L’EUROPA RICOMINCI DA QUI

Venerdì 15 marzo 2019 il cuore di Trento ha battuto all’unisono con quello di tutto il mondo grazie alla straordinaria manifestazione promossa delle ragazze e dai ragazzi di #friday4future. Un’ondata imponente – solo in Italia sostenuta da 235 cortei e manifestazioni – che chiede il cambiamento nella politica ambientale dei potenti della terra. Una manifestazione su scala globale che non ha precedenti e che dimostra inaspettatamente che i ragazzi di questo tempo non sono avulsi dalla realtà o concentrati solo sui loro telefoni cellulari, ma hanno maturato una forte etica politica prima ancora che ecologista.

Tra il 23 e il 26 maggio prossimi, i cittadini dell’Europa saranno invitati a scegliere democraticamente la composizione di un nuovo parlamento europeo. Non si tratta di un passaggio scontato. Come spiega il politologo Emanuele Massetti, intervistato su Uomo, Città, Territorio nr. 519, il prossimo appuntamento elettorale arriva in un momento particolarmente critico per l’istituzione europea, incapace di affrontare temi di grande importanza, come i diritti civili, l’immigrazione, la protezione dell’ambiente. E proprio per questa ragione l’esito delle urne sarà particolarmente importante: perché potrà decretare il rilancio o il depauperamento irreversibile di questa straordinaria intuizione politica, nata nella testa – tra gli altri – di un trentino come Alcide De Gasperi.

Credo che la nuova Europa debba ricominciare il suo percorso dalle facce, dagli occhi, dalle grida di quei milioni di ragazzi scesi in piazza per chiedere un futuro migliore. Promuovendo un’agenda politica capace di interpretare le urgenze del nostro tempo: la sostenibilità ambientale, la giustizia sociale, la lotta ai cambiamenti climatici. Facendo diventare il «Vecchio continente» un baluardo di sperimentazione nel perseguire la sostenibilità ambientale e lo sviluppo sostenibile, ben oltre i protocolli internazionali sottoscritti negli ultimi anni. Perché la vera urgenza democratica è quella di dare un futuro a quelle ragazze e a quei ragazzi che, in unico coro, ci hanno ricordato che, come recita un vecchio proverbio, la Terra non ci è stata data in eredità dai padri, ma in prestito dai figli.

[Pubblicato su Uomo, Città, Territorio nr. 519]

L’EVENTO: “IL BONDONE COME LO VORREI”

Il Bondone come lo vorrei.

All’interno delle 3 serate di informazione e di riflessione promosse dal Comune di Trento e dedicate alla cittadinanza sul tema dell’impianto di collegamento veloce tra la città di Trento e il Monte Bondone, il 16 maggio si terrà una serata dedicata alle testimonianze di una selezione di architetti che, a livello locale, hanno sviluppato riflessioni sull’urbanistica e la fruizione dei territori montani. Si discuterà dello stato attuale della situazione paesistica del Monte Bondone in rapporto alle strutture in edificato e in viabilità, delle possibili trasformazioni per migliorarne il paesaggio, la vivibilità e la fruizione. La serata, introdotta da Susanna Serafini, Presidente dell’Ordine degli Architetti di Trento, sarà coordinata da Alessandro Franceschini con la presenza di Emanuela Schir, Alberto Winterle e del prof. Bruno Zanon, componente del Comitato Scientifico di Tsm-Step – Scuola per il Governo del Territorio e del Paesaggio.

16 maggio ore 20:30, presso la sala conferenze del Muse di Trento.

