Carta o Bancomat? Ovvero, quel che mancava al rilancio delle professioni.

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Carta o Bancomat? Chi l’avrebbe mai detto di poter udire, dentro gli studi di architettura, questa domanda che di solito si sente nei pressi delle casse di un negozio o mentre si sta affannatamente sistemando la spesa dentro le sportine in un supermercato. Eppure non si tratta di fantascienza ma di «un’innovativa» previsione di legge – che dovrebbe diventare operativa dal 1° gennaio del 2014 – che obbliga tutti gli studi professionali italiani ad installare ed attivare (e si spera ad utilizzare) un apparecchio Pos (Point of Sale) per consentire ai clienti di pagare comodamente le fatture attraverso una procedura virtuale anziché utilizzando il contante. Lo scopo? Quello – si deduce dalla norma – di «contrastare l’evasione fiscale».

L’idea non è una boutade dell’ultima ora ma una delle misure previste dal Decreto Legge 179/2012 (il cosiddetto «Sviluppo bis») convertito, nel dicembre 2012, nella Legge 221 recante «ulteriori misure urgenti per la crescita del Paese».

Allora a Palazzo Chigi c’era Mario Monti che voleva trasformare l’Italia in un Paese «normale». Secondo questa legge, con il Pos i professionisti (non solo gli architetti ma anche gli ingegneri, i geometri ecc.) potranno leggere carte di debito (bancomat), carte di credito e carte prepagate e accreditare l’importo dovuto direttamente in conto corrente. Il «teorico» utilizzo di questi sistemi di pagamento elettronici è stato introdotto come uno strumento per garantire una maggiore tracciabilità delle transazioni economiche. Una misura forse non così urgente, visto che già il Decreto Legislativo 231/2007 in materia finanziaria aveva già imposto il «divieto di trasferimento di denaro contante o titoli per somme maggiori o uguali a mille euro».

Il Consiglio nazionale degli architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori non ha usato mezzi termini nel definire questa operazione burocratica «un ulteriore regalo alle banche», che costringerebbe gli architetti a «sostenere i costi di attivazione, installazione e di utilizzo». Un provvedimento, spiega un comunicato stampa del Nazionale, che «dimostra ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno, come Governo e Parlamento siano lontani e quasi estranei dai reali problemi del Paese».

Le professioni tutte stanno «soffrendo in maniera pesante l’impatto della crisi economica». Una crisi che gli architetti italiani stanno pagando «con la chiusura degli studi professionali» e con «una generazione di giovani professionisti destinati, di fatto, ad emigrare o a svolgere nel proprio Paese altri mestieri».

Un regalo alle banche, si diceva. In effetti è l’unica certezza che una simile innovazione porterà sul mercato. Secondo un’indagine dell’Osservatorio della Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro, che ha analizzato i dati macroeconomici dei movimenti bancari medi in questi ultimi anni, l’introduzione del Pos negli studi professionali frutterà alle banche un utile di oltre due miliardi di euro all’anno.

Il conto è presto fatto: in Italia le imprese si attestano su circa cinque milioni di soggetti che in un anno spendono mediamente sette mila euro per servizi professionali, con un volume di transazioni pari a circa trentacinque miliardi di euro. Applicando il 3% medio di commissione bancaria sui pagamenti si arriva a oltre un milione di euro in più di incassi per le Banche. Et voilà.

Ma non è tutto: per quanto riguarda più specificatamente i professionisti il «danno» (economico) potrebbe contenere anche una «beffa» (sostanziale): le attività professionali, infatti, prevedono pagamenti normalmente superiori ai massimali delle carte di debito e quindi la categoria sarebbe gravata dai soli costi fissi per l’attivazione e la gestione del Pos, a fronte di un suo (quasi) totale inutilizzo. Insomma – si permetta il tono ironico – questa previsione normativa era proprio quel che mancava per il rilancio delle professioni in Italia: in uno dei momenti più critici della storia delle professioni in Italia – nel quale si rischia veramente che tutto il know-how sedimentato nei decenni venga «buttato alle ortiche» – i nostri legislatori reputano cruciali simili iniziative. Ma signori, siamo seri: di che cosa stiamo parlando?

(pubblicato su “A”, dicembre 2013)

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