che doveva essere il nuovo cuore della città, si trasformi progressivamente in un buco nero, in un luogo sconosciuto ed irriconoscibile, lontano dal nostro immaginario, stretto tra la ferrovia ed il fiume.

(Pubblicato su “A”, luglio 2014)

Novita’ in edicola: “Sentieri Urbani nr. 13″

SU13Sentieri Urbani 13

Spazi pubblici e sicurezza urbana

A cura di Alessandro Franceschini  e Margherita Meneghetti

Con un’intervista a Zygmunt Bauman.

Con saggi di: Giandomenico Amendola, Sabrina Borghesi, Serena Bressan, Giorgio Antoniacomi, Andrea Di Nicola, Eleonora Guidi, Margherita Meneghetti, Gian Guido Nobili, Luca Pietrantoni, Monica Postiglione, Marco Sorrentino, Bruna Zani.

 

Il tema sviluppato all’interno del numero 13 di Sentieri Urbani è quello della «sicurezza», o meglio, dell’«insicurezza urbana». Tale concetto è di estrema attualità se si considera il continuo evolversi delle problematiche riferite alle città contemporanee ed è di tipo interdisciplinare perché tocca numerosi aspetti del vivere in un contesto urbano. La tematica dell’ insicurezza urbana inizia a prendere piede in Italia a partire dagli anni Novanta del Novecento, diviene presto un importante indicatore di misurazione della qualità della vita nelle città ed entra prepotentemente a far parte dell’Agenda Setting delle Amministrazioni nazionali e locali: lo spinoso oggetto diviene subito di forte presa mediatica e si trova ad avere un effetto negativo, ansiogeno e, talvolta, patologico su determinati soggetti fragili, in particolare bambini, donne e anziani.

Oltre all’aspetto oggettivo della sicurezza, configurato principalmente dalle statistiche della criminalità, della delittuosità e da quelle di vittimizzazione, in questo numero della rivista si è deciso di dare maggiore rilievo al versante soggettivo, quello cioè della percezione della sicurezza: tale sentimento si vedrà che può essere declinato in vari modi, e che è il prodotto di numerose variabili che spesso hanno poco a che fare con la criminalità reale, ma che incidono fortemente sul sentimento di benessere fisico e mentale e sul tipo di rapporto che l’individuo instaura con lo spazio e con il contesto sociale in cui si trova ad agire.

Novita’ in libreria: “Dal Belvedere”

Dal Belvedere

Alessandro Franceschini, Paolo Sandri, ”Dal Belvedere” (BQE Editrice, 2013, 29 euro).

Disponibile nelle migliori librerie.

 

 

 

L’uomo vive immerso nel suo ambiente esistenziale. Un’immersione totale e totalizzante che rappresenta, assieme al linguaggio, uno dei fenomeni attraverso i quali l’identità individuale e quella comunitaria nascono e crescono. Gli uomini costruiscono un paesaggio e quel paesaggio, a sua volta, li “costruisce”, parafrasando una celebre frase di Winston Churchill. Una costruzione reciproca, stratificata, diacronica, che affonda le radici nei secoli della storia umana e che emerge nell’evidenza delle forme dell’aperto e nelle tradizioni dei popoli. Questa relazione esplode con tutta la sua forza all’interno di specifici luoghi del territorio che, per esposizione o per composizione morfologica dell’intorno, sono stati codificati nel loro uso dall’uomo, diventando i punti in cui la coscienza umana ed il mistero dell’ambiente, si toccano. Sono i «belvedere», ovvero quei luoghi dai quali l’uomo ammira il contesto che sta attraversando. E dai quali contempla – come in uno specchio – la propria condizione umana.

L’obiettivo di queste pagine è quello di rendere un omaggio ai belvedere dai quali, fin dalla notte dei tempi, l’uomo si confronta con il paesaggio circostante, e al ruolo che il belvedere ha dentro la maturazione dell’emozione paesaggistica dell’animo umano. L’indagine percorre l’itinerario geografico del bacino idrografico del fiume Adige, nell’ambito della provincia di Trento. Le fotografie di Paolo Sandri accompagnano il lettore in un percorso ideale che mette in evidenza i punti focali dei belvedere presenti lungo i solchi vallivi, nelle piane, sugli affacci del sistema morfologico trentino. Si tratta di punti di origine naturale o di matrice antropica collocati a volte nel fondovalle e a volte lungo le pendici: la selezione delle immagini cerca di contemplare sia il bisogno di descrivere tutto lo sviluppo del territorio indagato, sia l’originalità e la peculiarità dei punti di osservazione.

