IL CORSIVO: GUARDARE ALLA MOBILITA’ URBANA CON “OCCHIALI” NUOVI

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Il tema del collegamento tra il centro del capoluogo trentino e la sua collina, argomento urbanistico tanto urgente quanto annoso, sembra costantemente ben lontano dall’essere risolto. Da metà degli anni Novanta del secolo scorso la discussione su questo importante nodo infrastrutturale ruota attorno ad una soluzione progettuale precisa: ovvero l’idea di creare un asse di trasporto rapido e meccanizzato dal fondovalle al centro del sobborgo di Povo, per rispondere alla grande richiesta di connessione della comunità locale e dei centri di ricerca lì insediati che, ogni giorno, muovono migliaia di persone da, e per, il fondovalle. In questi vent’anni, il progetto non è mai diventato realtà perché dotato di un vizio di sostanza che ne inficia l’efficacia. La funicolare viene considerata portatrice di soluzioni che non può neanche lontanamente pensare di poter dare: il trasporto a fune, infatti, offre risposte “puntuali” di mobilità ad una domanda che è invece, per sua stessa vocazione territoriale, “diffusa”.

La collina di Povo è uno spazio urbanisticamente particolare, fin dalle sue origini. In anni recenti la conformazione morfologica e sociale di questo sobborgo è profondamente mutata: da una parte c’è una popolazione residente di circa seimila persone, gran parte delle quali gravitanti, per lavoro o per studio, sul capoluogo. Dall’altra c’è la presenza di un importante centro di ricerca, non solo per la qualità dell’attività didattica e scientifica ma per le sue stesse dimensioni, capaci di attrarre migliaia di utenti, tra studenti, docenti e ricercatori. Un contenitore dalle dimensioni urbane, collocato all’interno di un tessuto residenziale diffuso, tipicamente rurale. Oggi, i flussi di traffico hanno così un andamento bi-direzionale: non solo dalla collina verso la città, ma anche al contrario, grazie ad un imponente movimento di persone e di cose che ogni mattina raggiungono – e devono raggiungere in tempi ragionevoli – la collina, e che ogni sera tornano in città.

Fino ad ora, le proposte sul tavolo per facilitare questi flussi non offrono una soluzione convincente. Il tema non è tanto quello dei costi, peraltro assai significativi. E nemmeno quello della complessità di realizzazione, dovendo l’asse infrastrutturale superare tessuti urbani consolidati e proprietà private. Né, infine, quello della performance dell’infrastruttura, la cui tecnologia è stata già testata in molte parti del mondo. La questione dirimente è quella della sua stessa efficacia, alla luce del modello insediativo che caratterizza collina e fondovalle: un tessuto policentrico, frammentato, diffuso sul territorio, tutt’altro che compatto. E forse è anche per questo che il dibattito, nel corso degli anni, si è aggrovigliato su se stesso, paralizzando i decisori politici. Perché il rischio di prendere oggi una decisione che tra dieci anni possa rivelarsi obsoleta, fuori scala o inefficace è tutt’altro che infondato.

Se proviamo, invece, a cambiare gli “occhiali” con il quale siamo soliti guardare al tema della mobilità, è possibile trovare lo spazio per altre soluzioni, sicuramente meno costose e probabilmente più adeguate. A partire da tre questioni che stanno fortemente emergendo in questi ultimi anni e che cambieranno radicalmente le caratteristiche della mobilità urbana. La prima è la grande innovazione che sta investendo il settore dell’automobile: l’auto intelligente che guida da sola è già una realtà e nei prossimi anni avrà una notevole diffusione. Questo significa che il mezzo automobilistico individuale diventerà sempre meno una necessità, in virtù di una condivisione del mezzo di trasporto. Il secondo tema, strettamente legato al precedente, è quello dell’economia della condivisione, resa sempre più impellente dal costo del mezzo privato, dalla riduzione della capacità di spesa delle famiglie e dalla rete di Internet.

La terza opportunità è quella sicuramente più interessante per l’argomento di cui stiamo parlando: la tecnologia, infatti, sta compiendo una sorta di rivoluzione morfologica dell’assetto delle città. Grazie alla bicicletta elettrica, entrata prepotentemente nell’uso quotidiano di molte persone, le città stanno progressivamente diventando “piatte”, e le parti collinari, dal punto di vista percettivo, non esistono più. Abbiamo sempre dato la colpa della scarsa diffusione della biciletta nel nostro capoluogo al fatto che, giustamente, sia faticoso pedalare in salita. Ma la “e-bike” elimina questo problema, rendendo accessibili gran parte dei dislivelli a chiunque. A questo, infine, si aggiungono altre novità, soprattutto metereologiche: nevica solo eccezionalmente, piove sempre meno, il clima è sempre più secco, gli inverni sempre più miti.

Guardando fuori dal nostro orticello, il mondo sta andando proprio in questa direzione. Per non citare Bolzano, città in cui il 30% degli spostamenti avviene in bicicletta, basti pensare a Milano, dove, quest’estate, sono entrate in servizio dodicimila bicilette per il pubblico. Un nuovo servizio di bike sharing a flusso libero, totalmente automatizzato basato su un’App gratuita per telefoni cellulariche consente all’utente di visualizzare le bici disponibili (dotate di gps), prenotarle, sbloccarle a inizio utilizzo e bloccarle al termine. Con costi competitivi rispetto al tradizionale mezzo pubblico. Un applicazione reale e concreta di quello che significa essere veramente una smart city. Molti indicatori e alcune esperienze d’avanguardia, insomma, rivelano come siamo all’alba di una cambio epocale del sistema della mobilità che renderà velocemente superati i vecchi modelli “otto-novecenteschi” di connessione fatti di ferro, ruote e cavi.

In questa prospettiva non appare così stravagante immaginare, di qui a pochissimo, un flusso di allegre biciclette elettriche recarsi, ogni giorno, su e giù dalla collina, con in sella non solo tanti studenti – notoriamente sensibili alle modalità di trasporto ecologiche – ma anche docenti, ricercatori e pendolari. Le distanze, infatti, sono risibili: poco più di tre chilometri separano piazza Dante da piazza Manci, il cuore di Povo; circa dieci minuti il tempo di percorrenza con una bicicletta elettrica. Questa visione potrebbe anche essere un modo intelligente per valorizzare i tracciati storici di collegamento tra collina e città, oggi purtroppo in disuso: percorsi diretti e caratterizzati da una pendenza “dolce”, vere e proprie piste ciclabili ante litteram. A quel punto l’unico vero problema potrebbe esser rappresentato dal salto altimetrico di Mesiano. Ma si tratta di una questione facilmente superabile da un sistema di ciclo-pedonalizzazione assistita (una scala mobile) tra la “busa” e il Dipartimento di Ingegneria. Una soluzione che i più attenti osservatori in tema di mobilità propongo, peraltro, già da diverso tempo.

Pubblicato sull’Adige del 29 novembre 2017 

LA LUNGA STRADA VERSO LA PARTECIPAZIONE

20170212_161854 [12 febbraio 2017, manifestazione in difesa del paesaggio agricolo dell’abitato di Mori, in provincia di Trento,  minacciato dalla costruzione di opere di consolidamento geologico del versante]

 

Gli eventi che stanno interessando il comune di Mori, in particolare per quel che riguarda la costruzione del «vallo-tomo» a protezione dell’abitato, meritano una riflessione che va al di la del fatto contingente – ovvero l’opportunità o meno di realizzare una struttura per la sicurezza idrogeologica di un centro abitato – e piuttosto dedicata ad un’analisi dello stato della partecipazione dentro la nostra comunità e alla conseguente capacità che hanno i nostri amministratori di accogliere le istanze che provengono dal basso. Viviamo un tempo, infatti, in cui la delega rappresentativa che deriva da un percorso elettorale non può essere più considerata un’investitura «in bianco»: la consapevolezza dei cittadini e la crescita delle informazioni, unite ai nuovi strumenti di discussione e di confronto collettivo mediati dalla rete di Internet, rendono la rappresentanza politica un qualcosa costantemente in discussione, quasi fosse il frutto, da rinnovare quotidianamente, di un’incessante negoziazione tra popolo e potere democratico.

Il tema dello scontro che ha coinvolto la borgata lagarina è assai complesso: da una parte le ragioni degli uffici tecnici della Provincia, che vogliono garantire la sicurezza della cittadinanza, prevedendo la messa in opera di artefatti per il consolidamento geologica del declivio; dall’altra le istanze di una comunità locale che non vuole perdere la memoria della propria identità: ovvero quei segni antropici di conquista agricola della montagna che rendono il paesaggio moriano davvero originale e che ci ricordano, allo stesso tempo, il nostro passato e la fatica che, per secoli, gli abitanti di questa provincia hanno dovuto mettere in atto per rendere il Trentino una terra abitabile. Queste due esigenze sono entrambe da sottoscrivere: garantire la sicurezza di un territorio senza perdere la qualità del suo paesaggio dovrebbe essere un imperativo imprescindibile per una comunità che vuole essere matura, moderna e consapevole. Eppure a Mori qualcosa non ha funzionato. Ed è importante chiedersi il perché.

Ogni discorso che intercetta il tema della partecipazione si presta per essere facilmente mal interpretato. «Partecipazione» è una parola diventata oramai inflazionata, spesso pronunciata a sproposito dagli amministratori e dai cittadini, svuotata di significato e che offre il fianco alla retorica populista. Nei tempi della crisi della democrazia rappresentativa, o, meglio, di quel modello di rappresentanza che abbiamo inseguito a partire dal Secondo dopoguerra, occorre affinare nuovi strumenti per il governo di una società mai stata così multiforme nel corso della storia dell’umanità. Strumenti che possono trovare proprio nella cittadinanza attiva, consapevole, partecipante, un imprescindibile motore di propulsione democratica, capace di colmare quel deficit fiduciario che oggi separa il popolo dai suoi organi di rappresentanza. Strappando la partecipazione dal mondo delle astrazioni metodologiche e facendola diventare un elemento strutturante il senso comune, al pari di tutte quelle pratiche comunitarie, quei riti, quegli usi che non hanno bisogno di essere interrogati né di essere messi in discussione.

