DISEGNARE IL PAESAGGIO, DOPO LA TEMPESTA

Passeggiare per i boschi del Trentino, in queste settimane, è un’esperienza del tutto nuova, caratterizzata da una sofferenza inaudita. I segni della pioggia e del vento che hanno sconquassato il nostro territorio nello scorso mese di novembre, stanno mostrando ora tutta la loro drammaticità. Interi boschi sono stati rasi al suolo. Alberi altissimi, come esili bastoncini, sono riversati gli uni sugli altri, in un tragico gioco di equilibri. Parchi storici, boschi novelli, alberi secolari si sono arresi alla furia del vento che, salendo dal fondovalle, ha trascinato con se tutto quello che trovava sul proprio cammino.

I nostri boschi, oggi, sono una ferita aperta, ancora sanguinante. I fianchi delle montagne appaiono nudi, le cime mozzate, i fondovalle desolati. I corsi d’acqua si mostrano brutalizzati dalla furia della pioggia e faticano a ritrovare il loro scorrere naturale. Migliaia di chilometri di sentieri sono ora impercorribili. E lo saranno per molto tempo. Alcune cime sono tornate ad essere inaccessibili, o meta solo di qualche coraggioso avventuriero. Ovunque regna un silenzio irreale, molto più tragico di quella dolce quiete che sempre cercano gli appassionati di montagna.

Di fronte a questa desolazione è facile perdere la speranza. Difficile trovare la forza per tagliare il legno, per sistemare, per portare a valle milioni di alberi accasciati al suolo. Impossibile trovare posto per tanto materiale, destinato a diventare ben presto un «rifiuto» impossibileda smaltire. La nostra terra, infatti, non è una fabbrica di legname – nella quale più se ne produce, meglio è – ma una comunità che ha costruito con il proprio intorno ambientale un delicato equilibrio di reciproca cura e sussistenza. Fatto di un continuo rinnovamento del bosco. Fatto di attesa e di pazienza.

Tuttavia, passata la desolazione e il dolore, è forse possibile fare qualcosa d’importante. Ad esempio, potrebbe essere utile trasformare l’occasione della caduta di tanti alberi in una chance per ristabilire un limite alla crescita del bosco, negli ultimi anni andata perduta dal progressivo abbandono delle valli. I dati forestali, infatti, parlavano di un aumento esponenziale del bosco – che, dalla fine dell’Ottocento, cresceva ininterrottamente di circa l’1% all’anno – con una conseguente radicale modificazione del paesaggio. Il bosco, infatti, ha progressivamente occupato spazi un tempo dedicati al pascolo, al seminativo, al prato, arrivando, in molti casi, a lambire i centri abitati.

Ecco che questa immane tragedia ambientale può diventare un’occasione inattesa per ristabilire i limiti del bosco e per disegnare nuovamente le forme del nostro paesaggio. Trasformando una pagina buia della storia forestale trentina in un nuovo inizio, teso ad un utilizzo ancora più crescente e consapevole del bosco, capace di ristabilire un rinnovato equilibrio con i processi naturali, allo scopo di rendere ancora più autentico e consapevole il paesaggio dentro il quale le comunità del Trentino vivono, operano e si riconoscono.

[Pubblicato su UCT417 del gennaio 2019. Nella foto, il Dosso di Costalta, in Trentino]

“I QUARTIERI DI TRENTO” 4: MADONNA BIANCA

A Trento esiste un quartiere capace di evocare le sperimentazioni urbanistiche del Novecento: Madonna Bianca. Costruito negli anni Settanta sulla collina di Trento, con le sue Torri svettanti al cielo, è la porta di ingresso alla città per chi viene da sud. Con la chiesa, i servizi, il verde pubblico e la piscina rappresenta però anche un caso emblematico – e compiuto – di edilizia sociale e di urbanistica post moderna. Perché? Se lo chiedono gli autori della rubrica televisiva Tapis Roulant della Rai di Trento.