Carta o Bancomat? Ovvero, quel che mancava al rilancio delle professioni.

pos

Carta o Bancomat? Chi l’avrebbe mai detto di poter udire, dentro gli studi di architettura, questa domanda che di solito si sente nei pressi delle casse di un negozio o mentre si sta affannatamente sistemando la spesa dentro le sportine in un supermercato. Eppure non si tratta di fantascienza ma di «un’innovativa» previsione di legge – che dovrebbe diventare operativa dal 1° gennaio del 2014 – che obbliga tutti gli studi professionali italiani ad installare ed attivare (e si spera ad utilizzare) un apparecchio Pos (Point of Sale) per consentire ai clienti di pagare comodamente le fatture attraverso una procedura virtuale anziché utilizzando il contante. Lo scopo? Quello – si deduce dalla norma – di «contrastare l’evasione fiscale».

L’idea non è una boutade dell’ultima ora ma una delle misure previste dal Decreto Legge 179/2012 (il cosiddetto «Sviluppo bis») convertito, nel dicembre 2012, nella Legge 221 recante «ulteriori misure urgenti per la crescita del Paese».

Allora a Palazzo Chigi c’era Mario Monti che voleva trasformare l’Italia in un Paese «normale». Secondo questa legge, con il Pos i professionisti (non solo gli architetti ma anche gli ingegneri, i geometri ecc.) potranno leggere carte di debito (bancomat), carte di credito e carte prepagate e accreditare l’importo dovuto direttamente in conto corrente. Il «teorico» utilizzo di questi sistemi di pagamento elettronici è stato introdotto come uno strumento per garantire una maggiore tracciabilità delle transazioni economiche. Una misura forse non così urgente, visto che già il Decreto Legislativo 231/2007 in materia finanziaria aveva già imposto il «divieto di trasferimento di denaro contante o titoli per somme maggiori o uguali a mille euro».

Il Consiglio nazionale degli architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori non ha usato mezzi termini nel definire questa operazione burocratica «un ulteriore regalo alle banche», che costringerebbe gli architetti a «sostenere i costi di attivazione, installazione e di utilizzo». Un provvedimento, spiega un comunicato stampa del Nazionale, che «dimostra ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno, come Governo e Parlamento siano lontani e quasi estranei dai reali problemi del Paese».

Le professioni tutte stanno «soffrendo in maniera pesante l’impatto della crisi economica». Una crisi che gli architetti italiani stanno pagando «con la chiusura degli studi professionali» e con «una generazione di giovani professionisti destinati, di fatto, ad emigrare o a svolgere nel proprio Paese altri mestieri».

Un regalo alle banche, si diceva. In effetti è l’unica certezza che una simile innovazione porterà sul mercato. Secondo un’indagine dell’Osservatorio della Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro, che ha analizzato i dati macroeconomici dei movimenti bancari medi in questi ultimi anni, l’introduzione del Pos negli studi professionali frutterà alle banche un utile di oltre due miliardi di euro all’anno.

Il conto è presto fatto: in Italia le imprese si attestano su circa cinque milioni di soggetti che in un anno spendono mediamente sette mila euro per servizi professionali, con un volume di transazioni pari a circa trentacinque miliardi di euro. Applicando il 3% medio di commissione bancaria sui pagamenti si arriva a oltre un milione di euro in più di incassi per le Banche. Et voilà.

Ma non è tutto: per quanto riguarda più specificatamente i professionisti il «danno» (economico) potrebbe contenere anche una «beffa» (sostanziale): le attività professionali, infatti, prevedono pagamenti normalmente superiori ai massimali delle carte di debito e quindi la categoria sarebbe gravata dai soli costi fissi per l’attivazione e la gestione del Pos, a fronte di un suo (quasi) totale inutilizzo. Insomma – si permetta il tono ironico – questa previsione normativa era proprio quel che mancava per il rilancio delle professioni in Italia: in uno dei momenti più critici della storia delle professioni in Italia – nel quale si rischia veramente che tutto il know-how sedimentato nei decenni venga «buttato alle ortiche» – i nostri legislatori reputano cruciali simili iniziative. Ma signori, siamo seri: di che cosa stiamo parlando?

(pubblicato su “A”, dicembre 2013)

Il governo del territorio: una sfida “politica”

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Tra le sfide che l’attuale governo provinciale dovrà affrontare nei prossimi cinque anni, il governo del territorio – inteso come quell’insieme di azioni e pratiche progettuali di natura economica, urbanistica ed ambientale messe in campo per rendere un territorio più moderno, sostenibile e competitivo – rappresenta una delle questioni più urgenti e delicate.

