L’IDEA: CENTOMILA TULIPANI PER LA SLOI

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Attualmente lo spazio sul quale insisteva la vecchia fabbrica di piombo tetraetile della Sloi si configura come una desolata spianata, completamente abbandonata e senza elementi identitari, eccezion fatta per la presenza del vecchio reattore e della torre piezometrica dell’acqua “a fungo”, uniche testimonianze dell’importante passato industriale della zona.

Le incognite sul futuro di quest’area sono molte, a partire dal complesso tema ambientale legato al disinquinamento dell’area; ma non è il solo: ci sono anche elementi di incertezza sulla vocazione urbanistica che potrà avere in futuro quest’area – che sarà al centro delle riflessioni del nuovo Prg di Trento – e sulla possibilità di reperire le ingenti risorse economiche necessarie per la sua riqualificazione.

In questo contesto, l’ipotesi che quella spianata rimanga ancora tale per molti anni appare tutt’altro che infondata. L’immagine di quel grande cratere senza concrete ipotesi di riconfigurazione, potrebbe essere un elemento di degrado paesaggistico per l’intera città di Trento, che – nonostante siano passati quasi quarant’anni dalla chiusura dello stabilimento che produceva miscele antidetonanti per benzine – non è ancora decisa su come poterlo trasformare.

Nell’attesa che i tempi migliorino – sia in termini economici che strategico-progettuali – potrebbe essere interessante utilizzare l’area per fruizioni temporanee, naturalmente quelle che possano garantire anche la sicurezza dei fruitori. Nella periferia di Milano, ad esempio, è in corso una progettazione interessante che potrebbe essere mutuata nella nostra città: il mese prossimo, infatti, inaugurerà il primo “u-pick” – letteralmente “tu raccogli” – d’Italia, secondo una formula che all’estero ha avuto molto successo.

In pratica si tratta di un campo fiorito piantato con 250mila bulbi – di 183 diverse varietà – di tulipani dove i visitatori possono scegliere e raccogliere i fiori, armati di cestini, direttamente dalla terra. Il campo – ideato da una giovane coppia di olandesi, Edwin Koeman e Nitsuhe Wolanios – aprirà per circa un mese, tra metà marzo e metà aprile, periodo in cui la fioritura delle piantine raggiungerà il pieno compimento.

La formula è molto semplice: i visitatori potranno entrare nel giardino – con un piccolo contributo di qualche euro – e cogliere loro stessi i fiori che desiderano, scattare foto in mezzo a questo vortice scenografico di colori o passare qualche ora di relax immersi nella natura e nel profumo dolce e intenso di questi fiori.

Ecco che la piana dove sorgeva la Sloi (nella foto in alto, un’ipotesi di configurazione) potrebbe trasformarsi, per alcuni mesi all’anno, in uno straordinario e caleidoscopico insieme di colori, aperto alla cittadinanza, e destinato a rendere più bello tutto il desolato (e desolante) paesaggio di via Maccani. Allo stesso tempo, la spianata colorata potrebbe essere una sorta di cornice, capace di far meglio risaltare le forme delle rovine industriali ancora presenti nell’area.

Con una visione doppiamente romantica: in senso sentimentale, perché non c’è nulla di più romantico di una distesa di tulipani colorati; e in senso filosofico, perché le rovine architettoniche – anche quando sono industriali – hanno in se qualcosa di straordinariamente romantico che rimanda al tema dell’infinita lotta tra l’uomo e la natura.

 

LA LUNGA STRADA VERSO LA PARTECIPAZIONE

20170212_161854 [12 febbraio 2017, manifestazione in difesa del paesaggio agricolo dell’abitato di Mori, in provincia di Trento,  minacciato dalla costruzione di opere di consolidamento geologico del versante]

 

Gli eventi che stanno interessando il comune di Mori, in particolare per quel che riguarda la costruzione del «vallo-tomo» a protezione dell’abitato, meritano una riflessione che va al di la del fatto contingente – ovvero l’opportunità o meno di realizzare una struttura per la sicurezza idrogeologica di un centro abitato – e piuttosto dedicata ad un’analisi dello stato della partecipazione dentro la nostra comunità e alla conseguente capacità che hanno i nostri amministratori di accogliere le istanze che provengono dal basso. Viviamo un tempo, infatti, in cui la delega rappresentativa che deriva da un percorso elettorale non può essere più considerata un’investitura «in bianco»: la consapevolezza dei cittadini e la crescita delle informazioni, unite ai nuovi strumenti di discussione e di confronto collettivo mediati dalla rete di Internet, rendono la rappresentanza politica un qualcosa costantemente in discussione, quasi fosse il frutto, da rinnovare quotidianamente, di un’incessante negoziazione tra popolo e potere democratico.

