Il governo del territorio: una sfida “politica”

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Tra le sfide che l’attuale governo provinciale dovrà affrontare nei prossimi cinque anni, il governo del territorio – inteso come quell’insieme di azioni e pratiche progettuali di natura economica, urbanistica ed ambientale messe in campo per rendere un territorio più moderno, sostenibile e competitivo – rappresenta una delle questioni più urgenti e delicate.

Negli scorsi decenni, il governo del territorio è stato il fiore all’occhiello della nostra provincia e lo strumento che ha reso il Trentino un laboratorio d’avanguardia nell’implementazione di nuovo modelli di sviluppo economico locale.

Basti pensare al Piano urbanistico del 1967 firmato dall’urbanista Giuseppe Samonà e dal politico Bruno Kessler – il primo piano urbanistico d’area vasta del nostro Paese – che ha trasformato una provincia flagellata dall’emigrazione in un territorio capace di attirare risorse e cervelli da tutto il mondo. Oppure al Piano urbanistico del 1987, firmato dall’urbanista Franco Mancuso e dal politico Walter Micheli, che ha saputo cogliere le istanze della salvaguardia dell’ambiente, preservando ampie parti di territorio dalla speculazione edilizia ed economica.

Il Piano attualmente in vigore, approvato nel 2008, è stato costruito nel solco delle due esperienze precedenti ma ha saputo adottare, al contempo, alcuni interessanti accorgimenti innovativi. Ha introdotto, ad esempio, il tema del «paesaggio» – inteso come metafora della costruzione identitaria collettiva – per controllare il valore delle azioni di sviluppo. E ha contemplato il concetto di «sussidiarietà responsabile» inteso come occasione per demandare alle comunità locali le scelte di sviluppo del territorio. Si tratta di un piano ricco di potenzialità che punta a responsabilizzare gli enti intermedi fra Comuni e Provincia – le «Comunità» ed i loro piani territoriali – nelle scelte di sviluppo locale. L’enfasi posta nello strumento urbanistico sul concetto di partecipazione significa proprio questo: la pianificazione del territorio deve tornare ad essere un patrimonio di tutti e non un ordine calato dall’alto.

Tuttavia, se pensiamo a quanto è cambiato il nostro mondo da quando l’ultima revisione del piano è stata approvata, appare chiaro che stiamo parlando di uno strumento già obsoleto. Un lustro è un tempo molto ridotto quando si parla di pianificazione. Ma negli ultimi cinque anni la crisi economica, la riduzione delle finanze pubbliche e la «spending review» hanno completamente stravolto i paradigmi sui quali si fonda la nostra azione sul territorio. Il piano vigente è un piano di sviluppo che contempla espansioni edilizie e produttive, che immagina infrastrutture tangenziali ai centri abitati. È un piano che recepisce la visione di «Metroland», oramai sparita da tutte le agende politiche. È, insomma, un piano inadatto ad affrontare le sfide dei prossimi anni per le quali non si potrà più ragionare come si è fatto negli ultimi decenni.

Le sfide che oggi dobbiamo raccogliere sono di altra natura: non più politiche di espansione residenziale ma «riduzione» delle aree urbanizzabili; non più costruzione d’infrastrutture pesanti ma «riutilizzo» della rete esistente; non più implementazione di aree industriali ma «riciclo» dei tanti capannoni inutilizzati.

Nella pratica, occorre lavorare sulla riqualificazione del patrimonio edilizio pubblico e privato esistente; occorre ridurre il consumo di suolo agricolo e lo spreco energetico prodotto dagli edifici; occorre guardare con occhio nuovo i nostri centri storici che possono essere riqualificati per accogliere nuove residenze e nuovi turismi; occorre rivalutare gli spazi urbani esistenti; occorre pensare ad una mobilità urbana e territoriale sensibile, riqualificando il più possibile la rete esistente.

In questi mesi le comunità di valle del Trentino stanno lavorando nell’implementazione del loro strumento urbanistico. Un lavoro importante, che potrà recepire, a livello locale, alcune di queste priorità, reindirizzando o dando gerarchia nuova agli scenari dettati dal Piano urbanistico provinciale. Si tratta di un lavoro che deve essere fatto con attenzione ed intelligenza, mediando tra le aspirazioni di sviluppo delle società locali e le potenzialità – spesso inespresse quando non addirittura ignorate – dei territori. Un’operazione di ricucitura culturale, prima ancora che di progettazione territoriale, capace di rendere consapevole la coscienza collettiva delle nuove scommesse di crescita che siamo invitati ad affrontare.

Se nell’immediato quest’azione potrà portare ad alcuni risultati, nel lungo periodo è necessario compiere una riflessione più strutturata. Per questa ragione i prossimi anni di governo dovranno avere un’attenzione particolare al territorio, mettendo mano ad un nuovo aggiornamento del Piano urbanistico provinciale.

Un lavoro straordinario per dotarci di tutti gli strumenti necessari per affrontare una situazione straordinaria, che da emergenziale si sta trasformando in ordinaria. Dovremmo fare più cose con meno risorse e fare meglio con meno sprechi.

Ma per fare questo occorre avere un progetto, un’idea di futuro e un’immagine di territorio. Una visione di un Trentino che vince la crisi diventando migliore. Una speranza che solo un piano urbanistico, costruito sulle necessità dettate dai «tempi nuovi», può darci.

 (pubblicato sul quotidiano l’Adige del 2 gennaio 2013)

 
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