Nel caso del vallo-tomo di Mori è stata probabilmente sottovalutata, nell’iter decisionale, la prospettiva comunitaria su una scelta che poteva sembrare, a una lettura superficiale, squisitamente tecnica. Cosa c’è di più ovvio di una montagna che sta crollando e di un’opera di difesa che deve essere all’uopo progettata? In realtà tra il problema e la soluzione, come si è visto, c’è di mezzo il mare. La società contemporanea, infatti, è caratterizzata da un articolato livello di sofisticazione culturale che può produrre cortocircuiti sociali capaci, a loro volta, di interrompere, o rendere molto difficoltoso, il processo decisionale. Le comunità oggi non sono aggregati semplici e banali, ma insiemi caratterizzati da pluriappartenenze, abitate da individui con diversità d’identità, di culture, d’interessi e di opinioni. E proprio questa complessità deve essere governata attraverso percorsi di inclusione deliberativa, gli unici in grado di garantire, in fin dei conti, la certezza dell’iter decisionale e quindi della sua operatività.

C’è allora tutta una nuova grammatica che deve essere insegnata, imparata e interiorizzata. Non solo da parte degli amministratori, a cui spetta sicuramente il compito più gravoso di fare delle scelte. Ma anche da parte dei tecnici che spesso sono coinvolti nel processo decisionale. E da parte dei cittadini che sono chiamati ad una nuova responsabilità, che interessa sfere fino a ieri prerogativa dei rappresentanti istituzionali. In questa prospettiva può essere interessante tornare ai suggerimenti di Paulo Freire, pensatore brasiliano, noto per la sua «pedagogia degli oppressi»: ovvero, «rispettare gli altri abbastanza da ascoltarli molto oltre le parole che dicono», scoprendo le possibilità emergenti, in modo da co-generare le domande e le strategie di sviluppo di comunità.

Dentro una società complessa, come quella in cui viviamo, il principio della partecipazione deve essere concretamente implementato attraverso pratiche adeguate, moderne e coerenti con le peculiarità del luogo. Per queste ragioni deve essere pazientemente costruita una nuova cultura della partecipazione, a tutti i livelli. E, di pari passo, va aumentata la capacità di espressione del cittadino e la capacità di ascolto dell’amministratore pubblico. Con lo scopo di neutralizzare quel meccanismo perverso che riduce lo spazio della partecipazione alla pura protesta. Che porta l’esercito dove ci dovrebbe essere solo l’esercizio della democrazia. Creando procedure capaci di stimolare la partecipazione ne guadagneranno tutti: gli amministratori nella loro immagine pubblica e nel loro consenso, i cittadini nell’esercizio della loro sovranità, i problemi concreti, nelle possibilità di essere, finalmente, risolti.

[Pubblicato sull’Adige dell’11 febbraio 2017]

RIFUGIO TONINI, RICOSTRUIAMOLO DOV’ERA MA NON COM’ERA

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Il Rifugio Tonini non c’è più. Le fiamme hanno consumato velocemente le forme di quell’edificio collocato al limitare del bosco, nella catena del Lagorai, lasciando cenere e rovine dove fino a ieri esisteva uno spazio di amicizia e di accoglienza per alpinisti e villeggianti. Questo rifugio – come ha giustamente ricordato il presidente della Sat, Claudio Bassetti – era un vero e proprio «gioiello»: collocata in una conca d’eccezionale bellezza, questa struttura era capace di dialogare con le montagne attorno, con il cielo e con il fondovalle. Era la meta che appariva dopo una passeggiata nella fitta boscaglia e un punto di appoggio per escursioni più ambiziose. Non solo ricovero per viandanti della montagna, ma vero e proprio landmark paesaggistico e identitario, punto di riferimento di tutto un territorio che nel «Tonini» si riconosceva e si ritrovava.

Oggi è il giorno del dolore e della presa di coscienza. Agli esperti toccherà il compito di capire le cause del rovinoso incendio, a noi tutti quello di guardare a quelle macerie per riflettere sulla precarietà delle opere umane, e sull’influenza che i quattro elementi – la terra, l’aria, l’acqua e, per l’appunto, il fuoco – esercitano su di esse. La storia dell’uomo è anche una storia di continue lotte con la natura, fatta di estenuanti ricostruzioni dopo le distruzioni, tramandate di generazioni in generazione, di padre in figlio. E proprio perché l’uomo è un animale che «progetta» il futuro, da domani occorrerà anche pensare al rifacimento di questo storico rifugio, che non potrà che risorgere dalle sue stesse ceneri per tornare a essere quel punto di riferimento unico, come lo è stato nel corso degli ultimi decenni, per tutta la comunità trentina e non solo.

In questa prospettiva, l’errore più grande che potremmo commettere in questo drammatico momento è quello di compiere delle scelte nostalgiche. Ovvero quello di pensare di ricostruire il «Tonini» esattamente com’era, tale e quale. Un errore, perché il fluire della storia non si ferma, e la storia delle forme di quella struttura, sedimentate nel tempo, in un processo di stratificazione continua, a volte progettata, a volte causale, è tutta contenuta nei cumuli di macerie che adesso sono disposte ai suoi piedi. L’aspetto dell’edificio che verrà, invece, potrà essere il più inatteso. E diventare l’elemento capace di dare vita nuova al rifugio, in un processo progettuale che si discosta dal ricordo per il passato e che si apre a una visione nuova dell’architettura di montagna, caratterizzata da forme contemporanee capaci di utilizzare materiali della tradizione in chiave moderna.

Il dibattito sull’architettura dei rifugi alpini in Trentino, purtroppo, non ha mai avuto grande successo. Ad oggi, infatti, non riusciamo a staccarci da una configurazione di questi edifici legata alla tradizione rurale, e direttamente derivante dall’autocostruzione che li ha originariamente caratterizzati. I nostri rifugi alpini sono poco più che malghe d’alta quota. Ripercorrono le forme che l’eroico volontariato satino era riuscito a imprimere durante la fase della loro costruzione: linee elementari, dettate dalla limitatezza degli investimenti e dalla semplicità delle maestranze. Allora l’urgenza era quella di offrire ricovero e ristoro per gli alpinisti: quattro muri robusti e un tetto erano più che sufficienti per assolvere allo scopo. Ma oggi queste istanze non sono più sufficienti. Perché nella società contemporanea il rifugio è molto di più di un semplice punto di sosta collocato in un luogo scarsamente antropizzato.

Non è un caso che in tutto l’Arco alpino – dal Piemonte alla Svizzera, dalla Francia all’Alto Adige – i rifugi non siano più considerati solo degli austeri punti di riferimento per gli alpinisti, ma vere e proprie infrastrutture turistiche, capaci di arricchire la dotazione ricettiva di un territorio. Questo cambio di paradigma che caratterizza tutti i territori alpini è stato accompagnato anche da una mutazione stilistica dell’architettura: grazie alla loro straordinaria collocazione, i rifugi, infatti, si prestano per essere delle piccole opere d’arte architettoniche nella natura, dove l’uso dei materiali della tradizione può essere reinterpretato con forme della contemporaneità e arricchito dalla migliore tecnologia esistente, capace di dare sostenibilità energetica e ambientale all’edificio. Funzioni nuove, aspetto nuovo, tecnologie nuove: i rifugi alpini stanno vivendo un’inconsueta possibilità di rivoluzione della quale dobbiamo prendere atto e sulla quale dobbiamo lavorare.

La ricostruzione del «Tonini» rappresenta, quindi, un’imperdibile occasione per avviare una nuova stagione dei rifugi in Trentino. Ecco perché, metabolizzato il dolore per la grave perdita, è necessario avviare subito un dibattito sulle forme, proiettate verso il futuro, con cui potrà essere riedificato il «Tonini». La promozione di un concorso di progettazione aperto ad architetti e ingegneri potrà essere il primo, cruciale, passaggio per ripensare a questo spazio alpino in una nuova prospettiva. Non solo in termini formali, ma anche funzionali. E culturali. Perché un rifugio alpino non è una semplice casetta nel bosco, ma un artefatto umano collocato dentro uno paesaggio spettacolare. Un dramma nella natura. E basterebbe questa piccola ragione per capire perché il rifugio alpino dev’essere anch’esso, architettonicamente parlando, straordinario.

[pubblicato sull’Adige del 30 dicembre 2016]

Giancarlo De Carlo e l’architettura come impegno «politico»

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«Ho cercato di non immiserirmi nel mestiere opaco, pigro, trasandato, furbo, malandrino della maggior parte degli architetti. Ho cercato, per quel che ho potuto, di essere esemplare». Sono parole di Giancarlo De Carlo, tratte dalla lunga intervista raccolta da Franco Bunčuga alla fine degli anni Novanta e pubblicata nel 2000 con il titolo di «Architettura e libertà» per i tipi dell’Elèuthera. A dieci anni dalla scomparsa di questo grande architetto può essere utile fare alcune riflessioni sull’attualità del suo pensiero, sulla scia di un convegno tenutosi lo scorso 4 giugno al Mart di Rovereto, promosso dall’associazione «senza dominio». I lavori del seminario, infatti, hanno fatto emergere le tante sfaccettature di De Carlo “architetto militante”, ed in questa sede può essere utile ricordare alcuni valori che dovrebbero essere presenti nella “cassetta degli attrezzi” del professionista di oggi che voglia esercitare il mestiere di architetto in maniera – riprendendo la citazione d’apertura – non-opaca, non-pigra, non-trasandata, non-furba, non-malandrina.

Tra i tanti valori che la vita di De Carlo testimonia nella sua pratica professionale, uno è particolarmente interessante: ovvero quello della sua passione “politica”, che ha esercitato attraverso l’attività professionale, pubblicistica e didattica. La sua riflessione, che sicuramente prende origine dal suo passato partigiano dentro il Comitato di Liberazione Nazionale e dalla sue frequentazione, fin da giovanissimo, degli ambienti anarchici e libertari italiani ed europei, lo spinge all’attività politica nel senso autentico del termine – ovvero quello di lavorare a servizio della “polis”. De Carlo, instancabilmente, suggerisce alla politica le buone prassi, sperimenta nella sua attività professionale le buone pratiche, utilizza lo strumento della partecipazione come nessun altro è più riuscito a fare nel nostro Paese. Promuove un’architettura a servizio della società ed una urbanistica a dimensione umana. Con il suo esempio, De Carlo ci spiega che un professionista, un professionista militante, non si mette in politica, non fa il funzionario di partito e nemmeno l’ideologo rivoluzionario, non si candida alle elezioni. Ma, al contrario, un architetto fa Politica con la “P” maiuscola: la fa sia in senso lato, attraverso un modo preciso di essere professionista a servizio della comunità, sia spingendo la politica, quella dei politici di professione, verso certe scelte, verso certi valori, verso certe intuizioni.