Workshop a “Eco-Innovation Academy 2019”

Conoscenza, formazione, scambio di esperienze. Progetto Manifattura conferma la propria vocazione di incubatore e punto di riferimento per la formazione all’imprenditorialità ecosostenibile.  Il mercato sorride soprattutto alle imprese ad alto contenuto innovativo, anche nel settore edilizio. Ecosostenibilità è la parola vincente. Nel mentre proseguono serrati i lavori della “Be Factory” di Trentino Sviluppo che daranno vita al progetto dell’arch. Kengo Kuma, nel rispetto dei migliori standard di sostenibilità e benessere degli ambienti di lavoro,  è ai nastri di partenza un percorso di formazione, una vera e propria “scuola di imprenditorialità”, articolato in trenta seminari specialistici sui temi dell’edilizia sostenibile, dell’efficienza e del risparmio energetico, della gestione dei cantieri, della legislazione che regola l’ecosostenibilità delle attività edilizie. I corsi sono rivolti a startupper, imprenditori e professionisti. Per architetti e ingegneri iscritti sono previsti crediti formativi. L’Academy è promossa come iniziativa di sistema, da Trentino Sviluppo, Ecoopera, Habitech, Green Building Council, Ordine degli Ingegneri di Trento.

Il workshop di lancio è in programma venerdì 29 marzo in Progetto Manifattura, presso la Sala Affreschi, a partire dalle ore 17.00. Sarà guidato da Maurizio Melis, conduttore di “Smart City” su Radio24. Intervengono Paola Moschini, architetto con esperienza nelle certificazioni Leed e fondatrice di Macro Design Studio, Nicola De Pisapia, ricercatore del Dipartimento di Scienze Cognitive dell’Università di Trento e advisor del Well Mind Board e Alessandro Franceschini, vicepresidente dell’Ordine degli Architetti del Trentino ed esperto di paesaggio e riqualificazioni urbane.

[Nella galleria, due momenti dell’evento. Foto di Paolo Pedrotti]

Un Paese finalmente civile

Viaggiare è uno dei grandi piaceri della vita. Si lasciano le certezze, i ritmi quotidiani, per scoprire nuovi paesaggi, nuove dimensioni esistenziali, nuovi modi per vivere in comunità. Tuttavia, a volte, il viaggio non è la libera scelta di una parentesi di villeggiatura, ma una necessità di vita dettata dalle precipue condizioni del proprio luogo di origine. Nel corso della storia, gli esseri umani hanno spesso intrapreso viaggi per trovare qualcosa che non riuscivano ad avere a casa propria. Nuove frontiere, nuove terre, nuove città. E così anche oggi, i viaggi nascono da un forte desiderio di emancipazione, di rivalsa, da parte di significative fette della popolazione, soprattutto giovanili. Questo numero di Uomo, città, territorio, vuole parlare di questo.
Ci sono i giovani africani che cercano di arrivare nel nostro Paese per sfuggire alle guerre o semplicemente ad una vita di stenti e di fatica. Scappano da luoghi depauperati dall’ingordigia occidentale che, nel corso dei secoli, li ha depredati di materie prime, di risorse umane, di riferimenti culturali, di usanze tradizionali, di elementi d’identità. Fuggono in cerca di una vita migliore, per una chance esistenziale innata nell’uomo. E vengono da noi perché vedono nel nostro mondo, nelle sue luccicanti paillettes tecnologiche, un luogo da favola, proiettato in un futuro irraggiungibile dai deserti e dalle steppe del continente nero. Un viaggio che spesso si ferma su un barcone, nelle acque di un porto italiano “chiuso” dal populismo della politica.
E ci sono i giovani italiani. Certo non sono così affamati e disperati come i loro coetanei africani, ma anche essi fuggono da un Paese inospitale in cerca di una prospettiva di vita più soddisfacente. Hanno studiato a lungo e si sono formati con entusiasmo e passione. Ma, una volta entrati nel mondo del lavoro, hanno scoperto che non c’era spazio per loro. Il mercato del lavoro in Italia è bloccato. E quando è aperto, è mal pagato, incapace di valorizzare le competenze, burocratizzato e inefficiente. Chi va all’estero se ne accorge subito, e per questo non torna più. Quello che era iniziata come una leggera esperienza dopo la laurea, si trasforma ben presto in una scelta di vita senza ritorno, che lascia famiglie spezzate, genitori soli e un Paese più povero di intelligenze e di energie. Queste pagine di Uct sono dedicate a questi due fenomeni, tanto differenti quanto incredibilmente simili. Se da un lato, infatti, una certa mobilità giovanile è comprensibile e perfino auspicabile, dall’altro questi fenomeni evidenziano che qualcosa si è rotto nel susseguirsi delle prospettive generazionali. E questo emorragia di ragazzi che se ne vanno e non tornano più deve obbligare tutti ad una profonda riflessione. Soprattutto chi – come politici e amministratori – ha l’onere di scegliere verso dove indirizzare le politiche di sviluppo. Ecco: mi piacerebbe che l’Italia diventasse un Paese capace di trattenere i propri figli e capace di accogliere quelli in cerca di un futuro migliore. E questi giovani, in un patto tra pari, fossero in grado di inventare un nuovo miracolo italiano. Questa volta non solo economico. Ma anche etico e sociale. Finalmente civile. 

