Novita’ in edicola: “Sentieri Urbani nr. 13″

SU13Sentieri Urbani 13

Spazi pubblici e sicurezza urbana

A cura di Alessandro Franceschini  e Margherita Meneghetti

Con un’intervista a Zygmunt Bauman.

Con saggi di: Giandomenico Amendola, Sabrina Borghesi, Serena Bressan, Giorgio Antoniacomi, Andrea Di Nicola, Eleonora Guidi, Margherita Meneghetti, Gian Guido Nobili, Luca Pietrantoni, Monica Postiglione, Marco Sorrentino, Bruna Zani.

 

Il tema sviluppato all’interno del numero 13 di Sentieri Urbani è quello della «sicurezza», o meglio, dell’«insicurezza urbana». Tale concetto è di estrema attualità se si considera il continuo evolversi delle problematiche riferite alle città contemporanee ed è di tipo interdisciplinare perché tocca numerosi aspetti del vivere in un contesto urbano. La tematica dell’ insicurezza urbana inizia a prendere piede in Italia a partire dagli anni Novanta del Novecento, diviene presto un importante indicatore di misurazione della qualità della vita nelle città ed entra prepotentemente a far parte dell’Agenda Setting delle Amministrazioni nazionali e locali: lo spinoso oggetto diviene subito di forte presa mediatica e si trova ad avere un effetto negativo, ansiogeno e, talvolta, patologico su determinati soggetti fragili, in particolare bambini, donne e anziani.

Oltre all’aspetto oggettivo della sicurezza, configurato principalmente dalle statistiche della criminalità, della delittuosità e da quelle di vittimizzazione, in questo numero della rivista si è deciso di dare maggiore rilievo al versante soggettivo, quello cioè della percezione della sicurezza: tale sentimento si vedrà che può essere declinato in vari modi, e che è il prodotto di numerose variabili che spesso hanno poco a che fare con la criminalità reale, ma che incidono fortemente sul sentimento di benessere fisico e mentale e sul tipo di rapporto che l’individuo instaura con lo spazio e con il contesto sociale in cui si trova ad agire.

Novita’ in libreria: “Dal Belvedere”

Dal Belvedere

Alessandro Franceschini, Paolo Sandri, “Dal Belvedere” (BQE Editrice, 2013, 29 euro).

Disponibile nelle migliori librerie.

 

 

 

L’uomo vive immerso nel suo ambiente esistenziale. Un’immersione totale e totalizzante che rappresenta, assieme al linguaggio, uno dei fenomeni attraverso i quali l’identità individuale e quella comunitaria nascono e crescono. Gli uomini costruiscono un paesaggio e quel paesaggio, a sua volta, li “costruisce”, parafrasando una celebre frase di Winston Churchill. Una costruzione reciproca, stratificata, diacronica, che affonda le radici nei secoli della storia umana e che emerge nell’evidenza delle forme dell’aperto e nelle tradizioni dei popoli. Questa relazione esplode con tutta la sua forza all’interno di specifici luoghi del territorio che, per esposizione o per composizione morfologica dell’intorno, sono stati codificati nel loro uso dall’uomo, diventando i punti in cui la coscienza umana ed il mistero dell’ambiente, si toccano. Sono i «belvedere», ovvero quei luoghi dai quali l’uomo ammira il contesto che sta attraversando. E dai quali contempla – come in uno specchio – la propria condizione umana.

L’obiettivo di queste pagine è quello di rendere un omaggio ai belvedere dai quali, fin dalla notte dei tempi, l’uomo si confronta con il paesaggio circostante, e al ruolo che il belvedere ha dentro la maturazione dell’emozione paesaggistica dell’animo umano. L’indagine percorre l’itinerario geografico del bacino idrografico del fiume Adige, nell’ambito della provincia di Trento. Le fotografie di Paolo Sandri accompagnano il lettore in un percorso ideale che mette in evidenza i punti focali dei belvedere presenti lungo i solchi vallivi, nelle piane, sugli affacci del sistema morfologico trentino. Si tratta di punti di origine naturale o di matrice antropica collocati a volte nel fondovalle e a volte lungo le pendici: la selezione delle immagini cerca di contemplare sia il bisogno di descrivere tutto lo sviluppo del territorio indagato, sia l’originalità e la peculiarità dei punti di osservazione.

Carta o Bancomat? Ovvero, quel che mancava al rilancio delle professioni.

pos

Carta o Bancomat? Chi l’avrebbe mai detto di poter udire, dentro gli studi di architettura, questa domanda che di solito si sente nei pressi delle casse di un negozio o mentre si sta affannatamente sistemando la spesa dentro le sportine in un supermercato. Eppure non si tratta di fantascienza ma di «un’innovativa» previsione di legge – che dovrebbe diventare operativa dal 1° gennaio del 2014 – che obbliga tutti gli studi professionali italiani ad installare ed attivare (e si spera ad utilizzare) un apparecchio Pos (Point of Sale) per consentire ai clienti di pagare comodamente le fatture attraverso una procedura virtuale anziché utilizzando il contante. Lo scopo? Quello – si deduce dalla norma – di «contrastare l’evasione fiscale».

L’idea non è una boutade dell’ultima ora ma una delle misure previste dal Decreto Legge 179/2012 (il cosiddetto «Sviluppo bis») convertito, nel dicembre 2012, nella Legge 221 recante «ulteriori misure urgenti per la crescita del Paese».