È un De Carlo politico, quello che fonda la rivista «Spazio e Società» facendola diventare un laboratorio di riflessione intellettuale capace di mettere in sinergie i progetti più interessanti prodotti nel mondo in quegli anni. È un De Carlo politico quello che frequenta le aule universitarie nelle vesti di un «accademico non allineato», come amava definirsi, marcando la sua differenza dai tanti docenti universitari che «pensano come burocrati e agiscono come funzionari». È un De Carlo politico, quello che lavora incessantemente, in tutte le fasi della sua vita, nella condivisione delle idee, all’interno delle tante associazioni e movimenti culturali che ha frequentato. È un De Carlo politico, infine, quello che scrive sulle colonne dei giornali per criticare questa o quella scelta politica, per proporre queste o quelle idee alternative, facendolo con la sua inconfondibile vis polemica, ora a Milano, ora a Urbino, ora a Venezia, ora a Genova, tanto per citare i campi di battaglia più famosi.

Parafrasando una celebre frase di De Carlo, credo che l’architettura sia una cosa talmente seria da avere bisogno, oggi più che mai, del contributo degli architetti. Di architetti militanti, politici in senso decarliano. Di architetti che dovranno essere curiosi, sprovincializzati, attenti alle ragioni delle differenze, animati da una fede incrollabile nell’architettura e nel mestiere di architetto. Solo così saremmo in grado di raccogliere le sfide che il nostro tempo ci impone. Solo così saremo in grado di tornare a discutere ancora di architettura, vincendo la pigrizia e la furbizia di un mestiere che tende a diventare trasandato e malandrino. Se sapremo fare questo, se sapremo impegnarci politicamente ogni giorno, proprio come fece De Carlo «poi forse» – citando, infine, una sua splendida frase del 1958 – «poi forse, e anche per altre vie, verrà l’arte».

 (pubblicato su “A”, giugno 2015)

Una nuova politica urbanistica per Trento

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Tra le sfide che il “governo” della città capoluogo del Trentino sarà invitato da affrontare nella prossima consiliatura, il progetto urbanistico della città di Trento – inteso come quell’insieme di azioni e pratiche progettuali messe in campo per rendere un territorio più moderno, sostenibile e competitivo – rappresenta una delle priorità politiche. Dal punto di vista della pianificazione territoriale, infatti, il capoluogo trentino sta vivendo una fase di incertezza, dovuta prevalentemente al progressivo tramonto delle visioni urbanistiche contenute nella variante al Piano regolatore generale firmata da Joan Busquets. Archiviato il tema dell’interramento della ferrovia (troppo costoso), dimenticata la suggestione di “riavvicinare” il fiume alla città (oramai, troppo irrimediabilmente lontano), svuotata la possibilità di costruire nuovi corridoi ecologici (troppa la frammentazione proprietaria), abbandonata l’idea di un riordino dei principali accessi infrastrutturali (troppo onerosa), la città di Trento si è trovata orfana di quell’“idea di sviluppo” che aveva catalizzato e reso vivido, nell’opinione pubblica, il dibattito sul futuro del capoluogo trentino.

Eppure, il governo del territorio ha sempre rappresentato una delle priorità di chi svolge l’attività di amministratore della cosa pubblica. Questo è vero soprattutto nella contemporaneità dove le città devono avere la forza di adeguarsi continuamente, nella propria struttura urbana, ai grandi cambiamenti in atto, pena il rischio di una progressiva marginalità culturale, economica e sociale. Le città, infatti, possono essere il motore di un progetto di costruzione socio-culturale di una comunità, oppure possono essere delle “fabbriche” di disuguaglianze, luoghi-simbolo dell’inciviltà e dell’invivibilità, vere e proprie “enclave” di insicurezze e di ingiustizie. Proprio per queste ragioni è fondamentale che sindaco, giunta e consiglio comunale mettano all’ordine del giorno una nuova visione per la città, affrontando con decisione e senza reticenze il tema della trasformazione urbanistica del capoluogo, lavorando prioritariamente su tre linee strategiche. Vediamole brevemente.

La prima linea strategica deve essere orientata a sviluppare e realizzare il tema della «rigenerazione urbana». Per fare questo, è necessario anzitutto cambiare la prospettiva con cui solitamente si guarda al concetto di sviluppo e di crescita delle città. Occorre archiviare definitivamente l’idea che le città possano crescere all’infinito e che il settore edilizio possa esistere solamente nell’edificazione di nuove volumetrie. Invece, anche dentro la città di Trento e dentro i suoi sobborghi, esiste una ghiotta quantità di occasioni di rigenerazione urbana che deve diventare una delle priorità d’intervento: c’è un improcrastinabile bisogno di mettere mano al patrimonio edilizio degradato e alla riconversione d’uso di quello sottoutilizzato o addirittura inutilizzato, che può aprire occasioni urbanistiche ed economiche di grande importanza.

La seconda linea strategica è quella del controllo dell’espansione edilizia attraverso una «valorizzazione del territorio periurbano» a nord e a sud del capoluogo. Per molti decenni si è pensato che le aree agricole ai confini con la città non potessero esser altro che una sorta di “riserva” di lotti edificabili. Questo ha portato i bordi urbani a diventare progressivamente dei luoghi marginali privi d’identità e spesso lasciati in completo abbandono. In realtà, queste frange rappresentano una importantissima cintura verde, capace di fare “resistenza” alla dispersione edilizia. Ma non solo. L’agricoltura di prossimità, in una visione moderna dell’organismo urbano, necessariamente caratterizzato dalla “filiera corta”, deve diventare un tassello fondamentale del ciclo della nutrizione della città: un presidio territoriale, animato dalle comunità locali, capace di essere limite invalicabile alla speculazione edilizia, orientato a soddisfare il bisogno alimentare dell’organismo urbano.

L’ultimo grande contenitore tematico è quello della «mobilità». L’amministrazione comunale ha lavorato molto su questo tema, fornendo soluzioni in parte efficaci, spesso costruite sull’ottimizzazione del sistema preesistente. Tuttavia, se la città di Trento vuole perseguire fino in fondo la sua nuova vocazione di città universitaria e di centro turistico, è necessario un salto di qualità anche in questa direzione. Oggi più che mai risulta evidente come la mobilità privata debba essere radicalmente ripensata in rapporto al potenziamento e all’estensione del trasporto privato. Il grande nodo del collegamento con la collina est della città e del rafforzamento reale dell’asse nord-sud rappresentano delle priorità assolute della prossima consiliatura, alle quali la nuova amministrazione dovrà dedicare un adeguato sostegno, anche in termini di risorse economiche.

Naturalmente questi tre grandi “contenitori” devono poter essere sviluppati nel dettaglio, all’interno di adeguati progetti operativi capaci, a loro volta, d’integrarsi reciprocamente e di fornire quegli elementi che possono dare sostanza e fattibilità (anche economica) ad un’idea progettuale. Per fare questo è necessario dotarsi di adeguati strumenti urbanistici in grado di lavorare in maniera strategica e capaci d’integrare istanze urbanistiche, con priorità sociali ed economiche. Per questa ragione, la nuova amministrazione comunale della città di Trento dovrebbe lavorare, già dal giorno dopo il proprio insediamento, all’implementazione di un «masterplan» per il capoluogo, il più possibile partecipato e collettivo, sulla scorta delle tante esperienze positive recentemente maturate in molte città italiane. Un masterplan per la città di Trento potrà diventare, così, un’efficace sintesi progettuale alle tante domande che cittadini, imprenditori, agricoltori, progettisti, categorie economiche, turisti pongono a chi li sta amministrando. Domande che oggi pretendono, inderogabilmente, una risposta puntuale, adeguata e, soprattutto, concreta.

(pubblicato sull’Adige del 4 maggio 2015)

Le opere “incompiute” e quel (sospetto) virtuosismo

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C’è un dato che salta all’occhio nello scorrere la tabella riassuntiva delle opere «incompiute» presenti in Italia. Si tratta di un elenco realizzato dall’Associazione nazionale costruttori edili (Ance) e che comprende 692 manufatti edilizi non ancora conclusi, per un valore complessivo di 2,9 miliardi di euro: sono opere con il cantiere non ancora «chiuso», segnalate nell’anagrafe istituita presso il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti. Questa strana anagrafe è stata istituita ai sensi dell’art. 44-bis del decreto legge 6 dicembre 2011, n. 201 e del D.M. attuativo 13 marzo 2013, n. 42, e mira a fornire una ricognizione delle opere pubbliche che non risultano completate per una o più delle seguenti cause: mancanza di fondi; cause tecniche; sopravvenute nuove norme tecniche o disposizioni di legge; fallimento, liquidazione coatta e concordato preventivo dell’impresa appaltatrice; mancato interesse al completamento da parte della stazione appaltante e del soggetto aggiudicatore.

Si tratta, insomma, di opere pubbliche non ancora inaugurate e non fruibili dalla collettività e che si trovano in uno dei seguenti stati: i lavori sono stati interrotti oppure mancano le condizioni necessarie al loro riavvio, oppure sono stati conclusi ma non sono stati collaudati poiché l’opera non risponde a tutti i requisiti previsti nel capitolato e dal progetto esecutivo. A norma di legge, entro il 31 marzo di ogni anno, le stazioni appaltanti e i soggetti aggiudicatori devono individuare le opere incompiute di rispettiva competenza che, entro il 30 giugno, vengono pubblicate dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, dalle Regioni e dalle Province autonome nella corrispondente sezione dell’anagrafe, secondo una graduatoria che tiene conto dello stato di avanzamento raggiunto nella realizzazione dell’opera e di un possibile utilizzo dell’opera stessa anche con destinazioni d’uso alternative a quella inizialmente prevista.

I dati sono piuttosto interessanti, si diceva: in Lazio ci sono 82 opere pubbliche non ancora terminate (per cui si sono spesi 250 milioni di euro e ne servirebbero altri 78 milioni per completarle); in Sardegna ce ne sono 86 (spesi 176 milioni e necessari 22 milioni); in Sicilia 67 (114 milioni già spesi e 98 milioni ancora da investire). Dal lungo elenco, che in sintesi ci spiega che servirebbero circa 1,3 miliardi di euro per completare tutte le opere non si salvano nemmeno i nostri cugini di Bolzano: sono 14 le opere pubbliche incompiute presenti in Alto Adige, dove sono stati investiti 69 milioni e ne servirebbero ancora 28. La provincia di Trento è l’unica a salvarsi da questo sfacelo: nella tabella pubblicata sul sito del ministero, infatti, le opere “incompiute” nella nostra provincia sono pari a “zero”.