Partecipano alla puntata – condotta dalla giornalista Silvia Gadotti – l’ingegner Luciano Perini – che ha progettato il quartiere insieme all’architetto Marcello Armani, con E. Ferrari, P. Mayr, M. De Santis – l’architetto Alessandro Franceschini – che parla di pianificazione urbanistica per lo sviluppo – l’ingegnere Michela Chiogna – per spiegare il nuovo piano di restyling delle Torri. Sono presenti anche l’agricoltore Giuliano Micheletti che racconta un altro modo di vivere il quartiere e Luca Moser presidente della società Rari Nantes Trento, che indica l’importanza sociale dell’impianto sportivo. Il programma verrà messo in onda domenica 6 gennaio dalle 9.45 su Rai Tre (all’interno del programma Tapis Roulant) e in replica in serata alle 22.30 sul canale 103 del Digitale Terrestre. Oppure in Tv Live streaming raialtoadige.rai.it/it o Replay mediateca da lunedì 7 gennaio.

Tapis Roulant è una rubrica a cura della sede struttura Programmi della sede Rai di Trento; per “I quartieri di Trento” la regia è di Giuseppe D’Agostino, le riprese sono di Gianni Rigotti.

GUARDA LA PUNTATA DI TAPIS ROULANT

Cinquant’anni del Piano urbanistico provinciale: tre lezioni ancora attuali

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L’anniversario dei cinquant’anni dall’entrata in vigore del Piano urbanistico provinciale (Pup), approvato il 12 settembre del 1967, rappresenta un’utile occasione per riflettere sull’importanza esercitata da quello strumento urbanistico nella storia e nello sviluppo del nostro territorio e, soprattutto, costituisce una opportunità per dare nuova linfa a quel progetto di modernizzazione del Trentino, nato nella testa di Bruno Kessler e dei suoi collaboratori all’inizio degli anni Sessanta. Il varo di quel piano, avvenuto dopo sei anni di intenso lavoro politico e pianificatorio, fu l’inizio di un’esperienza irripetibile per la nostra provincia che, nel corsi dei decenni successivi, ha saputo fare del governo del territorio una delle competenze più importanti dell’autogoverno, trasformando quest’assunzione di responsabilità in un fiore all’occhiello dell’Autonomia tridentina. L’urbanistica è stata lo strumento che ha reso il Trentino un laboratorio d’avanguardia nell’implementazione di nuovo modelli di sviluppo economico e forme di partecipazione direttamente legate ai territori e alle comunità locali.

A distanza di mezzo secolo da quegli eventi, le lezioni che si possono trarre dall’esperienza pianificatoria del Pup sono molte e tutte ancora estremamente attuali. In un Trentino devastato dalle bombe della Seconda guerra mondiale, Kessler aveva capito l’importanza della programmazione per lo sviluppo dei territori. Il Dopoguerra, nella nostra provincia, non era stato immediatamente un’occasione di sviluppo, come era successo nelle parti più avanzate del resto del Paese. Fame e Freddo erano i due fantasmi che si aggiravano spavaldi per le valli del Trentino, causando movimenti migratori sia interni (dalle valli ai centri urbani di fondovalle) che esterni (le ultime migrazioni “organizzate” dagli uffici della Provincia autonoma di Trento verso il Cile risalgono proprio all’inizio degli anni Sessanta). In questo contesto di grande difficoltà economica, dove il Trentino rischiava veramente di diventare un fazzoletto di terra «piccolo e solo», Kessler capì che non ci poteva essere crescita senza pianificazione, sviluppo senza visione, e che lo stesso progresso doveva essere calmierato da opportune azioni di mitigazione capaci di evitare gli effetti devastanti che uno sviluppo senza regole e senza criteri stava già facendo altrove.