Il tema dello scontro che ha coinvolto la borgata lagarina è assai complesso: da una parte le ragioni degli uffici tecnici della Provincia, che vogliono garantire la sicurezza della cittadinanza, prevedendo la messa in opera di artefatti per il consolidamento geologica del declivio; dall’altra le istanze di una comunità locale che non vuole perdere la memoria della propria identità: ovvero quei segni antropici di conquista agricola della montagna che rendono il paesaggio moriano davvero originale e che ci ricordano, allo stesso tempo, il nostro passato e la fatica che, per secoli, gli abitanti di questa provincia hanno dovuto mettere in atto per rendere il Trentino una terra abitabile. Queste due esigenze sono entrambe da sottoscrivere: garantire la sicurezza di un territorio senza perdere la qualità del suo paesaggio dovrebbe essere un imperativo imprescindibile per una comunità che vuole essere matura, moderna e consapevole. Eppure a Mori qualcosa non ha funzionato. Ed è importante chiedersi il perché.

Ogni discorso che intercetta il tema della partecipazione si presta per essere facilmente mal interpretato. «Partecipazione» è una parola diventata oramai inflazionata, spesso pronunciata a sproposito dagli amministratori e dai cittadini, svuotata di significato e che offre il fianco alla retorica populista. Nei tempi della crisi della democrazia rappresentativa, o, meglio, di quel modello di rappresentanza che abbiamo inseguito a partire dal Secondo dopoguerra, occorre affinare nuovi strumenti per il governo di una società mai stata così multiforme nel corso della storia dell’umanità. Strumenti che possono trovare proprio nella cittadinanza attiva, consapevole, partecipante, un imprescindibile motore di propulsione democratica, capace di colmare quel deficit fiduciario che oggi separa il popolo dai suoi organi di rappresentanza. Strappando la partecipazione dal mondo delle astrazioni metodologiche e facendola diventare un elemento strutturante il senso comune, al pari di tutte quelle pratiche comunitarie, quei riti, quegli usi che non hanno bisogno di essere interrogati né di essere messi in discussione.

Nel caso del vallo-tomo di Mori è stata probabilmente sottovalutata, nell’iter decisionale, la prospettiva comunitaria su una scelta che poteva sembrare, a una lettura superficiale, squisitamente tecnica. Cosa c’è di più ovvio di una montagna che sta crollando e di un’opera di difesa che deve essere all’uopo progettata? In realtà tra il problema e la soluzione, come si è visto, c’è di mezzo il mare. La società contemporanea, infatti, è caratterizzata da un articolato livello di sofisticazione culturale che può produrre cortocircuiti sociali capaci, a loro volta, di interrompere, o rendere molto difficoltoso, il processo decisionale. Le comunità oggi non sono aggregati semplici e banali, ma insiemi caratterizzati da pluriappartenenze, abitate da individui con diversità d’identità, di culture, d’interessi e di opinioni. E proprio questa complessità deve essere governata attraverso percorsi di inclusione deliberativa, gli unici in grado di garantire, in fin dei conti, la certezza dell’iter decisionale e quindi della sua operatività.

C’è allora tutta una nuova grammatica che deve essere insegnata, imparata e interiorizzata. Non solo da parte degli amministratori, a cui spetta sicuramente il compito più gravoso di fare delle scelte. Ma anche da parte dei tecnici che spesso sono coinvolti nel processo decisionale. E da parte dei cittadini che sono chiamati ad una nuova responsabilità, che interessa sfere fino a ieri prerogativa dei rappresentanti istituzionali. In questa prospettiva può essere interessante tornare ai suggerimenti di Paulo Freire, pensatore brasiliano, noto per la sua «pedagogia degli oppressi»: ovvero, «rispettare gli altri abbastanza da ascoltarli molto oltre le parole che dicono», scoprendo le possibilità emergenti, in modo da co-generare le domande e le strategie di sviluppo di comunità.