Eppure basta l’esperienza quotidiana di tutti noi per verificare come la situazione non sia così rosea come i dati ministeriali vorrebbero descrivere e che dentro ed attorno ai nostri centri abitati esiste più di un’opera non completamente terminata, in attesa del collaudo o dei fondi per completare questa o quella parte. Senza contare quelle opere pubbliche incompiute “di ritorno” che diventano tali dopo un breve utilizzo. Basti pensare ai casi più eclatanti, semplicemente focalizzandosi sul nostro capoluogo: l’Hotel Panorama di Sardagna, un’eccellenza ristrutturata pochi anni fa e già in fase avanzata di degrado architettonico; l’ex mensa del Parco Santa Chiara, vincitrice del premio d’architettura “Andrea Palladio” negli anni Ottanta ed ora lasciata in mano alle devastanti forze della natura. Per non parlare dei tanti edifici privati presenti dentro e fuori il centro storico e dei quali l’edificio «ex Euromix» all’imbocco di via Brennero rappresenta il caso più eclatante. Ma, tornando a piombo sulle proprietà pubbliche, c’è anche l’Ex Questura, collocata proprio di fronte ad uno dei gioielli architettonici più significativi della Alpi, il Castel del Buonconsiglio, che da una decina d’anni sta crollando letteralmente a pezzi. Ed ancora; Maso Tasin, in cima al Parco di Gocciadoro, l’ex sede della Cisl, in via Santa Croce, la vecchia succursale della polizia in via Perini…

Ecco che una mappa è stata fatta in quattro e quattr’otto, semplicemente evocando i casi più evidenti. Forse per rilanciare il comparto edilizio conviene partire proprio da qui: da quei piccoli angoli abbandonati presenti nei nostri tessuti urbani: delle presenza emblematiche che possono contribuire in maniera determinante ad innalzare la qualità di vita di chi abita le nostre città, i nostri sobborghi e i nostri paesi.

(pubblicato su “A” – gennaio-marzo 2015)

I guai del “massimo ribasso”. Oggi come tre secoli fa

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«Eccellenza Ministro della Guerra, abbiamo opere di costruzione che trasciniamo da anni non mai terminate e che forse terminate non saranno mai. Questo succede, Eccellenza, per la confusione causata dai frequenti ribassi che si apportano nelle opere Vostre, poiché va certo che tutte le rotture di contratti, così come i mancamenti di parola ed il ripetersi degli appalti, ad altro non servono che ad attirarvi quali Impresari tutti i miserabili che non sanno dove batter del capo ed i bricconi e gli ignoranti, facendo al tempo medesimo fuggire da Voi quanti hanno i mezzi e la capacità per condurre un’impresa. E dirò inoltre che tali ribassi ritardano e rincarano considerevolmente i lavori, i quali ognora più scadenti diverranno».

Questa missiva, anzi questa garbatissima lettera di protesta, se non fosse per il linguaggio, sembra stata scritta in questi giorni. Invece è datata 17 luglio 1683. Porta la firma dell’«Architetto Marchese di Vauban» ed era indirizzata all’allora ministro della Guerra François Michel Le Tellier. L’autore dello scritto, Sébastien Le Prestre de Vauban, noto come il marchese di Vauban (Saint-Léger-Vauban, 15 maggio 1633 – Parigi, 30 marzo 1707), non ha certo bisogno di grandi presentazioni: militare francese, vincitore di ben quarantanove assedi militari ed uno dei più importanti ingegneri militari di tutti i tempi, passò alla storia soprattutto per il suo ruolo di primo piano avuto nella Francia del Re Sole. In quel luglio del 1683 il marchese deve aver perso la pazienza e, dopo aver preso penna e calamaio, invia al suo committente una lettera pacata ma ferma per spiegare come perseguire «l’affare migliore».

Prosegue infatti la lettera: «E dirò pure che le economie realizzate con tali ribassi e sconti cotanto accanitamente ricercati, saranno immaginarie, giacché similmente avviene per un impresario che perde quanto per un individuo che si annoia: s’attacca egli a tutto ciò che può, ed attaccarsi a tutto ciò che si può, in materia di costruzioni, significa non pagare i mercanti che fornirono i materiali, compensare malamente i propri operai, imbrogliare quanta più gente si può, avere la mano d’opera più scadente, come quella che a minor prezzo si dona, adoperare i materiali peggiori, trovare cavilli in ogni cosa e leggere la vita ora di questo ora di quello. Ecco dunque quanto basta, Eccellenza, perché vediate l’errore di questo Vostro sistema; abbandonatelo quindi in nome di Dio; ristabilite la fiducia, pagate il giusto prezzo dei lavori, non rifiutate un onesto compenso a un imprenditore che compirà il suo dovere, sarà sempre questo l’affare migliore che Voi potrete fare».

Insomma, può essere incredibile, ma per quanto tempo sia trascorso da quel 1683 sembra che nella sostanza non sia cambiato nulla nel mondo delle costruzioni. L’azione della committenza – oggi come allora – sembra spinta solo da una logica commerciale, che tende a minimizzare l’esborso finanziario. A questo gli «impresari» reagiscono in una minore attenzione della prestazione, in termini di sicurezza, di qualità delle lavorazioni, delle competenze professionali messe in campo. E per ovviare a questi rischi il committente risponde con un comportamento aggressivo in termini legali e civilistici, con l’obiettivo di minimizzare il costo della costruzione dell’opera. In mezzo a questi due fuochi c’è la figura dell’architetto (in qualità di progettista o di direttore dei lavori) che si trova sempre a dover combattere con delle armi spuntate che non gli consentono di dedicare le sue energie nel perseguire gli obiettivi vitruviani dell’architettura: ovvero «firmitas», «utilitas» e «venustas». La crisi economica che stiamo attraversano, inoltre, ha ulteriormente enfatizzato questa conflittualità perché le amministrazioni hanno sempre meno mezzi finanziari, le imprese sempre meno margine di profitto e l’apparato normativo-burocratico sempre maggiori pretese.

Come uscirne? È indubbiamente venuto il momento di riflettere seriamente sulla modalità di affidamento degli incarichi al massimo ribasso: da troppo tempo la committenza pubblica si è accorta che la minore qualità in sede di costruzione significa tempi incerti nella sua esecuzione, maggiori costi di manutenzione e scarsa qualità dell’edificato; da troppo tempo gli imprenditori hanno rinunciato alla loro nobile arte del costruire per trasformarsi in furbi soggetti economici; da troppo tempo i professionisti sono mortificati nel ruolo di mediatori tra committenza ed impresa. Ecco perché è giunta l’ora di pensare a una nuova modalità di costruire l’opera pubblica. Soprattutto in un tempo di risorse limitate che devono essere investite perseguendo la massima qualità e durabilità possibile. Pena il rischio di perdere inutilmente altro tempo. Pena il rischio di ritrovarci ancora qui a discuterne. Magari tra altri tre secoli.

(pubblicato su “A”, dicembre 2014)

 

Libere professioni in cerca di una nuova identita’

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C’è stato un tempo in cui la libera professione era sinonimo di status sociale, di reddito alto, di qualità della vita. Era la massima aspirazione degli studenti migliori, lo sbocco ideale per i neo laureati intraprendenti, il sogno di tanti genitori interessanti al futuro del proprio figlio. Oggi, invece, le libere professioni stanno vivendo uno dei momenti più critici della loro storia, e devono ripensare il loro ruolo all’interno di una società radicalmente trasformata dalla modernità, dalla crisi economica e dall’avvento delle nuove tecnologie. Il dato da cui prendono avvio queste riflessioni è questo: negli ultimi dieci anni gli iscritti all’esame di abilitazione per l’idoneità alla libera professioni si sono ridotti del trenta percento, con una parallela flessione del numero di promossi. A soffrire questa crisi sono stati soprattutto gli ingegneri, i medici, i geologi ed i consulenti del lavoro. E, naturalmente, gli architetti.

Si tratta di una tendenza che emerge dalle elaborazioni del «Sole 24 Ore» su dati del ministero dell’Istruzione, che ogni anno «fotografa» gli esami di Stato per alcune professioni chiave. In estrema sintesi il messaggio dell’analisi è questo: negli ultimi dieci anni, gli aspiranti al tesserino di un Ordine professionale che si sono presentati agli esami si sono ridotti di oltre un quarto (-27,3%). Più stretta anche la via dell’accesso: un terzo in più dei candidati non ha superato gli esami di abilitazione. La crisi ha colpito di più gli uomini: la categoria si è quasi dimezzata, passando dai 30mila nuovi ingressi del 2003 ai 18mila del 2012, mentre le donne hanno «tenuto» meglio con una flessione delle abilitazioni pari «solo» al 19 per cento. Anzi, le donne hanno persino sorpassato i colleghi uomini: 23mila le abilitate del 2012, rispetto a 18mila uomini.

Per quanto riguarda più specificatamente gli architetti, questi dati sono ulteriormente enfatizzati. Il numero di aspiranti è letteralmente crollato negli ultimi dieci anni: erano 13.250 nel 2003 e sono diventati 7.212 nel 2012 con un crollo del 49,7%. Il dato di genere appare confermato da molto tempo: dal 2003, infatti, vengono abilitate più architette che architetti. Anche in Trentino è possibile osservare questa tendenza: se fino a qualche anno fa gli iscritti aumentavano di parecchie decine all’anno (il record è stato raggiunto nel 2006 con un +52 unità, relative al saldo tra nuovi iscritti e cancellati), negli ultimi anni si è registrato un brusco rallentamento: nel 2013 il saldo è stato di appena di +10 unità (con un’incidenza femminile del 44%) e i dati sull’anno in corso promettono di confermare ulteriormente questa tendenza. Segni di un mestiere che sta cambiando: i laureati in architettura oggi scelgono anche delle professioni «parallele». Molti di loro si specializzano in campi come la fotografia, l’arte contemporanea, il design: professioni che possono svolgere senza essere iscritti all’albo professionale.

