RIFUGIO TONINI, RICOSTRUIAMOLO DOV’ERA MA NON COM’ERA

15726924_10205726145552462_8313002428197551021_n

Il Rifugio Tonini non c’è più. Le fiamme hanno consumato velocemente le forme di quell’edificio collocato al limitare del bosco, nella catena del Lagorai, lasciando cenere e rovine dove fino a ieri esisteva uno spazio di amicizia e di accoglienza per alpinisti e villeggianti. Questo rifugio – come ha giustamente ricordato il presidente della Sat, Claudio Bassetti – era un vero e proprio «gioiello»: collocata in una conca d’eccezionale bellezza, questa struttura era capace di dialogare con le montagne attorno, con il cielo e con il fondovalle. Era la meta che appariva dopo una passeggiata nella fitta boscaglia e un punto di appoggio per escursioni più ambiziose. Non solo ricovero per viandanti della montagna, ma vero e proprio landmark paesaggistico e identitario, punto di riferimento di tutto un territorio che nel «Tonini» si riconosceva e si ritrovava.

Oggi è il giorno del dolore e della presa di coscienza. Agli esperti toccherà il compito di capire le cause del rovinoso incendio, a noi tutti quello di guardare a quelle macerie per riflettere sulla precarietà delle opere umane, e sull’influenza che i quattro elementi – la terra, l’aria, l’acqua e, per l’appunto, il fuoco – esercitano su di esse. La storia dell’uomo è anche una storia di continue lotte con la natura, fatta di estenuanti ricostruzioni dopo le distruzioni, tramandate di generazioni in generazione, di padre in figlio. E proprio perché l’uomo è un animale che «progetta» il futuro, da domani occorrerà anche pensare al rifacimento di questo storico rifugio, che non potrà che risorgere dalle sue stesse ceneri per tornare a essere quel punto di riferimento unico, come lo è stato nel corso degli ultimi decenni, per tutta la comunità trentina e non solo.

In questa prospettiva, l’errore più grande che potremmo commettere in questo drammatico momento è quello di compiere delle scelte nostalgiche. Ovvero quello di pensare di ricostruire il «Tonini» esattamente com’era, tale e quale. Un errore, perché il fluire della storia non si ferma, e la storia delle forme di quella struttura, sedimentate nel tempo, in un processo di stratificazione continua, a volte progettata, a volte causale, è tutta contenuta nei cumuli di macerie che adesso sono disposte ai suoi piedi. L’aspetto dell’edificio che verrà, invece, potrà essere il più inatteso. E diventare l’elemento capace di dare vita nuova al rifugio, in un processo progettuale che si discosta dal ricordo per il passato e che si apre a una visione nuova dell’architettura di montagna, caratterizzata da forme contemporanee capaci di utilizzare materiali della tradizione in chiave moderna.

Il dibattito sull’architettura dei rifugi alpini in Trentino, purtroppo, non ha mai avuto grande successo. Ad oggi, infatti, non riusciamo a staccarci da una configurazione di questi edifici legata alla tradizione rurale, e direttamente derivante dall’autocostruzione che li ha originariamente caratterizzati. I nostri rifugi alpini sono poco più che malghe d’alta quota. Ripercorrono le forme che l’eroico volontariato satino era riuscito a imprimere durante la fase della loro costruzione: linee elementari, dettate dalla limitatezza degli investimenti e dalla semplicità delle maestranze. Allora l’urgenza era quella di offrire ricovero e ristoro per gli alpinisti: quattro muri robusti e un tetto erano più che sufficienti per assolvere allo scopo. Ma oggi queste istanze non sono più sufficienti. Perché nella società contemporanea il rifugio è molto di più di un semplice punto di sosta collocato in un luogo scarsamente antropizzato.

Non è un caso che in tutto l’Arco alpino – dal Piemonte alla Svizzera, dalla Francia all’Alto Adige – i rifugi non siano più considerati solo degli austeri punti di riferimento per gli alpinisti, ma vere e proprie infrastrutture turistiche, capaci di arricchire la dotazione ricettiva di un territorio. Questo cambio di paradigma che caratterizza tutti i territori alpini è stato accompagnato anche da una mutazione stilistica dell’architettura: grazie alla loro straordinaria collocazione, i rifugi, infatti, si prestano per essere delle piccole opere d’arte architettoniche nella natura, dove l’uso dei materiali della tradizione può essere reinterpretato con forme della contemporaneità e arricchito dalla migliore tecnologia esistente, capace di dare sostenibilità energetica e ambientale all’edificio. Funzioni nuove, aspetto nuovo, tecnologie nuove: i rifugi alpini stanno vivendo un’inconsueta possibilità di rivoluzione della quale dobbiamo prendere atto e sulla quale dobbiamo lavorare.

La ricostruzione del «Tonini» rappresenta, quindi, un’imperdibile occasione per avviare una nuova stagione dei rifugi in Trentino. Ecco perché, metabolizzato il dolore per la grave perdita, è necessario avviare subito un dibattito sulle forme, proiettate verso il futuro, con cui potrà essere riedificato il «Tonini». La promozione di un concorso di progettazione aperto ad architetti e ingegneri potrà essere il primo, cruciale, passaggio per ripensare a questo spazio alpino in una nuova prospettiva. Non solo in termini formali, ma anche funzionali. E culturali. Perché un rifugio alpino non è una semplice casetta nel bosco, ma un artefatto umano collocato dentro uno paesaggio spettacolare. Un dramma nella natura. E basterebbe questa piccola ragione per capire perché il rifugio alpino dev’essere anch’esso, architettonicamente parlando, straordinario.

[pubblicato sull’Adige del 30 dicembre 2016]

Bookmark the permalink.

I commenti sono chiusi