[Pubblicato su Uomo Città Territorio 518]

DISEGNARE IL PAESAGGIO, DOPO LA TEMPESTA

Passeggiare per i boschi del Trentino, in queste settimane, è un’esperienza del tutto nuova, caratterizzata da una sofferenza inaudita. I segni della pioggia e del vento che hanno sconquassato il nostro territorio nello scorso mese di novembre, stanno mostrando ora tutta la loro drammaticità. Interi boschi sono stati rasi al suolo. Alberi altissimi, come esili bastoncini, sono riversati gli uni sugli altri, in un tragico gioco di equilibri. Parchi storici, boschi novelli, alberi secolari si sono arresi alla furia del vento che, salendo dal fondovalle, ha trascinato con se tutto quello che trovava sul proprio cammino.

I nostri boschi, oggi, sono una ferita aperta, ancora sanguinante. I fianchi delle montagne appaiono nudi, le cime mozzate, i fondovalle desolati. I corsi d’acqua si mostrano brutalizzati dalla furia della pioggia e faticano a ritrovare il loro scorrere naturale. Migliaia di chilometri di sentieri sono ora impercorribili. E lo saranno per molto tempo. Alcune cime sono tornate ad essere inaccessibili, o meta solo di qualche coraggioso avventuriero. Ovunque regna un silenzio irreale, molto più tragico di quella dolce quiete che sempre cercano gli appassionati di montagna.

Di fronte a questa desolazione è facile perdere la speranza. Difficile trovare la forza per tagliare il legno, per sistemare, per portare a valle milioni di alberi accasciati al suolo. Impossibile trovare posto per tanto materiale, destinato a diventare ben presto un «rifiuto» impossibileda smaltire. La nostra terra, infatti, non è una fabbrica di legname – nella quale più se ne produce, meglio è – ma una comunità che ha costruito con il proprio intorno ambientale un delicato equilibrio di reciproca cura e sussistenza. Fatto di un continuo rinnovamento del bosco. Fatto di attesa e di pazienza.

Tuttavia, passata la desolazione e il dolore, è forse possibile fare qualcosa d’importante. Ad esempio, potrebbe essere utile trasformare l’occasione della caduta di tanti alberi in una chance per ristabilire un limite alla crescita del bosco, negli ultimi anni andata perduta dal progressivo abbandono delle valli. I dati forestali, infatti, parlavano di un aumento esponenziale del bosco – che, dalla fine dell’Ottocento, cresceva ininterrottamente di circa l’1% all’anno – con una conseguente radicale modificazione del paesaggio. Il bosco, infatti, ha progressivamente occupato spazi un tempo dedicati al pascolo, al seminativo, al prato, arrivando, in molti casi, a lambire i centri abitati.