A differenza del passato – se possiamo trarre una morale da questa piccola indagine – essere iscritti ad un Albo professionale sembra non essere più uno status sociale ricercato: oggi non cerca più l’iscrizione all’Albo l’architetto che si è inventato un altro lavoro, l’abilitato che lavora «a bottega», il dipendente pubblico che vuol risparmiare, l’insegnate che tanto non arrotonda più firmando piccoli interventi tecnici nel tempo libero. Tutto questo, però, se da una parte sottolinea lo scarso «appeal» che la libera professione, dopo la grande crisi economica, sta progressivamente avendo, dall’altra ha il positivo effetto di ridimensionare i numeri di molte categorie che negli ultimi anni era letteralmente esploso. I 150 mila architetti nel nostro Paese sono ancora troppi. Il triplo, ad esempio, rispetto ai colleghi francesi. Quindi il margine di miglioramento è ancora ampio. Ma l’auspicio deve però esser questo: attenzione che con il crollo dei numeri non equivalga un parallelo crollo della credibilità delle libere professione in generale, e di quella dell’architetto in particolare. Perché il nostro tempo ha sempre più bisogno del lavoro dei seguaci di Palladio: sia per dare senso alla pianificazione dei nostri territori, sia per prefigurare l’architettura delle nostre città, sempre più bisognose di qualità e di bellezza.

(Pubblicato su “A”, ottobre 2014)

Aree produttive e progetto urbanistico

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C’è stato un tempo in cui parlare di industrializzazione significava parlare di progresso. Stiamo evocando il famoso «boom economico» durante il quale anche l’Italia ha vissuto un importante processo di industrializzazione, fanalino di coda di una Europa che voleva sbarazzarsi velocemente dalle macerie della Seconda guerra mondiale. Portare l’industria significava portare lavoro, e quindi denaro e quindi benessere. Non ci si interessava molto dei problemi correlati alla produzione industriale perché l’ambiente sembrava indistruttibile, lo sviluppo economico inarrestabile e le soluzioni fornite della tecnica infallibili.

Anche il Trentino ha vissuto una breve ma significativa fase di sviluppo industriale. Come è noto, l’impulso fu originato da quel grande momento di pianificazione urbanistica che è stata l’implementazione del primo Piano urbanistico provinciale, firmato nel 1967 da Giuseppe Samonà. L’urbanista siciliano – in sintonia con il “padre politico” del piano, Bruno Kessler – aveva pensato di collocare tanti poli di sviluppo produttivo nelle valli del Trentino, per portare in periferia i vantaggio dello sviluppo economico industriale e per fornire lavoro ai residenti, contrastando così la piaga della disoccupazione e dell’emigrazione.

A cinquant’anni da quei fenomeni, occorre prendere atto che quella fase storica è definitivamente finita e che i tempi sono radicalmente cambiati. Il nostro sistema produttivo ha perso competitività rispetto ai Paesi emergenti di tutto il globo, che stanno vivendo oggi il loro boom economico. L’ambiente ci ha già fatto sapere che non è pensabile inquinare senza pagare (o far pagare ad altri) le conseguenza delle proprie azioni. Per contro, lo sviluppo del terziario avanzato offre ai territori più marginali, come quelli montani, nuove possibilità per uno sviluppo non necessariamente legato all’attività produttiva industriale del manifatturiero.

Ma se l’economia riesce a riciclarsi rapidamente, lo stesso non si può dire del territorio. I segni di quella grande fase economica, oggi oramai terminata, sono dei muti testimoni che decorano le periferie delle nostre città e angoli imprevedibili dei nostri territori. Si tratta di «relitti» che ci ricordano un tempo vicino ma trascorso molto velocemente e che ci interrogano, come novelle rovine piranesiane, sulle modalità attraverso le quali ci rapportiamo al nostro intorno. Sono un passato ingombrante di cui non ci si può sbarazzare rapidamente ma con il quale occorre riconciliarsi lentamente per fare tesoro di quell’esperienza passata, imparando a fare meglio nel futuro.

(…)

Una delle urgenze del nostro tempo è quella di immaginare, assieme alla collocazione, eventuale, di nuovi impianti produttivi, anche il riutilizzo, il riciclo, la rigenerazione dei molti spazi produttivi abbandonati che caratterizzano le aree periferiche di quasi tutte le città italiane. Questo vale anche per il Trentino che oggi si trova ad affrontare una inedita fase economica, quasi esclusivamente basata sullo sviluppo del «terziario avanzato». In questo orizzonte è sempre più necessario pensare maniere nuove e radicali di gestione degli usi dei suoli, contemplando anche dei «ri-classamenti» delle ex aree produttive, facendole diventare, all’uopo, aree per servizi, aree residenziali, aree a destinazione mista.

In questo senso, per quanto riguarda il Trentino, uno ruolo cruciale potrà essere rivestito dalle Comunità di Valle, l’ente intermedio instituito dalla riforma istituzionale implementata nel 2006. Lo strumento urbanistico con il quale la legge ha dotato le Comunità di un reale potere sul governo del territorio, il Piano territoriale della Comunità, potrà essere il dispositivo-chiave per gestire con efficacia l’evoluzione delle aree produttive in contesti fragili, come quelli delle valli trentine. Si tratta di una sfida complessa, ma fondamentale per poter dare ai nostri territori una nuova e necessaria identità, finalmente emancipata da quella configurazione, oramai obsoleta e antistorica, che il boom economico ci ha lasciato in eredità.

Il tema della aree produttive non può quindi essere risolto in maniera manichea («pro» o «contro» i siti produttivi) ma che deve essere «governato» attraverso la pianificazione urbana e territoriale. In fondo l’urbanistica moderna è nata proprio per risolvere i malanni prodotti dalla città industriale Ottocentesca. Oggi dobbiamo risolvere problemi forse meno gravi ma è opportuno adottare la stessa metodologia: ovvero predisporre strumenti efficaci per governare il territorio e con esso la qualità della vita in uno spazio  antropico nuovamente in trasformazione.

 (Pubblicato su Sentieri Urbani nr. 14 – agosto 2014. Fotografia di Luca Chistè)

Novita’ in edicola: “Sentieri Urbani nr. 14″

SU14Sentieri Urbani 14

“Aree produttive e progetto urbanistico”

A cura di Elisa Coletti, Vincenzo Cribari, Daria Pizzini e Giovanna Ulrici

Fotografie di Luca Chistè

Con un’intervista a Geremia Gios.

Con saggi di: Paolo Castelnovi, Vincenzo Cribari, Annarosa Longhi, Sara Lorenzetti, Marco Malossini,  Ezio Micelli, Marco Molon, Peter Morello, Daria Pizzini, Gianluca Salvatori, Stefano Sani, Stefania Staniscia

Questo numero di Sentieri Urbani affronta il tema delle aree produttive e del progetto urbanistico che le governa. Fino a qualche anno fa le discipline della pianificazione e dell’urbanistica indagavano questo tema riflettendo su come gli spazi dismessi potessero essere rifunzionalizzati. A seguire, complice la crisi economica globale, le riflessioni e le indagini si sono aperte a temi nuovi. Si parla più raramente di spostamento delle aree produttive verso le periferie, posto che si assiste ad una vera e propria contrazione della domanda di spazi della produzione associata alla chiusura di numerosi stabilimenti artigianali e industriali. Diviene dunque necessario variare le modalità di indagare il tema. Ci si muove nella direzione del ricercare le migliori modalità di trattamento dei vuoti privati della funzione originaria – mancanti di una prospettiva di riuso a breve termine – e del ripensare a nuove destinazioni per le aree produttive non ancora urbanizzate. Diviene imprescindibile affinare le riflessioni sondando come le rinnovate previsioni pianificatorie e gli interventi di riuso possano essere capaci di adattarsi e dare risposta ad un contesto economico instabile ed incerto.

Novita’ in libreria: “Sulla citta’ futura”

sulla città futura

“Sulla città futura”

A cura di Alessandro Franceschini

(List Lab edizioni, 112 pp., 12 euro)

Con una premessa di Pino Scaglione

Interviste a: Maurizio Carta, Alberto Cecchetto, Alberto Clementi, Carlo Gasparrini, Mosè Ricci

Scritti di: Gianfranco Franz, Domanico Moccia, Rosario Pavia, Laura Ricci, Stefania Staniscia

 Il nuovo secolo urbano, il secolo della rete e del digitale non diminuisce l’attrattività delle città che continuano a ricevere nuovi abitanti, soprattutto di nuove e differenti etnie in una diffusa mixitè sociale. La crisi dell’urbanistica – disciplina che dal dopoguerra in poi ha tentato di regolare la crescita urbana -  da tempo ha generato una fase di lunga riflessione, che oggi ripropone in forme e metodi nuovi, strategie sul futuro di chi vive, abita, lavora e si sposta nel “pianeta urbano”, nonché sulla formazione dei progettisti. Il cambiamento di teorie e prassi, iniziati anni addietro, approda oggi al “progetto ecologico”, con un approccio nuovo e sensibile, una maggiore attenzione verso la dimensione naturalistica, che si misura con risorse in meno e problemi in più. Nasce dunque dal fallimento di un modello urbanistico, che ci lascia in eredità l’odierna esplosione urbana, la nuova sensibilità degli urbanisti italiani, attraversa l’esperienza, il progetto e la formazione e propone, con questo volume di interviste e testimonianze, nuovi percorsi per i modelli sostenibili.

TRENTINO: LE COMUNITA’ DI VALLE E L’OPPORTUNITA’ URBANISTICA

VDL

Mai come in queste giornate estive, il senso e la legittimità delle Comunità (di Valle), istituite con la Riforma Istituzionale del 2006, sembrano essere messi in grande discussione, compromettendo il loro valore ed anche lo loro stessa esistenza. La recente ordinanza del Consiglio di Stato sulla «incostituzionalità» dell’ente intermedio tra provincia e comuni è solo l’ultimo atto di un processo di smantellamento ideologico iniziato fin dal giorno dopo la loro istituzione. In questa drammatica fase della nostra storia istituzionale, dove è fin troppo facile evocare il taglio dell’ente in base alla razionalizzazione della spesa pubblica e della buona politica, è forse utile fare anche qualche breve riflessione su quello che le Comunità hanno portato di buono nel loro breve lasso di vita, in particolare per quanto riguarda la pianificazione ed il governo del territorio.

