Workshop a “Eco-Innovation Academy 2019”

Conoscenza, formazione, scambio di esperienze. Progetto Manifattura conferma la propria vocazione di incubatore e punto di riferimento per la formazione all’imprenditorialità ecosostenibile.  Il mercato sorride soprattutto alle imprese ad alto contenuto innovativo, anche nel settore edilizio. Ecosostenibilità è la parola vincente. Nel mentre proseguono serrati i lavori della “Be Factory” di Trentino Sviluppo che daranno vita al progetto dell’arch. Kengo Kuma, nel rispetto dei migliori standard di sostenibilità e benessere degli ambienti di lavoro,  è ai nastri di partenza un percorso di formazione, una vera e propria “scuola di imprenditorialità”, articolato in trenta seminari specialistici sui temi dell’edilizia sostenibile, dell’efficienza e del risparmio energetico, della gestione dei cantieri, della legislazione che regola l’ecosostenibilità delle attività edilizie. I corsi sono rivolti a startupper, imprenditori e professionisti. Per architetti e ingegneri iscritti sono previsti crediti formativi. L’Academy è promossa come iniziativa di sistema, da Trentino Sviluppo, Ecoopera, Habitech, Green Building Council, Ordine degli Ingegneri di Trento.

Il workshop di lancio è in programma venerdì 29 marzo in Progetto Manifattura, presso la Sala Affreschi, a partire dalle ore 17.00. Sarà guidato da Maurizio Melis, conduttore di “Smart City” su Radio24. Intervengono Paola Moschini, architetto con esperienza nelle certificazioni Leed e fondatrice di Macro Design Studio, Nicola De Pisapia, ricercatore del Dipartimento di Scienze Cognitive dell’Università di Trento e advisor del Well Mind Board e Alessandro Franceschini, vicepresidente dell’Ordine degli Architetti del Trentino ed esperto di paesaggio e riqualificazioni urbane.

[Nella galleria, due momenti dell’evento. Foto di Paolo Pedrotti]

Un Paese finalmente civile

Viaggiare è uno dei grandi piaceri della vita. Si lasciano le certezze, i ritmi quotidiani, per scoprire nuovi paesaggi, nuove dimensioni esistenziali, nuovi modi per vivere in comunità. Tuttavia, a volte, il viaggio non è la libera scelta di una parentesi di villeggiatura, ma una necessità di vita dettata dalle precipue condizioni del proprio luogo di origine. Nel corso della storia, gli esseri umani hanno spesso intrapreso viaggi per trovare qualcosa che non riuscivano ad avere a casa propria. Nuove frontiere, nuove terre, nuove città. E così anche oggi, i viaggi nascono da un forte desiderio di emancipazione, di rivalsa, da parte di significative fette della popolazione, soprattutto giovanili. Questo numero di Uomo, città, territorio, vuole parlare di questo.
Ci sono i giovani africani che cercano di arrivare nel nostro Paese per sfuggire alle guerre o semplicemente ad una vita di stenti e di fatica. Scappano da luoghi depauperati dall’ingordigia occidentale che, nel corso dei secoli, li ha depredati di materie prime, di risorse umane, di riferimenti culturali, di usanze tradizionali, di elementi d’identità. Fuggono in cerca di una vita migliore, per una chance esistenziale innata nell’uomo. E vengono da noi perché vedono nel nostro mondo, nelle sue luccicanti paillettes tecnologiche, un luogo da favola, proiettato in un futuro irraggiungibile dai deserti e dalle steppe del continente nero. Un viaggio che spesso si ferma su un barcone, nelle acque di un porto italiano “chiuso” dal populismo della politica.
E ci sono i giovani italiani. Certo non sono così affamati e disperati come i loro coetanei africani, ma anche essi fuggono da un Paese inospitale in cerca di una prospettiva di vita più soddisfacente. Hanno studiato a lungo e si sono formati con entusiasmo e passione. Ma, una volta entrati nel mondo del lavoro, hanno scoperto che non c’era spazio per loro. Il mercato del lavoro in Italia è bloccato. E quando è aperto, è mal pagato, incapace di valorizzare le competenze, burocratizzato e inefficiente. Chi va all’estero se ne accorge subito, e per questo non torna più. Quello che era iniziata come una leggera esperienza dopo la laurea, si trasforma ben presto in una scelta di vita senza ritorno, che lascia famiglie spezzate, genitori soli e un Paese più povero di intelligenze e di energie. Queste pagine di Uct sono dedicate a questi due fenomeni, tanto differenti quanto incredibilmente simili. Se da un lato, infatti, una certa mobilità giovanile è comprensibile e perfino auspicabile, dall’altro questi fenomeni evidenziano che qualcosa si è rotto nel susseguirsi delle prospettive generazionali. E questo emorragia di ragazzi che se ne vanno e non tornano più deve obbligare tutti ad una profonda riflessione. Soprattutto chi – come politici e amministratori – ha l’onere di scegliere verso dove indirizzare le politiche di sviluppo. Ecco: mi piacerebbe che l’Italia diventasse un Paese capace di trattenere i propri figli e capace di accogliere quelli in cerca di un futuro migliore. E questi giovani, in un patto tra pari, fossero in grado di inventare un nuovo miracolo italiano. Questa volta non solo economico. Ma anche etico e sociale. Finalmente civile. 

[Pubblicato su Uomo Città Territorio 518]