Ecco che questa immane tragedia ambientale può diventare un’occasione inattesa per ristabilire i limiti del bosco e per disegnare nuovamente le forme del nostro paesaggio. Trasformando una pagina buia della storia forestale trentina in un nuovo inizio, teso ad un utilizzo ancora più crescente e consapevole del bosco, capace di ristabilire un rinnovato equilibrio con i processi naturali, allo scopo di rendere ancora più autentico e consapevole il paesaggio dentro il quale le comunità del Trentino vivono, operano e si riconoscono.

[Pubblicato su UCT417 del gennaio 2019. Nella foto, il Dosso di Costalta, in Trentino]

“I QUARTIERI DI TRENTO” 4: MADONNA BIANCA

A Trento esiste un quartiere capace di evocare le sperimentazioni urbanistiche del Novecento: Madonna Bianca. Costruito negli anni Settanta sulla collina di Trento, con le sue Torri svettanti al cielo, è la porta di ingresso alla città per chi viene da sud. Con la chiesa, i servizi, il verde pubblico e la piscina rappresenta però anche un caso emblematico – e compiuto – di edilizia sociale e di urbanistica post moderna. Perché? Se lo chiedono gli autori della rubrica televisiva Tapis Roulant della Rai di Trento.

Partecipano alla puntata – condotta dalla giornalista Silvia Gadotti – l’ingegner Luciano Perini – che ha progettato il quartiere insieme all’architetto Marcello Armani, con E. Ferrari, P. Mayr, M. De Santis – l’architetto Alessandro Franceschini – che parla di pianificazione urbanistica per lo sviluppo – l’ingegnere Michela Chiogna – per spiegare il nuovo piano di restyling delle Torri. Sono presenti anche l’agricoltore Giuliano Micheletti che racconta un altro modo di vivere il quartiere e Luca Moser presidente della società Rari Nantes Trento, che indica l’importanza sociale dell’impianto sportivo. Il programma verrà messo in onda domenica 6 gennaio dalle 9.45 su Rai Tre (all’interno del programma Tapis Roulant) e in replica in serata alle 22.30 sul canale 103 del Digitale Terrestre. Oppure in Tv Live streaming raialtoadige.rai.it/it o Replay mediateca da lunedì 7 gennaio.

Tapis Roulant è una rubrica a cura della sede struttura Programmi della sede Rai di Trento; per “I quartieri di Trento” la regia è di Giuseppe D’Agostino, le riprese sono di Gianni Rigotti.

GUARDA LA PUNTATA DI TAPIS ROULANT

A ROVERETO: I “NUOVI PARADIGMI DELLO SVILUPPO URBANO”

All’interno delle discussioni legate al rilancio del Bosco della città di Rovereto, l’incontro si pone l’obiettivo di illustrare i nuovi paradigmi che caratterizzano lo sviluppo delle città, con un focus particolare sul tema della dialettica tra sistema ecologico e sistema antropico e sulla percezione collettiva del verde pubblico.

 

[Dall’Adige del 24 11 2018]

L’UTOPIA DI OTHMAR WINKLER

Othmar Winkler è stato un artista capace di incarnare, con grande anticipo sui tempi, l’idea di una Europa priva di confini politici e culturali. Tutta la sua opera – che è il frutto di una sintesi tra la sua origine austriaca e la sua esistenza italiana – è un omaggio al superamento di ogni limite geografico e identitario. In occasione della mostra “Europa”, allestita presso il Museo d’Arte Contemporanea di Cavalese nei mesi scorsi, è stato realizzato un film-documentario, con un presentatore d’eccezione: il teologo-filosofo Marcello Farina. La proiezione di questo documentario sarà l’occasione per riflettere sull’attualità del pensiero di Othmar Winkler, e in particolare sulla sua capacità di anticipare, proprio attraverso l’arte, i grandi cambiamenti politici che hanno interessato l’Europa del Secondo Novecento.