Negli scorsi decenni, il governo del territorio è stato il fiore all’occhiello della nostra provincia e lo strumento che ha reso il Trentino un laboratorio d’avanguardia nell’implementazione di nuovo modelli di sviluppo economico locale.

Basti pensare al Piano urbanistico del 1967 firmato dall’urbanista Giuseppe Samonà e dal politico Bruno Kessler – il primo piano urbanistico d’area vasta del nostro Paese – che ha trasformato una provincia flagellata dall’emigrazione in un territorio capace di attirare risorse e cervelli da tutto il mondo. Oppure al Piano urbanistico del 1987, firmato dall’urbanista Franco Mancuso e dal politico Walter Micheli, che ha saputo cogliere le istanze della salvaguardia dell’ambiente, preservando ampie parti di territorio dalla speculazione edilizia ed economica.

Il Piano attualmente in vigore, approvato nel 2008, è stato costruito nel solco delle due esperienze precedenti ma ha saputo adottare, al contempo, alcuni interessanti accorgimenti innovativi. Ha introdotto, ad esempio, il tema del «paesaggio» – inteso come metafora della costruzione identitaria collettiva – per controllare il valore delle azioni di sviluppo. E ha contemplato il concetto di «sussidiarietà responsabile» inteso come occasione per demandare alle comunità locali le scelte di sviluppo del territorio. Si tratta di un piano ricco di potenzialità che punta a responsabilizzare gli enti intermedi fra Comuni e Provincia – le «Comunità» ed i loro piani territoriali – nelle scelte di sviluppo locale. L’enfasi posta nello strumento urbanistico sul concetto di partecipazione significa proprio questo: la pianificazione del territorio deve tornare ad essere un patrimonio di tutti e non un ordine calato dall’alto.

Tuttavia, se pensiamo a quanto è cambiato il nostro mondo da quando l’ultima revisione del piano è stata approvata, appare chiaro che stiamo parlando di uno strumento già obsoleto. Un lustro è un tempo molto ridotto quando si parla di pianificazione. Ma negli ultimi cinque anni la crisi economica, la riduzione delle finanze pubbliche e la «spending review» hanno completamente stravolto i paradigmi sui quali si fonda la nostra azione sul territorio. Il piano vigente è un piano di sviluppo che contempla espansioni edilizie e produttive, che immagina infrastrutture tangenziali ai centri abitati. È un piano che recepisce la visione di «Metroland», oramai sparita da tutte le agende politiche. È, insomma, un piano inadatto ad affrontare le sfide dei prossimi anni per le quali non si potrà più ragionare come si è fatto negli ultimi decenni.

Le sfide che oggi dobbiamo raccogliere sono di altra natura: non più politiche di espansione residenziale ma «riduzione» delle aree urbanizzabili; non più costruzione d’infrastrutture pesanti ma «riutilizzo» della rete esistente; non più implementazione di aree industriali ma «riciclo» dei tanti capannoni inutilizzati.

Nella pratica, occorre lavorare sulla riqualificazione del patrimonio edilizio pubblico e privato esistente; occorre ridurre il consumo di suolo agricolo e lo spreco energetico prodotto dagli edifici; occorre guardare con occhio nuovo i nostri centri storici che possono essere riqualificati per accogliere nuove residenze e nuovi turismi; occorre rivalutare gli spazi urbani esistenti; occorre pensare ad una mobilità urbana e territoriale sensibile, riqualificando il più possibile la rete esistente.

In questi mesi le comunità di valle del Trentino stanno lavorando nell’implementazione del loro strumento urbanistico. Un lavoro importante, che potrà recepire, a livello locale, alcune di queste priorità, reindirizzando o dando gerarchia nuova agli scenari dettati dal Piano urbanistico provinciale. Si tratta di un lavoro che deve essere fatto con attenzione ed intelligenza, mediando tra le aspirazioni di sviluppo delle società locali e le potenzialità – spesso inespresse quando non addirittura ignorate – dei territori. Un’operazione di ricucitura culturale, prima ancora che di progettazione territoriale, capace di rendere consapevole la coscienza collettiva delle nuove scommesse di crescita che siamo invitati ad affrontare.

Se nell’immediato quest’azione potrà portare ad alcuni risultati, nel lungo periodo è necessario compiere una riflessione più strutturata. Per questa ragione i prossimi anni di governo dovranno avere un’attenzione particolare al territorio, mettendo mano ad un nuovo aggiornamento del Piano urbanistico provinciale.

