Libere professioni in cerca di una nuova identita’

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C’è stato un tempo in cui la libera professione era sinonimo di status sociale, di reddito alto, di qualità della vita. Era la massima aspirazione degli studenti migliori, lo sbocco ideale per i neo laureati intraprendenti, il sogno di tanti genitori interessanti al futuro del proprio figlio. Oggi, invece, le libere professioni stanno vivendo uno dei momenti più critici della loro storia, e devono ripensare il loro ruolo all’interno di una società radicalmente trasformata dalla modernità, dalla crisi economica e dall’avvento delle nuove tecnologie. Il dato da cui prendono avvio queste riflessioni è questo: negli ultimi dieci anni gli iscritti all’esame di abilitazione per l’idoneità alla libera professioni si sono ridotti del trenta percento, con una parallela flessione del numero di promossi. A soffrire questa crisi sono stati soprattutto gli ingegneri, i medici, i geologi ed i consulenti del lavoro. E, naturalmente, gli architetti.

Si tratta di una tendenza che emerge dalle elaborazioni del «Sole 24 Ore» su dati del ministero dell’Istruzione, che ogni anno «fotografa» gli esami di Stato per alcune professioni chiave. In estrema sintesi il messaggio dell’analisi è questo: negli ultimi dieci anni, gli aspiranti al tesserino di un Ordine professionale che si sono presentati agli esami si sono ridotti di oltre un quarto (-27,3%). Più stretta anche la via dell’accesso: un terzo in più dei candidati non ha superato gli esami di abilitazione. La crisi ha colpito di più gli uomini: la categoria si è quasi dimezzata, passando dai 30mila nuovi ingressi del 2003 ai 18mila del 2012, mentre le donne hanno «tenuto» meglio con una flessione delle abilitazioni pari «solo» al 19 per cento. Anzi, le donne hanno persino sorpassato i colleghi uomini: 23mila le abilitate del 2012, rispetto a 18mila uomini.

Per quanto riguarda più specificatamente gli architetti, questi dati sono ulteriormente enfatizzati. Il numero di aspiranti è letteralmente crollato negli ultimi dieci anni: erano 13.250 nel 2003 e sono diventati 7.212 nel 2012 con un crollo del 49,7%. Il dato di genere appare confermato da molto tempo: dal 2003, infatti, vengono abilitate più architette che architetti. Anche in Trentino è possibile osservare questa tendenza: se fino a qualche anno fa gli iscritti aumentavano di parecchie decine all’anno (il record è stato raggiunto nel 2006 con un +52 unità, relative al saldo tra nuovi iscritti e cancellati), negli ultimi anni si è registrato un brusco rallentamento: nel 2013 il saldo è stato di appena di +10 unità (con un’incidenza femminile del 44%) e i dati sull’anno in corso promettono di confermare ulteriormente questa tendenza. Segni di un mestiere che sta cambiando: i laureati in architettura oggi scelgono anche delle professioni «parallele». Molti di loro si specializzano in campi come la fotografia, l’arte contemporanea, il design: professioni che possono svolgere senza essere iscritti all’albo professionale.

A differenza del passato – se possiamo trarre una morale da questa piccola indagine – essere iscritti ad un Albo professionale sembra non essere più uno status sociale ricercato: oggi non cerca più l’iscrizione all’Albo l’architetto che si è inventato un altro lavoro, l’abilitato che lavora «a bottega», il dipendente pubblico che vuol risparmiare, l’insegnate che tanto non arrotonda più firmando piccoli interventi tecnici nel tempo libero. Tutto questo, però, se da una parte sottolinea lo scarso «appeal» che la libera professione, dopo la grande crisi economica, sta progressivamente avendo, dall’altra ha il positivo effetto di ridimensionare i numeri di molte categorie che negli ultimi anni era letteralmente esploso. I 150 mila architetti nel nostro Paese sono ancora troppi. Il triplo, ad esempio, rispetto ai colleghi francesi. Quindi il margine di miglioramento è ancora ampio. Ma l’auspicio deve però esser questo: attenzione che con il crollo dei numeri non equivalga un parallelo crollo della credibilità delle libere professione in generale, e di quella dell’architetto in particolare. Perché il nostro tempo ha sempre più bisogno del lavoro dei seguaci di Palladio: sia per dare senso alla pianificazione dei nostri territori, sia per prefigurare l’architettura delle nostre città, sempre più bisognose di qualità e di bellezza.

(Pubblicato su “A”, ottobre 2014)

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