Come è noto l’istituzione delle Comunità è stato un inedito atto di decentramento amministrativo estremamente interessante per un territorio, come il nostro, dove per decenni tutto è stato saldamente in mano alla «provincia». E tra le competenze che il legislatore ha inteso delegare a livello intermedio, la più importante è probabilmente quella rappresentata dalla pianificazione territoriale. Ovvero le Comunità erano investite della responsabilità e dell’onore di mediare con i comuni nella formulazione di scenari di sviluppo territoriali, immaginati a scala sovracomunale. Il Piano territoriale della Comunità, è il dispositivo chiave di questo processo di emancipazione e non a caso era definito dalla normativa provinciale come lo strumento per individuare, «sotto il profilo urbanistico e paesaggistico, le strategie per uno sviluppo sostenibile del rispettivo ambito territoriale» al fine di «conseguire un elevato livello di competitività del sistema territoriale, di riequilibrio e di coesione sociale e di valorizzazione delle identità locali».

In questa visione, le Comunità erano immaginate come dei soggetti privilegiati nella costruzione e ricostruzione del rapporto tra le società locali e il territorio. Un rapporto importante che negli ultimi anni si era andato sfilacciando, schiacciato tra l’assenza di visione strategica dei Piani regolatori generali comunali e la visone, a volte troppo astratta, dei Piani urbanistici provinciali. La sfida contenuta nella riforma era appunto quella di «imparare» a governare in modo nuovo fenomeni complessi, partendo dalla consapevolezza che il territorio è un «patrimonio», allo stesso tempo economico (capitale territoriale), ambientale (capitale naturale) ed è sede di specifiche relazioni locali (capitale sociale). Il governo del territorio era, allo stesso tempo, un luogo neutro dove imparare ad abbattere ridicoli campanilismi ed iniziare a pensare un futuro delle comunità locali con un respiro più ampio rispetto al semplice orticello comunale.

In questi quattro anni le Comunità hanno lavorato in questa direzione. Un lavoro faticoso, che è stato anzitutto politico e culturale. È probabilmente presto per fare dei bilanci esaustivi di questa prima fase di pianificazione a scala di comunità ma è però importante mettere in evidenza i risultati ottenuti fino ad oggi. Ad esempio: per la prima volta negli ultimi decenni, i comuni si sono messi attorno ad un tavolo per cercare di immaginare uno sviluppo a scala sovracomunale. L’hanno fatto redigendo documenti d’intenti, collaborando attorno al tavolo di confronto e consultazione nominato ad hoc, assistendo a decine di incontri fatti sul territorio. Dopo anni nei quali i comuni hanno fatto a gara per avere su ogni territorio la piccola area artigianale, il campo sportivo, la strada tangenziale, la caserma dei vigili del fuoco volontari – con un conseguente spreco di risorse e, soprattutto, di suolo – sindaci ed assessori di comuni diversi hanno iniziato a confrontarsi su cosa fosse meglio fare. E, soprattutto, dove.

I Piani territoriali delle comunità non sono ancora stati approvati – pianificare richiede il suo tempo – ma hanno già fatto qualcosa di molto importante. Probabilmente è proprio grazie a questo sforzo di scontro e di confronto tra amministratori che oggi possiamo parlare con più tranquillità di «unione» dei comuni, tema che fino a non molto tempo fa era un vero e proprio tabù. Il ragionare a larga scala, il prendersi cura di tutto un territorio, l’immaginare una razionalizzazione dei servizi è stato un esercizio difficile ma molto utile ad amministratori e cittadini per abituarsi all’idea di un territorio organizzato politicamente in maniera diversa e proiettato in una dimensione di progetto aperta alle sfide che il nostro tempo di propone. L’urbanistica, infatti, ha bisogno di spazi più ampi, rispetto al piccolo territorio comunale, e la dimensione della «Comunità» appare l’ideale spazio per immaginare una pianificazione strategica circostanziata ed efficace.

Ecco perché in questa fase di discussione è fin troppo facile essere tentati di «buttare il bambino con l’acqua sporca». Eliminare le Comunità, e con esse la pianificazione a livello di comunità, significherebbe disperdere tutto un patrimonio di informazioni, di conoscenze e di progetti cresciuti in questi ultimi anni. Per questa ragione la politica dovrebbe seriamente interrogarsi anche su quanto di buono è stato fatto dall’implementazione della Riforma istituzionale ed immaginare uno scenario che – al netto degli aspetti costituzionali – tenga viva una maniera di fare urbanistica a scala di comunità di valle. Una dimensione ideale, dentro la quale le istanze delle comunità locali e l’impianto territoriale ed ambientale del loro intorno trovano un’efficace sintesi, capace di catalizzare visioni e progetti proiettati verso il futuro.

(Pubblicato sull’Adige del 2 agosto 2014)

Nel quartiere fantasma dell’archistar

Le albere

Esattamente un anno fa, l’8 luglio 2013, il nuovo quartiere «Le Albere» di Trento, firmato da Renzo Piano, veniva solennemente inaugurato, in una serata indimenticabile, fatta di concerti, spettacoli e con tantissima gente riversata nelle strade e nelle piazze. Un anno dopo il quartiere si presenta, però, in tutta la sua desolazione. Gran parte dei suoi alloggi, verrebbe da dire la quasi totalità (si parla del 90%), sono vuoti, evidentemente rimasti invenduti. Anche gli esercizi commerciali previsti a pian terreno – salvo alcune eccezioni – sono ancora inutilizzati. Dal tardo pomeriggio, quando il parco pubblico annesso si svuota, il quartiere rimane deserto e le folle della serata inaugurale, durante la quale Trento sembrava finalmente una città europea, sono solo un lontano ricordo.

A distanza di dodici mesi dal taglio del nastro, il quartiere sta lentamente diventando un bubbone dentro la città, sempre più incontrollabile, i cui esiti sociali ed urbanistici sono ancora tutti da determinare. I motivi di questo fallimento fino ad oggi elencati riguardano sostanzialmente aspetti di natura economica. I prezzi degli alloggi sono alti, si è soliti dire, la crisi economica sta mordendo le famiglie e le banche non fanno più credito. Si tratta di problemi sicuramente reali, ma che non coprono l’intero spettro delle cause che hanno portato ad una simile emergenza. Ecco perché, sulla scorta di questa esperienza, può essere interessante fare alcune riflessioni di natura urbanistica e culturale.

La prima questione è quella del sito geografico. «A pochi minuti a piedi da piazza Duomo» diceva un soddisfatto Renzo Piano durante uno dei primi sopralluoghi. Già. Ma anche in uno dei luoghi meno ospitali della conca di Trento, collocato proprio sotto le pendici del Monte Bondone, dove il sole tramonta ben prima della fine naturale delle giornate. Un sito sul quale non era mai stata edificata residenza, un luogo urbano periferico che i nostri padri avevano, forse saggiamente, relegato a sito produttivo e non a spazio di relazione e abitativo, come è avvenuto nel caso delle «Albere».

Il secondo tema è quello dell’architettura «griffata». I promotori dell’operazione hanno pensato di valorizzare gli alloggi facendoli «firmare» da uno degli architetti più affermati del momento. Ma i trentini hanno fatto spallucce. Ovvero: nella città di Trento non esiste un gruppo sociale così numeroso – una «borghesia» avremmo detto qualche decennio fa – interessato a farsi vanto di abitare in una casa pensata da un’archistar. Anzi: «l’understatement» tipico dei trentini, che non ostentano mai il proprio status sociale, si è rilevato come un vero e proprio limite della struttura urbanistica e architettonica, che avrebbe potuto funzionare in tantissime altre città italiane, ma non in quella del Concilio tridentino.

Infine, la terza questione, direttamente legata alla precedente. L’intero progetto è stato elaborato nello studio di Renzo Piano. In una provincia che conta più di mille architetti e più di tremila ingegneri, non è stata costruita una operazione culturale capace di integrare conoscenza internazionali con professionalità locali. Nessun ingegnere o architetto è stato coinvolto nella progettazione, dando all’intera operazione il sapore di un prodotto che viene da lontano, imposto, calato dall’alto, incapace di creare ricchezza – intesa anche come «know-how» – sul territorio.

Che fare adesso, allora? Prima che la situazione si avviti ancor più su se stessa occorre che la politica, prima ancora degli investitori, s’interroghi sul futuro del quartiere delle Albere. È giunto il momento di individuare un altro target di possibile abitante. Aprendo le porte a fasce sociali fino ad oggi ignorate e che possono essere interessate ad una modalità nuova dell’abitare – non più una classe medio-alta, ma studenti, ricercatori stranieri, giovani coppie. Naturalmente prevedendo al contempo degli affitti capaci di adattarsi a tasche meno capienti. Ecco allora: trasformare «Le Albere» in un quartiere «cool». Un luogo di artisti e di pensatori. Di intellettuali e di studenti. E, probabilmente, di non-trentini. Forse è l’unico modo per uscire dallo scacco in cui ci troviamo. E per evitare che, quello che doveva essere il nuovo cuore della città, si trasformi progressivamente in un buco nero, in un luogo sconosciuto ed irriconoscibile, lontano dal nostro immaginario, stretto tra la ferrovia ed il fiume.

(Pubblicato su “A”, luglio 2014)

Novita’ in edicola: “Sentieri Urbani nr. 13″

SU13Sentieri Urbani 13

Spazi pubblici e sicurezza urbana

A cura di Alessandro Franceschini  e Margherita Meneghetti

Con un’intervista a Zygmunt Bauman.

Con saggi di: Giandomenico Amendola, Sabrina Borghesi, Serena Bressan, Giorgio Antoniacomi, Andrea Di Nicola, Eleonora Guidi, Margherita Meneghetti, Gian Guido Nobili, Luca Pietrantoni, Monica Postiglione, Marco Sorrentino, Bruna Zani.

 

Il tema sviluppato all’interno del numero 13 di Sentieri Urbani è quello della «sicurezza», o meglio, dell’«insicurezza urbana». Tale concetto è di estrema attualità se si considera il continuo evolversi delle problematiche riferite alle città contemporanee ed è di tipo interdisciplinare perché tocca numerosi aspetti del vivere in un contesto urbano. La tematica dell’ insicurezza urbana inizia a prendere piede in Italia a partire dagli anni Novanta del Novecento, diviene presto un importante indicatore di misurazione della qualità della vita nelle città ed entra prepotentemente a far parte dell’Agenda Setting delle Amministrazioni nazionali e locali: lo spinoso oggetto diviene subito di forte presa mediatica e si trova ad avere un effetto negativo, ansiogeno e, talvolta, patologico su determinati soggetti fragili, in particolare bambini, donne e anziani.