Un lavoro straordinario per dotarci di tutti gli strumenti necessari per affrontare una situazione straordinaria, che da emergenziale si sta trasformando in ordinaria. Dovremmo fare più cose con meno risorse e fare meglio con meno sprechi.

Ma per fare questo occorre avere un progetto, un’idea di futuro e un’immagine di territorio. Una visione di un Trentino che vince la crisi diventando migliore. Una speranza che solo un piano urbanistico, costruito sulle necessità dettate dai «tempi nuovi», può darci.

 (pubblicato sul quotidiano l’Adige del 2 gennaio 2013)

 

Competenze (e incompetenze) professionali

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La questione, se non fosse vera, potrebbe sembrare quasi comica. Sempreché si possa ridere di un Paese (il nostro) incapace di emanciparsi dalle vecchie consuetudini che lo rendono ancora un luogo culturalmente arretrato, lungi dal diventare moderno e al passo con i tempi. Si sta parlando del triste teatrino andato in scena nei mesi scorsi presso la Commissione Lavori pubblici del Senato durante il quale, come nel gioco delle tre carte, si è cercato di mascherare per modernità la fame di competenze di alcune corporazioni professionali. Veniamo ai fatti: sul tavolo di quella commissione si è provato ad estendere, con un apposito disegno di legge, il 1865, le competenze professioni dei tecnici non laureati creando un albo unico per tutti.

Presentato alla fine del 2009, ma rimasto nei cassetti della Commissione per quasi due anni, il provvedimento è ritornato in discussione a metà aprile scorso. La «ciccia» del disegno, presentato – udite-udite – dalla senatrice-architetto Simona Vicari (Pdl), sta nella possibilità che geometri e periti possano svolgere alcune attività finora riservate ai tecnici laureati come le attività di progettazione e collaudo di edifici in cemento armato. Oltre alla possibilità di elaborare piani di lottizzazione, dopo aver frequentato, bontà loro, un corso di aggiornamento professionale di 120 ore.

Dare un’occhiata al disegno di legge è un’esperienza che può far arrabbiare, perché nega, in un sol colpo, tutta la retorica che si è soliti fare sull’importanza dello studio e della formazione. Leggiamo, ad esempio, il primo articolo: «Sono di competenza anche dei geometri (…) e dei periti (..) il progetto architettonico e strutturale, i calcoli statici (…), la direzione lavori, la contabilità, la liquidazione e il collaudo statico ed amministrativo degli edifici di nuova costruzione, l’ampliamento, la sopraelevazione, la ristrutturazione ed il recupero edilizio, (…) con i seguenti limiti: a) in zona non sismica: non più di tre piani fuori terra oltre al piano seminterrato o interrato; b) in zona sismica: non più di due piani fuori terra, oltre al piano semi-interrato o interrato».

Per fortuna la nostra categoria non ha perso tempo: «Gli architetti – ha scritto in un duro documento il presidente Leopoldo Freyrie – manifestano la ferma volontà di opporsi a questo genere di iniziative che in maniera subdola e nell’assoluto dispregio di norme di rango comunitario e dei principi di diritto comunitario, spalancando il mercato a soggetti non adeguatamente o per niente formati in un frangente in cui l’interesse pubblico e privato acclama ben qualificate e specifiche competenze in campo edilizio, strutturale, urbanistico, energetico e di tutela del paesaggio».

La riforma delle professioni deve essere l’occasione fondamentale per chiarire, senza ambiguità, i limiti delle competenze professionali dei tecnici non laureati. Valorizzando le loro (tante) competenze ma limitando con chiarezza i campi nei quali non hanno avuto un’adeguata formazione. E questo deve essere fatto in maniera laica, guardando con attenzione a quello che avviene in tutti i paesi avanzati d’Europa. Dove l’architettura non è appannaggio di tante le figure professionali ma una prerogativa degli architetti. Anche l’Italia deve puntare sull’alta formazione dei tecnici che si occupano di architettura e di urbanistica: perché operare dentro il paesaggio è sempre di più complesso, è un’operazione a cuore aperto che necessità di formazione, competenze e sensibilità.

Ma, in questo senso, il lavoro da fare è ancora molto. E diventa difficile non pensare alla Biennale di Architettura del 2010, quando dentro il Padiglione Italia (forse non a caso), capeggiava la scritta: «98% of the architecture worldwide is designed without architects». Che sia anche questa la causa della cattiva qualità delle nostre città, del degrado dei nostri paesaggi e della banalità della nostra architettura?

