Bruno Kessler e il Pup ‘67

L’anniversario, caduto lo scorso 19 marzo, dei trent’anni dalla scomparsa di Bruno Kessler, rappresenta un’occasione per riflettere anche sul fondamentale contributo che egli stesso diede, in qualità di presidente della Provincia di Trento, alla stesura e all’implementazione del Piano urbanistico del Trentino, il primo piano ad area vasta progettato nel nostro Paese.

Per ricostruire quest’interessante pagina della storia del nostro territorio, può essere utile rileggere la ponderosa mole documentale prodotta in quegli anni. Una varietà incredibile di documenti programmatici, atti di convegno e relazioni consigliari che raccontano, meglio di tante altre cose, come il Trentino che stiamo vivendo oggi non sia stato il frutto di un caso, ma il prodotto di un progetto visionario, figlio delle intuizioni di Kessler ma anche esito di un’energia collettiva che investiva l’intera classe dirigente di quegli anni. La consapevolezza di essere all’inizio di un periodo di potenziale sviluppo economico, fece riflettere le menti più argute sulle possibili strade da percorrere e sui conseguenti scenari da perseguire. Guardando a quel periodo è infine possibile cogliere, in filigrana, un clima di forte collaborazione, nel quale politici, intellettuali e professionisti discutevano duramente tra di loro nel merito delle scelte programmatiche ma conservando una reale stima reciproca.

Uno degli aspetti più interessanti, ripercorrendo le tappe di quella vicenda, è rappresentato dalla capacità di guardare con lungimiranza gli obiettivi di sviluppo, e la forza di abbracciare, senza paura, sfide dilatate nel tempo e nello spazio. Nelle sue relazioni programmatiche, all’inizio degli anni Sessanta, Kessler affermava, alludendo alla pianificazione urbanistica, come «la Giunta debba impostare la sua attività su basi scientifiche senza tuttavia cadere nell’eccesso opposto, ovvero nel considerare come sperimentale ogni risultanza scientifica: il dato scientifico dovrà essere mediato sia dal buon senso, sia dalle necessità delle popolazioni». In effetti questa era anche la cifra del suo approccio alla politica, che era spesso la sintesi tra un raffinato pensiero e una prassi molto concreta. E questo racconta anche il perché, nella realizzazione del Piano urbanistico, che Kessler considerava «un fatto tecnico e anche un fatto politico», egli stesso si fece accompagnare dalle intelligenze più raffinate presenti, allora, sul mercato.

Il Kessler “politico” in grado di far dialogare dimensione scientifica e istanza popolare, emerge in molti passaggi dei suoi interventi pubblici. Come quando illustrava che «un’azione politica è veramente efficace nella misura in cui riesce ad interpretare le esigenze e le aspirazioni delle popolazioni, ponendosi, in questo contesto umano, come elemento di sviluppo sia economico che sociale». E ancora, elencando una dimensione metodologica dell’azione politica, spiegava che

«quando parliamo di programmazione, vogliamo che siano ben chiare queste premesse: nello studio e nel lavoro si ha di mira l’uomo e non la struttura o il fenomeno economico, considerati come valori finali. D’altra parte in quest’azione, non si vuole imporsi l’uomo ma, interponendolo, tentare di favorirne in tutte le direzioni una completa e libera espansione».

La redazione del piano fu anticipata, com’è noto, da un’importante fase propedeutica fatta di analisi e di ricerche. Ma anche di occasioni di confronto laico sulle possibilità di sviluppo di un territorio come il Trentino. Ad esempio, va ricordato il Convegno di Torbole, tenutosi nella primavera del 1962, durante il quale vennero discussi a fondo i problemi strutturali della provincia di Trento. In quel caso Kessler, nelle vesti di mattatore del congresso, mise a confronto due possibili visioni territoriali: la prima, sostenuta da Giuseppe Samonà, lavorava sul concetto di «città-campagna» e trovava nel Comprensorio la sua espressione più emblematica; la seconda, sostenuta da un gruppo di economisti, immaginava invece un Trentino «città-regione», con gli insediamenti produttivi concentrati sull’asta dell’Adige. L’esame delle due alternative, in perfetto stile “kessleriano”, non riguardò i relativi contenuti teorici, quanto la capacità di risposta dell’una o dell’altra ai bisogni locali, di breve e di lungo periodo, secondo l’interpretazione politica del governo provinciale.

Quando il piano venne approvato per la prima volta, il 23 maggio 1964 (l’adozione definitiva avverrà solo nel 1967), Kessler era ben consapevole della portata storica di quel documento, che rappresentava, unico in Italia, «un ordinamento urbanistico territoriale completo» del quale non esistevano «né precedenti tecnici, né precedenti legislativi, cui riferirsi». In Consiglio provinciale il presidente parlava di un piano che proponeva una vera e propria «sperimentazione di principi e di idee», che ha potuto trovare forma solo «grazie alla partecipazione appassionata di un larghissimo numero di esperienze e di competenze». Un piano che

«non vuole porsi come un tecnicismo» ma come un’azione caratterizzata da «una penetrazione tecnica del progetto stesso presso le genti trentine, con la parola viva e concreta del presidente e degli amministratori della Provincia autonoma», che in «un colloquio continuo, svolto comune per comune», hanno trasformato «il tecnicismo della teoria urbanistica in un fatto umano di partecipazione generale alla forma rigeneratrice di sviluppo che il Piano propone».

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