Sala degli affreschi
Biblioteca comunale di Trento
Via Roma, 55
TRENTO

venerdì 30 ottobre 2018
ore 17.00

Othmar Winkler e il Sessantotto

Il Sessantotto di Othmar Winkler

Mentre la città di Trento, come gran parte dell’Italia e dell’Europa del 1968, si incendiava in una grande manifestazione collettiva, dopo la quale nulla sarà destinato a tornare come prima, Othmar Winkler, scultore ma anche abile disegnatore, passeggiava per le strade della sua città d’elezione armato di penna e di taccuino per raccontare il clima di quelle irripetibili giornate. Dentro il grande sogno collettivo di quei momenti – durante i quali la città di Trento ha vissuto al ritmo delle parti più avanzate del mondo, come raramente ha saputo fare nel corso della propria storia – un artista venuto da oltre le Alpi lavorava silenziosamente per raccontare quanto stava avvenendo dentro le grigie sagome urbane della città del Concilio.
Il «sessantotto» ha rappresentato un momento cruciale per la storia culturale di Trento. La nascita dell’università e, in particolare, del corso di laurea in “sociologia”, aveva fatto giungere nel capoluogo trentino giovani sognatori provenienti da tutta l’Italia. Trento si era trasformata, fin sa subito, in una avanguardia del movimento studentesco, diventando uno dei luoghi di discussione più vivaci e dinamici del Paese. Dopo oltre cinquant’anni possiamo solo immaginare lo shock che l’arrivo di molti giovani istruiti e emancipati poteva aver provocato in una città sonnecchiante, gelosa della propria tranquillità, cullata dai ritmi atavici della religione e della tradizione secolare.
In questo contesto Winkler fa quello che ogni grande artista dovrebbe sempre fare: racconta il proprio tempo. E lo fa attraverso un’originale modalità che rappresenta un unicum tra le tante produzioni fatte dagli artisti durante gli anni della Contestazione. Lo fa grazie alla carta e alla penna, schizzando quello che avveniva dentro il teatro della città. Lungo le strade, nelle piazze, nelle osterie, nei luoghi di ritrovo dei giovani: l’artista diventa flâneur, per usare una bella immagine del poeta francese Charles Baudelaire, e vagabonda per la città provando emozioni nell’osservare quello che lo circonda. Una sorta di cronista che, in presa diretta, racconta quanto di straordinario stava avvenendo a Trento.
I disegni di Othmar Winkler dedicati al Sessantotto – che in questa mostra rappresentano una piccola parte – costituiscono un corpus di circa seicento fogli e che si affianca a due altri album tematici eseguiti dell’artista: uno dedicato al corpo degli Schützen e un altro focalizzato sulla figura del rivoluzionario austriaco Michael Gaismair. Nel caso del «sessantotto» si tratta di opere di grande semplicità tecnica (fogli normali di carta disegnati con penna a sfera) che però risultano estremamente complessi e articolati nei temi che affrontano: gli schizzi di Winkler sono dei saggi di antropologia, di moda, di psicologia: nel disegnare il modo di vestire di quei giovani, il loro modo di stare assieme, i luoghi in cui si ritrovano l’artista descrive tutto una società, tutto un ambiente, tutto un mondo.
Osservare oggi questi lavori, allora, è molto di più che guardare dei disegni di alto profilo formale. Significa immergersi nell’atmosfera di quelle giornate, percepirne i suoni e gli odori, le conversazioni fatte a voce grossa, gli slogan, le risate. Quella che ci ha regalato Winkler con questi disegni è una testimonianza di rara completezza e intensità: una documentazione che essere qualcosa di più di quella che leggiamo sugli articoli di giornale e nelle fotografie d’epoca. Perché ogni tratto di disegno è il flusso di un’energia che collega l’occhio e la mano dell’artista: qualcosa di magico, di unico e di irripetibile capace di portarci intatta l’emozione e l’intensità di quelle giornate di cinquant’anni fa.

Alessandro Franceschini

Gli scatti del vernissage sono di Danny Tamanini

Leggi l’articolo di Daniela Larentis su l’Adigetto.it