Una categoria di giovani, di precari, di indebitati, di subordinati, di (probabili) trasmigratori

 

Civiltitaliana

C’è una lettura che non è piacevole intraprendere ma che deve esser fatta. Perché ci racconta, impietosamente, il mestiere dell’architetto com’è oggi, lontano dai cliché e dai pregiudizi che ancora accompagnano questa professione.

Stiamo parlando dell’edizione 2013 del «Rapporto Cresme» (disponibile on-line), che da tre anni a questa parte viene redatto per descrivere lo stato della professione in Italia. L’indagine – promossa dal Cresme e dal Centro studi del Consiglio Nazionale degli Architetti PPC – affronta temi che spaziano dalla congiuntura economica, al tema della condizione lavorativa e professionale degli architetti con un approfondimento sulla situazione dei più giovani, passando per la questione dell’internazionalizzazione.

Proponiamo un sintetico riassunto dell’indagine che merita, tuttavia, di essere letta in tutte le sue 123 pagine. Anzitutto i numeri: gli architetti italiani sono centocinquanta mila, «quasi un terzo di tutti gli architetti europei». Il nostro Paese si conferma il più densamente abitato dai seguaci di Brunelleschi: «cinque ogni duemila abitanti», più del doppio rispetto alla media europea. Un trend che è esploso negli ultimi vent’anni per cui oggi il 35% degli architetti iscritti agli albi ha meno di 40 anni». Di questo esercito di matite in cerca di autore il 40%, è composto da donne, «una quota che è andata rapidamente aumentando negli ultimi anni», e destinata a crescere ancora. Le colleghe non se la passano, tuttavia, molto bene: ad oggi gli architetti guadagnano il 70% in più delle architette.

Alla componente giovanile della categoria è dedicata parte dell’attenzione del rapporto: a dieci anni dal conseguimento del titolo «il reddito mensile medio netto di un giovane architetto risulta di circa 1.300 euro, contro una media complessiva di 1.600 euro». Non solo: il 73% dei giovani architetti oggi inizia la carriera come lavoratore precario e dopo 7 anni dal conseguimento del titolo il 36% lavora ancora come collaboratore esterno in uno studio di terzi. Oltre il 40% dei collaboratori o dipendenti degli studi di architettura guadagna meno di 1.000 euro al mese e solo il 12% supera i 1.500.

Veniamo ora alle brutte notizie: «la combinazione di crisi economica e inversione del ciclo edilizio ha comportato in sei anni la perdita di quasi un terzo del reddito professionale annuo, tanto che nel 2012 il reddito medio potrebbe essere sceso a poco più di 20 mila euro».

Contemporaneamente, «il mercato potenziale degli architetti nelle costruzioni è calato del -36%», il che ha significato un crollo di oltre il -45% del mercato disponibile per il singolo professionista. Una situazione drammatica, destinata a peggiorare: il 37% degli architetti «si attende forti flessioni del fatturato nel 2013». A questo rosario si aggiunge la beffa delle insolvenze (per il 32% l’insoluto raggiunge il 20% del volume d’affari), l’assurdità delle attese (150 i giorni per ottenere un pagamento dalla Pubblica Amministrazione) e il dramma dell’indebitamento (che interessa il 38% degli iscritti).

Il rapporto Cresme, naturalmente, non ha ricette risolutive ma pone delle questioni sulle quali è importante interrogarsi. In particolate emerge «la convinzione che sia ormai arrivato, anche per gli architetti, il momento per un salto di scala nel know-how, nella conoscenza e nell’uso delle tecnologie, nell’internazionalizzazione».

Investire sui più giovani «può rappresentare la carta vincente in un contesto di mercato sempre più competitivo ed esigente».

E sull’internazionalizzazione: non a caso il 40% degli architetti italiani sta già pensando di lavorare all’estero: in Norvegia gli architetti nel 2012 hanno avuto a disposizione un potenziale di oltre 1,7 milioni di euro a testa, in Svizzera oltre 1,4 milioni di euro, in Finlandia, come in Austria, 1,2 milioni. Cifre da capogiro rispetto alle nostre (133 mila euro a matita) . Ma buoni sbocchi vi sono anche in Francia e Regno Unito. Insomma se la crisi continua a mordere, la migrazione potrà essere un’importante opportunità per esercitare il mestiere. L’Europa come occasione: forse val la pena farci qualche ragionamento.

 (pubblicato su “A” giugno-settembre 2013)