Oltre all’aspetto oggettivo della sicurezza, configurato principalmente dalle statistiche della criminalità, della delittuosità e da quelle di vittimizzazione, in questo numero della rivista si è deciso di dare maggiore rilievo al versante soggettivo, quello cioè della percezione della sicurezza: tale sentimento si vedrà che può essere declinato in vari modi, e che è il prodotto di numerose variabili che spesso hanno poco a che fare con la criminalità reale, ma che incidono fortemente sul sentimento di benessere fisico e mentale e sul tipo di rapporto che l’individuo instaura con lo spazio e con il contesto sociale in cui si trova ad agire.

Novita’ in libreria: “Dal Belvedere”

Dal Belvedere

Alessandro Franceschini, Paolo Sandri, ”Dal Belvedere” (BQE Editrice, 2013, 29 euro).

Disponibile nelle migliori librerie.

 

 

 

L’uomo vive immerso nel suo ambiente esistenziale. Un’immersione totale e totalizzante che rappresenta, assieme al linguaggio, uno dei fenomeni attraverso i quali l’identità individuale e quella comunitaria nascono e crescono. Gli uomini costruiscono un paesaggio e quel paesaggio, a sua volta, li “costruisce”, parafrasando una celebre frase di Winston Churchill. Una costruzione reciproca, stratificata, diacronica, che affonda le radici nei secoli della storia umana e che emerge nell’evidenza delle forme dell’aperto e nelle tradizioni dei popoli. Questa relazione esplode con tutta la sua forza all’interno di specifici luoghi del territorio che, per esposizione o per composizione morfologica dell’intorno, sono stati codificati nel loro uso dall’uomo, diventando i punti in cui la coscienza umana ed il mistero dell’ambiente, si toccano. Sono i «belvedere», ovvero quei luoghi dai quali l’uomo ammira il contesto che sta attraversando. E dai quali contempla – come in uno specchio – la propria condizione umana.

L’obiettivo di queste pagine è quello di rendere un omaggio ai belvedere dai quali, fin dalla notte dei tempi, l’uomo si confronta con il paesaggio circostante, e al ruolo che il belvedere ha dentro la maturazione dell’emozione paesaggistica dell’animo umano. L’indagine percorre l’itinerario geografico del bacino idrografico del fiume Adige, nell’ambito della provincia di Trento. Le fotografie di Paolo Sandri accompagnano il lettore in un percorso ideale che mette in evidenza i punti focali dei belvedere presenti lungo i solchi vallivi, nelle piane, sugli affacci del sistema morfologico trentino. Si tratta di punti di origine naturale o di matrice antropica collocati a volte nel fondovalle e a volte lungo le pendici: la selezione delle immagini cerca di contemplare sia il bisogno di descrivere tutto lo sviluppo del territorio indagato, sia l’originalità e la peculiarità dei punti di osservazione.

Carta o Bancomat? Ovvero, quel che mancava al rilancio delle professioni.

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Carta o Bancomat? Chi l’avrebbe mai detto di poter udire, dentro gli studi di architettura, questa domanda che di solito si sente nei pressi delle casse di un negozio o mentre si sta affannatamente sistemando la spesa dentro le sportine in un supermercato. Eppure non si tratta di fantascienza ma di «un’innovativa» previsione di legge – che dovrebbe diventare operativa dal 1° gennaio del 2014 – che obbliga tutti gli studi professionali italiani ad installare ed attivare (e si spera ad utilizzare) un apparecchio Pos (Point of Sale) per consentire ai clienti di pagare comodamente le fatture attraverso una procedura virtuale anziché utilizzando il contante. Lo scopo? Quello – si deduce dalla norma – di «contrastare l’evasione fiscale».

L’idea non è una boutade dell’ultima ora ma una delle misure previste dal Decreto Legge 179/2012 (il cosiddetto «Sviluppo bis») convertito, nel dicembre 2012, nella Legge 221 recante «ulteriori misure urgenti per la crescita del Paese».

Allora a Palazzo Chigi c’era Mario Monti che voleva trasformare l’Italia in un Paese «normale». Secondo questa legge, con il Pos i professionisti (non solo gli architetti ma anche gli ingegneri, i geometri ecc.) potranno leggere carte di debito (bancomat), carte di credito e carte prepagate e accreditare l’importo dovuto direttamente in conto corrente. Il «teorico» utilizzo di questi sistemi di pagamento elettronici è stato introdotto come uno strumento per garantire una maggiore tracciabilità delle transazioni economiche. Una misura forse non così urgente, visto che già il Decreto Legislativo 231/2007 in materia finanziaria aveva già imposto il «divieto di trasferimento di denaro contante o titoli per somme maggiori o uguali a mille euro».

Il Consiglio nazionale degli architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori non ha usato mezzi termini nel definire questa operazione burocratica «un ulteriore regalo alle banche», che costringerebbe gli architetti a «sostenere i costi di attivazione, installazione e di utilizzo». Un provvedimento, spiega un comunicato stampa del Nazionale, che «dimostra ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno, come Governo e Parlamento siano lontani e quasi estranei dai reali problemi del Paese».

Le professioni tutte stanno «soffrendo in maniera pesante l’impatto della crisi economica». Una crisi che gli architetti italiani stanno pagando «con la chiusura degli studi professionali» e con «una generazione di giovani professionisti destinati, di fatto, ad emigrare o a svolgere nel proprio Paese altri mestieri».

Un regalo alle banche, si diceva. In effetti è l’unica certezza che una simile innovazione porterà sul mercato. Secondo un’indagine dell’Osservatorio della Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro, che ha analizzato i dati macroeconomici dei movimenti bancari medi in questi ultimi anni, l’introduzione del Pos negli studi professionali frutterà alle banche un utile di oltre due miliardi di euro all’anno.

Il conto è presto fatto: in Italia le imprese si attestano su circa cinque milioni di soggetti che in un anno spendono mediamente sette mila euro per servizi professionali, con un volume di transazioni pari a circa trentacinque miliardi di euro. Applicando il 3% medio di commissione bancaria sui pagamenti si arriva a oltre un milione di euro in più di incassi per le Banche. Et voilà.

Ma non è tutto: per quanto riguarda più specificatamente i professionisti il «danno» (economico) potrebbe contenere anche una «beffa» (sostanziale): le attività professionali, infatti, prevedono pagamenti normalmente superiori ai massimali delle carte di debito e quindi la categoria sarebbe gravata dai soli costi fissi per l’attivazione e la gestione del Pos, a fronte di un suo (quasi) totale inutilizzo. Insomma – si permetta il tono ironico – questa previsione normativa era proprio quel che mancava per il rilancio delle professioni in Italia: in uno dei momenti più critici della storia delle professioni in Italia – nel quale si rischia veramente che tutto il know-how sedimentato nei decenni venga «buttato alle ortiche» – i nostri legislatori reputano cruciali simili iniziative. Ma signori, siamo seri: di che cosa stiamo parlando?

(pubblicato su “A”, dicembre 2013)

Il governo del territorio: una sfida “politica”

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Tra le sfide che l’attuale governo provinciale dovrà affrontare nei prossimi cinque anni, il governo del territorio – inteso come quell’insieme di azioni e pratiche progettuali di natura economica, urbanistica ed ambientale messe in campo per rendere un territorio più moderno, sostenibile e competitivo – rappresenta una delle questioni più urgenti e delicate.

Negli scorsi decenni, il governo del territorio è stato il fiore all’occhiello della nostra provincia e lo strumento che ha reso il Trentino un laboratorio d’avanguardia nell’implementazione di nuovo modelli di sviluppo economico locale.

Basti pensare al Piano urbanistico del 1967 firmato dall’urbanista Giuseppe Samonà e dal politico Bruno Kessler – il primo piano urbanistico d’area vasta del nostro Paese – che ha trasformato una provincia flagellata dall’emigrazione in un territorio capace di attirare risorse e cervelli da tutto il mondo. Oppure al Piano urbanistico del 1987, firmato dall’urbanista Franco Mancuso e dal politico Walter Micheli, che ha saputo cogliere le istanze della salvaguardia dell’ambiente, preservando ampie parti di territorio dalla speculazione edilizia ed economica.

Il Piano attualmente in vigore, approvato nel 2008, è stato costruito nel solco delle due esperienze precedenti ma ha saputo adottare, al contempo, alcuni interessanti accorgimenti innovativi. Ha introdotto, ad esempio, il tema del «paesaggio» – inteso come metafora della costruzione identitaria collettiva – per controllare il valore delle azioni di sviluppo. E ha contemplato il concetto di «sussidiarietà responsabile» inteso come occasione per demandare alle comunità locali le scelte di sviluppo del territorio. Si tratta di un piano ricco di potenzialità che punta a responsabilizzare gli enti intermedi fra Comuni e Provincia – le «Comunità» ed i loro piani territoriali – nelle scelte di sviluppo locale. L’enfasi posta nello strumento urbanistico sul concetto di partecipazione significa proprio questo: la pianificazione del territorio deve tornare ad essere un patrimonio di tutti e non un ordine calato dall’alto.

Tuttavia, se pensiamo a quanto è cambiato il nostro mondo da quando l’ultima revisione del piano è stata approvata, appare chiaro che stiamo parlando di uno strumento già obsoleto. Un lustro è un tempo molto ridotto quando si parla di pianificazione. Ma negli ultimi cinque anni la crisi economica, la riduzione delle finanze pubbliche e la «spending review» hanno completamente stravolto i paradigmi sui quali si fonda la nostra azione sul territorio. Il piano vigente è un piano di sviluppo che contempla espansioni edilizie e produttive, che immagina infrastrutture tangenziali ai centri abitati. È un piano che recepisce la visione di «Metroland», oramai sparita da tutte le agende politiche. È, insomma, un piano inadatto ad affrontare le sfide dei prossimi anni per le quali non si potrà più ragionare come si è fatto negli ultimi decenni.

Le sfide che oggi dobbiamo raccogliere sono di altra natura: non più politiche di espansione residenziale ma «riduzione» delle aree urbanizzabili; non più costruzione d’infrastrutture pesanti ma «riutilizzo» della rete esistente; non più implementazione di aree industriali ma «riciclo» dei tanti capannoni inutilizzati.