La prima lezione che è bello ricordare di quell’esperienza di piano, è la forte carica utopica contenuta in quelle tavole urbanistiche. Non è un caso che un grande storico dell’urbanistica moderna come Leonardo Benevolo, avesse definito il Piano urbanistico del Trentino – che allora era la prima esperienza di pianificazione su area vasta implementata in Italia – una «utopia tecnicamente fondata». Il Piano firmato da Kessler e dall’urbanista veneziano Giuseppe Samonà non prevedeva solamente di industrializzare le arretrate aree rurali del Trentino, ma aveva in progetto la costruzione di cinque piccole aeroporti di valle, e di numerosi altiporti d’alta quota, utili a collegamenti a fini turistici, allora in forte sperimentazione in alcune aree europee. Anche se le piste di atterraggio non sono mai state realizzate, superate dal rapido incalzare degli eventi economici, il Trentino turistico di oggi, noto in tutto il mondo, è frutto di quel progetto straordinario, dalla forza propulsiva di quella visione, che non si poneva limiti d’immaginazione e che vedeva nel futuro una possibilità per emancipare un territorio povero e arretrato.

La seconda lezione è il gesto di grande umiltà che fecero allora i progettisti. Kessler portò a Trento il meglio della cultura urbanistica allora presente in Italia: l’urbanista Samonà, direttore della scuola di architettura di Venezia, allora una vera e propria «archistar» planetaria; il giovane Bernardo Secchi, in seguito divenuto il decano degli urbanisti italiani; un Romano Prodi fresco di laurea; uno sconosciuto Nino Andreatta che muoveva i primi passi nell’ambiente milanese della new economy. E ancora Sergio Giovanazzi, Sandro Boato (allora poco più che ventenni), Franco De Marchi, Pietro Nervi, Giampaolo Andreatta… : un gruppo di intelligenze acute ed eterogenee che si misero a girare il Trentino con entusiasmo e pazienza, di paese in paese, di casa in case, di assemblea in assemblea. Un esempio di partecipazione ante litteram, fatto in un contesto socio-culturale molto arretrato rispetto ad oggi, ma che seppe cogliere l’occasione di quel confronto come una sfida imprescindibile della crescita del territorio.

La capacità di coniugare, con grande anticipo sui tempi, lo sviluppo economico-territoriale e la tutela dell’ambiente, in una visione integrata, interdipendente e non contraddittoria, rappresenta la terza lezione che il Piano urbanistico provinciale del 1967 ci testimonia ancor oggi. Nelle scelte progettuali effettuate allora, l’urgenza dello sviluppo economico e la coscienza del valore del paesaggio sono due elementi tutt’altro che in conflitto, ma addendi di un medesimo ragionamento, capaci di muoversi all’unisono e di orientare profondamente la crescita del territorio provinciali nei decenni successivi. Non deve sorprendere, quindi, che l’istituzione dei Parchi naturali a scala provinciale e la configurazione di ampie parti di territorio a «verde attrezzato» e a «tutela ambientale» convivano con la previsione di un forte programma di infrastrutturazione del territorio, che vedeva in grandi arterie viabilistiche come l’Autostrada del Brennero e la Superstrada della Valsugana momenti imprescindibili per lo sviluppo economico del territorio ed elementi fondamentali per aprire il Trentino ai sistemi economici confinanti.

Carica utopica, partecipazione, visione integrata. Ecco le parole d’ordine che stanno alla base di quell’esperienza di pianificazione: il Trentino di oggi è figlio di un progetto di cinquant’anni fa, che ha saputo intelligentemente integrare queste tre parole-chiave. E se volessimo oggi mettere mano ad un nuovo Piano urbanistico provinciale – scelta quanto mai necessaria e opportuna, visti i rapidi mutamenti economici, ecologici e culturali che stiamo vivendo – dovremmo ripartire proprio da questi tre concetti: perché non c’è porta sul futuro che non sia indirizzata da una sana carica utopica; non c’è progetto di territorio senza uno sforzo teso alla partecipazione della cittadinanza per l’individuazione di una visione collettiva; non c’è crescita territoriale senza l’integrazione delle istanze dello sviluppo economico con le necessità della conservazione del paesaggio.

Nella foto in alto, da sinistra: Nino Andreatta, Bruno Kessler, Giuseppe Samonà durante la presentazione del Pup67.

[Pubblicato sull’Adige del 13 settembre 2017]