Dentro una società complessa, come quella in cui viviamo, il principio della partecipazione deve essere concretamente implementato attraverso pratiche adeguate, moderne e coerenti con le peculiarità del luogo. Per queste ragioni deve essere pazientemente costruita una nuova cultura della partecipazione, a tutti i livelli. E, di pari passo, va aumentata la capacità di espressione del cittadino e la capacità di ascolto dell’amministratore pubblico. Con lo scopo di neutralizzare quel meccanismo perverso che riduce lo spazio della partecipazione alla pura protesta. Che porta l’esercito dove ci dovrebbe essere solo l’esercizio della democrazia. Creando procedure capaci di stimolare la partecipazione ne guadagneranno tutti: gli amministratori nella loro immagine pubblica e nel loro consenso, i cittadini nell’esercizio della loro sovranità, i problemi concreti, nelle possibilità di essere, finalmente, risolti.

[Pubblicato sull’Adige dell’11 febbraio 2017]

RIFUGIO TONINI, RICOSTRUIAMOLO DOV’ERA MA NON COM’ERA

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Il Rifugio Tonini non c’è più. Le fiamme hanno consumato velocemente le forme di quell’edificio collocato al limitare del bosco, nella catena del Lagorai, lasciando cenere e rovine dove fino a ieri esisteva uno spazio di amicizia e di accoglienza per alpinisti e villeggianti. Questo rifugio – come ha giustamente ricordato il presidente della Sat, Claudio Bassetti – era un vero e proprio «gioiello»: collocata in una conca d’eccezionale bellezza, questa struttura era capace di dialogare con le montagne attorno, con il cielo e con il fondovalle. Era la meta che appariva dopo una passeggiata nella fitta boscaglia e un punto di appoggio per escursioni più ambiziose. Non solo ricovero per viandanti della montagna, ma vero e proprio landmark paesaggistico e identitario, punto di riferimento di tutto un territorio che nel «Tonini» si riconosceva e si ritrovava.

Oggi è il giorno del dolore e della presa di coscienza. Agli esperti toccherà il compito di capire le cause del rovinoso incendio, a noi tutti quello di guardare a quelle macerie per riflettere sulla precarietà delle opere umane, e sull’influenza che i quattro elementi – la terra, l’aria, l’acqua e, per l’appunto, il fuoco – esercitano su di esse. La storia dell’uomo è anche una storia di continue lotte con la natura, fatta di estenuanti ricostruzioni dopo le distruzioni, tramandate di generazioni in generazione, di padre in figlio. E proprio perché l’uomo è un animale che «progetta» il futuro, da domani occorrerà anche pensare al rifacimento di questo storico rifugio, che non potrà che risorgere dalle sue stesse ceneri per tornare a essere quel punto di riferimento unico, come lo è stato nel corso degli ultimi decenni, per tutta la comunità trentina e non solo.

In questa prospettiva, l’errore più grande che potremmo commettere in questo drammatico momento è quello di compiere delle scelte nostalgiche. Ovvero quello di pensare di ricostruire il «Tonini» esattamente com’era, tale e quale. Un errore, perché il fluire della storia non si ferma, e la storia delle forme di quella struttura, sedimentate nel tempo, in un processo di stratificazione continua, a volte progettata, a volte causale, è tutta contenuta nei cumuli di macerie che adesso sono disposte ai suoi piedi. L’aspetto dell’edificio che verrà, invece, potrà essere il più inatteso. E diventare l’elemento capace di dare vita nuova al rifugio, in un processo progettuale che si discosta dal ricordo per il passato e che si apre a una visione nuova dell’architettura di montagna, caratterizzata da forme contemporanee capaci di utilizzare materiali della tradizione in chiave moderna.