Nella pratica, occorre lavorare sulla riqualificazione del patrimonio edilizio pubblico e privato esistente; occorre ridurre il consumo di suolo agricolo e lo spreco energetico prodotto dagli edifici; occorre guardare con occhio nuovo i nostri centri storici che possono essere riqualificati per accogliere nuove residenze e nuovi turismi; occorre rivalutare gli spazi urbani esistenti; occorre pensare ad una mobilità urbana e territoriale sensibile, riqualificando il più possibile la rete esistente.

In questi mesi le comunità di valle del Trentino stanno lavorando nell’implementazione del loro strumento urbanistico. Un lavoro importante, che potrà recepire, a livello locale, alcune di queste priorità, reindirizzando o dando gerarchia nuova agli scenari dettati dal Piano urbanistico provinciale. Si tratta di un lavoro che deve essere fatto con attenzione ed intelligenza, mediando tra le aspirazioni di sviluppo delle società locali e le potenzialità – spesso inespresse quando non addirittura ignorate – dei territori. Un’operazione di ricucitura culturale, prima ancora che di progettazione territoriale, capace di rendere consapevole la coscienza collettiva delle nuove scommesse di crescita che siamo invitati ad affrontare.

Se nell’immediato quest’azione potrà portare ad alcuni risultati, nel lungo periodo è necessario compiere una riflessione più strutturata. Per questa ragione i prossimi anni di governo dovranno avere un’attenzione particolare al territorio, mettendo mano ad un nuovo aggiornamento del Piano urbanistico provinciale.

Un lavoro straordinario per dotarci di tutti gli strumenti necessari per affrontare una situazione straordinaria, che da emergenziale si sta trasformando in ordinaria. Dovremmo fare più cose con meno risorse e fare meglio con meno sprechi.

Ma per fare questo occorre avere un progetto, un’idea di futuro e un’immagine di territorio. Una visione di un Trentino che vince la crisi diventando migliore. Una speranza che solo un piano urbanistico, costruito sulle necessità dettate dai «tempi nuovi», può darci.

 (pubblicato sul quotidiano l’Adige del 2 gennaio 2013)

 

Competenze (e incompetenze) professionali

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La questione, se non fosse vera, potrebbe sembrare quasi comica. Sempreché si possa ridere di un Paese (il nostro) incapace di emanciparsi dalle vecchie consuetudini che lo rendono ancora un luogo culturalmente arretrato, lungi dal diventare moderno e al passo con i tempi. Si sta parlando del triste teatrino andato in scena nei mesi scorsi presso la Commissione Lavori pubblici del Senato durante il quale, come nel gioco delle tre carte, si è cercato di mascherare per modernità la fame di competenze di alcune corporazioni professionali. Veniamo ai fatti: sul tavolo di quella commissione si è provato ad estendere, con un apposito disegno di legge, il 1865, le competenze professioni dei tecnici non laureati creando un albo unico per tutti.

Presentato alla fine del 2009, ma rimasto nei cassetti della Commissione per quasi due anni, il provvedimento è ritornato in discussione a metà aprile scorso. La «ciccia» del disegno, presentato – udite-udite – dalla senatrice-architetto Simona Vicari (Pdl), sta nella possibilità che geometri e periti possano svolgere alcune attività finora riservate ai tecnici laureati come le attività di progettazione e collaudo di edifici in cemento armato. Oltre alla possibilità di elaborare piani di lottizzazione, dopo aver frequentato, bontà loro, un corso di aggiornamento professionale di 120 ore.

Dare un’occhiata al disegno di legge è un’esperienza che può far arrabbiare, perché nega, in un sol colpo, tutta la retorica che si è soliti fare sull’importanza dello studio e della formazione. Leggiamo, ad esempio, il primo articolo: «Sono di competenza anche dei geometri (…) e dei periti (..) il progetto architettonico e strutturale, i calcoli statici (…), la direzione lavori, la contabilità, la liquidazione e il collaudo statico ed amministrativo degli edifici di nuova costruzione, l’ampliamento, la sopraelevazione, la ristrutturazione ed il recupero edilizio, (…) con i seguenti limiti: a) in zona non sismica: non più di tre piani fuori terra oltre al piano seminterrato o interrato; b) in zona sismica: non più di due piani fuori terra, oltre al piano semi-interrato o interrato».

Per fortuna la nostra categoria non ha perso tempo: «Gli architetti – ha scritto in un duro documento il presidente Leopoldo Freyrie – manifestano la ferma volontà di opporsi a questo genere di iniziative che in maniera subdola e nell’assoluto dispregio di norme di rango comunitario e dei principi di diritto comunitario, spalancando il mercato a soggetti non adeguatamente o per niente formati in un frangente in cui l’interesse pubblico e privato acclama ben qualificate e specifiche competenze in campo edilizio, strutturale, urbanistico, energetico e di tutela del paesaggio».

La riforma delle professioni deve essere l’occasione fondamentale per chiarire, senza ambiguità, i limiti delle competenze professionali dei tecnici non laureati. Valorizzando le loro (tante) competenze ma limitando con chiarezza i campi nei quali non hanno avuto un’adeguata formazione. E questo deve essere fatto in maniera laica, guardando con attenzione a quello che avviene in tutti i paesi avanzati d’Europa. Dove l’architettura non è appannaggio di tante le figure professionali ma una prerogativa degli architetti. Anche l’Italia deve puntare sull’alta formazione dei tecnici che si occupano di architettura e di urbanistica: perché operare dentro il paesaggio è sempre di più complesso, è un’operazione a cuore aperto che necessità di formazione, competenze e sensibilità.

Ma, in questo senso, il lavoro da fare è ancora molto. E diventa difficile non pensare alla Biennale di Architettura del 2010, quando dentro il Padiglione Italia (forse non a caso), capeggiava la scritta: «98% of the architecture worldwide is designed without architects». Che sia anche questa la causa della cattiva qualità delle nostre città, del degrado dei nostri paesaggi e della banalità della nostra architettura?

Una categoria di giovani, di precari, di indebitati, di subordinati, di (probabili) trasmigratori

 

Civiltitaliana

C’è una lettura che non è piacevole intraprendere ma che deve esser fatta. Perché ci racconta, impietosamente, il mestiere dell’architetto com’è oggi, lontano dai cliché e dai pregiudizi che ancora accompagnano questa professione.

Stiamo parlando dell’edizione 2013 del «Rapporto Cresme» (disponibile on-line), che da tre anni a questa parte viene redatto per descrivere lo stato della professione in Italia. L’indagine – promossa dal Cresme e dal Centro studi del Consiglio Nazionale degli Architetti PPC – affronta temi che spaziano dalla congiuntura economica, al tema della condizione lavorativa e professionale degli architetti con un approfondimento sulla situazione dei più giovani, passando per la questione dell’internazionalizzazione.

Proponiamo un sintetico riassunto dell’indagine che merita, tuttavia, di essere letta in tutte le sue 123 pagine. Anzitutto i numeri: gli architetti italiani sono centocinquanta mila, «quasi un terzo di tutti gli architetti europei». Il nostro Paese si conferma il più densamente abitato dai seguaci di Brunelleschi: «cinque ogni duemila abitanti», più del doppio rispetto alla media europea. Un trend che è esploso negli ultimi vent’anni per cui oggi il 35% degli architetti iscritti agli albi ha meno di 40 anni». Di questo esercito di matite in cerca di autore il 40%, è composto da donne, «una quota che è andata rapidamente aumentando negli ultimi anni», e destinata a crescere ancora. Le colleghe non se la passano, tuttavia, molto bene: ad oggi gli architetti guadagnano il 70% in più delle architette.

Alla componente giovanile della categoria è dedicata parte dell’attenzione del rapporto: a dieci anni dal conseguimento del titolo «il reddito mensile medio netto di un giovane architetto risulta di circa 1.300 euro, contro una media complessiva di 1.600 euro». Non solo: il 73% dei giovani architetti oggi inizia la carriera come lavoratore precario e dopo 7 anni dal conseguimento del titolo il 36% lavora ancora come collaboratore esterno in uno studio di terzi. Oltre il 40% dei collaboratori o dipendenti degli studi di architettura guadagna meno di 1.000 euro al mese e solo il 12% supera i 1.500.

Veniamo ora alle brutte notizie: «la combinazione di crisi economica e inversione del ciclo edilizio ha comportato in sei anni la perdita di quasi un terzo del reddito professionale annuo, tanto che nel 2012 il reddito medio potrebbe essere sceso a poco più di 20 mila euro».

Contemporaneamente, «il mercato potenziale degli architetti nelle costruzioni è calato del -36%», il che ha significato un crollo di oltre il -45% del mercato disponibile per il singolo professionista. Una situazione drammatica, destinata a peggiorare: il 37% degli architetti «si attende forti flessioni del fatturato nel 2013». A questo rosario si aggiunge la beffa delle insolvenze (per il 32% l’insoluto raggiunge il 20% del volume d’affari), l’assurdità delle attese (150 i giorni per ottenere un pagamento dalla Pubblica Amministrazione) e il dramma dell’indebitamento (che interessa il 38% degli iscritti).

Il rapporto Cresme, naturalmente, non ha ricette risolutive ma pone delle questioni sulle quali è importante interrogarsi. In particolate emerge «la convinzione che sia ormai arrivato, anche per gli architetti, il momento per un salto di scala nel know-how, nella conoscenza e nell’uso delle tecnologie, nell’internazionalizzazione».

Investire sui più giovani «può rappresentare la carta vincente in un contesto di mercato sempre più competitivo ed esigente».

E sull’internazionalizzazione: non a caso il 40% degli architetti italiani sta già pensando di lavorare all’estero: in Norvegia gli architetti nel 2012 hanno avuto a disposizione un potenziale di oltre 1,7 milioni di euro a testa, in Svizzera oltre 1,4 milioni di euro, in Finlandia, come in Austria, 1,2 milioni. Cifre da capogiro rispetto alle nostre (133 mila euro a matita) . Ma buoni sbocchi vi sono anche in Francia e Regno Unito. Insomma se la crisi continua a mordere, la migrazione potrà essere un’importante opportunità per esercitare il mestiere. L’Europa come occasione: forse val la pena farci qualche ragionamento.

 (pubblicato su “A” giugno-settembre 2013)