Il dibattito sull’architettura dei rifugi alpini in Trentino, purtroppo, non ha mai avuto grande successo. Ad oggi, infatti, non riusciamo a staccarci da una configurazione di questi edifici legata alla tradizione rurale, e direttamente derivante dall’autocostruzione che li ha originariamente caratterizzati. I nostri rifugi alpini sono poco più che malghe d’alta quota. Ripercorrono le forme che l’eroico volontariato satino era riuscito a imprimere durante la fase della loro costruzione: linee elementari, dettate dalla limitatezza degli investimenti e dalla semplicità delle maestranze. Allora l’urgenza era quella di offrire ricovero e ristoro per gli alpinisti: quattro muri robusti e un tetto erano più che sufficienti per assolvere allo scopo. Ma oggi queste istanze non sono più sufficienti. Perché nella società contemporanea il rifugio è molto di più di un semplice punto di sosta collocato in un luogo scarsamente antropizzato.

Non è un caso che in tutto l’Arco alpino – dal Piemonte alla Svizzera, dalla Francia all’Alto Adige – i rifugi non siano più considerati solo degli austeri punti di riferimento per gli alpinisti, ma vere e proprie infrastrutture turistiche, capaci di arricchire la dotazione ricettiva di un territorio. Questo cambio di paradigma che caratterizza tutti i territori alpini è stato accompagnato anche da una mutazione stilistica dell’architettura: grazie alla loro straordinaria collocazione, i rifugi, infatti, si prestano per essere delle piccole opere d’arte architettoniche nella natura, dove l’uso dei materiali della tradizione può essere reinterpretato con forme della contemporaneità e arricchito dalla migliore tecnologia esistente, capace di dare sostenibilità energetica e ambientale all’edificio. Funzioni nuove, aspetto nuovo, tecnologie nuove: i rifugi alpini stanno vivendo un’inconsueta possibilità di rivoluzione della quale dobbiamo prendere atto e sulla quale dobbiamo lavorare.

La ricostruzione del «Tonini» rappresenta, quindi, un’imperdibile occasione per avviare una nuova stagione dei rifugi in Trentino. Ecco perché, metabolizzato il dolore per la grave perdita, è necessario avviare subito un dibattito sulle forme, proiettate verso il futuro, con cui potrà essere riedificato il «Tonini». La promozione di un concorso di progettazione aperto ad architetti e ingegneri potrà essere il primo, cruciale, passaggio per ripensare a questo spazio alpino in una nuova prospettiva. Non solo in termini formali, ma anche funzionali. E culturali. Perché un rifugio alpino non è una semplice casetta nel bosco, ma un artefatto umano collocato dentro uno paesaggio spettacolare. Un dramma nella natura. E basterebbe questa piccola ragione per capire perché il rifugio alpino dev’essere anch’esso, architettonicamente parlando, straordinario.

[pubblicato sull’Adige del 30 dicembre 2016]

Novita’ in edicola: Sentieri Urbani nr. 21

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Sentieri Urbani nr. 21
La città condivisa
a cura di Camilla Perrone e Bruno Zanon

Con un’intervista a John Forester

Con saggi di:
Silvia Alba, Fabrizio Andreis, Luigi Bobbio, Ruggero Bonisolli, Claudio Calvaresi, Francesca Cognetti, Silvia Ferrin, Francesco Gabbi, Sophie Guillain, Lucia Lancerin, Rodolfo Lewanski, Alfredo Mela, Liliana Padovani, Chiara Pignaris, Maddalena Rossi,  Laura Saija, Marianella Sclavi.

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In questo numero di Sentieri Urbani vengono ospitati i contributi di alcuni degli autori più autorevoli che si sono occupati, da un punto di vista teorico e applicativo, del senso della partecipazione. Oltre a riflessioni di carattere generale, vengono presentate delle esperienze che tracciano un quadro assai stimolante delle diverse declinazioni date ai processi e alle esperienze relativi al coinvolgimento dei cittadini, alla progettazione partecipata, alle pratiche deliberative, alla cittadinanza attiva.

Novita’ in edicola: UCT489 – trento, quale piano urbanistico?

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Il numero 489 della rivista Uomo Città Territorio affronta il tema del Nuovo Prg della città di Trento, dando la parola agli esperti della pianificazione territoriale.
Con interviste a Ezio Micelli, Mosè Ricci, Giulio Ruggirello, Pino Scaglione, Bruno Zanon.
Con articoli di Alessandro Franceschini, Gianluca Nicolini, Beppo Toffolon, Vittoriano Uez.

In tutte le edicole del Trentino.
www.uct.tn.it