Allora a Palazzo Chigi c’era Mario Monti che voleva trasformare l’Italia in un Paese «normale». Secondo questa legge, con il Pos i professionisti (non solo gli architetti ma anche gli ingegneri, i geometri ecc.) potranno leggere carte di debito (bancomat), carte di credito e carte prepagate e accreditare l’importo dovuto direttamente in conto corrente. Il «teorico» utilizzo di questi sistemi di pagamento elettronici è stato introdotto come uno strumento per garantire una maggiore tracciabilità delle transazioni economiche. Una misura forse non così urgente, visto che già il Decreto Legislativo 231/2007 in materia finanziaria aveva già imposto il «divieto di trasferimento di denaro contante o titoli per somme maggiori o uguali a mille euro».

Il Consiglio nazionale degli architetti, pianificatori, paesaggisti e conservatori non ha usato mezzi termini nel definire questa operazione burocratica «un ulteriore regalo alle banche», che costringerebbe gli architetti a «sostenere i costi di attivazione, installazione e di utilizzo». Un provvedimento, spiega un comunicato stampa del Nazionale, che «dimostra ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno, come Governo e Parlamento siano lontani e quasi estranei dai reali problemi del Paese».

Le professioni tutte stanno «soffrendo in maniera pesante l’impatto della crisi economica». Una crisi che gli architetti italiani stanno pagando «con la chiusura degli studi professionali» e con «una generazione di giovani professionisti destinati, di fatto, ad emigrare o a svolgere nel proprio Paese altri mestieri».

Un regalo alle banche, si diceva. In effetti è l’unica certezza che una simile innovazione porterà sul mercato. Secondo un’indagine dell’Osservatorio della Fondazione Studi dei Consulenti del Lavoro, che ha analizzato i dati macroeconomici dei movimenti bancari medi in questi ultimi anni, l’introduzione del Pos negli studi professionali frutterà alle banche un utile di oltre due miliardi di euro all’anno.

Il conto è presto fatto: in Italia le imprese si attestano su circa cinque milioni di soggetti che in un anno spendono mediamente sette mila euro per servizi professionali, con un volume di transazioni pari a circa trentacinque miliardi di euro. Applicando il 3% medio di commissione bancaria sui pagamenti si arriva a oltre un milione di euro in più di incassi per le Banche. Et voilà.

Ma non è tutto: per quanto riguarda più specificatamente i professionisti il «danno» (economico) potrebbe contenere anche una «beffa» (sostanziale): le attività professionali, infatti, prevedono pagamenti normalmente superiori ai massimali delle carte di debito e quindi la categoria sarebbe gravata dai soli costi fissi per l’attivazione e la gestione del Pos, a fronte di un suo (quasi) totale inutilizzo. Insomma – si permetta il tono ironico – questa previsione normativa era proprio quel che mancava per il rilancio delle professioni in Italia: in uno dei momenti più critici della storia delle professioni in Italia – nel quale si rischia veramente che tutto il know-how sedimentato nei decenni venga «buttato alle ortiche» – i nostri legislatori reputano cruciali simili iniziative. Ma signori, siamo seri: di che cosa stiamo parlando?

(pubblicato su “A”, dicembre 2013)

Il governo del territorio: una sfida “politica”

Piana-Rotaliana_imagelarge

Tra le sfide che l’attuale governo provinciale dovrà affrontare nei prossimi cinque anni, il governo del territorio – inteso come quell’insieme di azioni e pratiche progettuali di natura economica, urbanistica ed ambientale messe in campo per rendere un territorio più moderno, sostenibile e competitivo – rappresenta una delle questioni più urgenti e delicate.

Negli scorsi decenni, il governo del territorio è stato il fiore all’occhiello della nostra provincia e lo strumento che ha reso il Trentino un laboratorio d’avanguardia nell’implementazione di nuovo modelli di sviluppo economico locale.

Basti pensare al Piano urbanistico del 1967 firmato dall’urbanista Giuseppe Samonà e dal politico Bruno Kessler – il primo piano urbanistico d’area vasta del nostro Paese – che ha trasformato una provincia flagellata dall’emigrazione in un territorio capace di attirare risorse e cervelli da tutto il mondo. Oppure al Piano urbanistico del 1987, firmato dall’urbanista Franco Mancuso e dal politico Walter Micheli, che ha saputo cogliere le istanze della salvaguardia dell’ambiente, preservando ampie parti di territorio dalla speculazione edilizia ed economica.

Il Piano attualmente in vigore, approvato nel 2008, è stato costruito nel solco delle due esperienze precedenti ma ha saputo adottare, al contempo, alcuni interessanti accorgimenti innovativi. Ha introdotto, ad esempio, il tema del «paesaggio» – inteso come metafora della costruzione identitaria collettiva – per controllare il valore delle azioni di sviluppo. E ha contemplato il concetto di «sussidiarietà responsabile» inteso come occasione per demandare alle comunità locali le scelte di sviluppo del territorio. Si tratta di un piano ricco di potenzialità che punta a responsabilizzare gli enti intermedi fra Comuni e Provincia – le «Comunità» ed i loro piani territoriali – nelle scelte di sviluppo locale. L’enfasi posta nello strumento urbanistico sul concetto di partecipazione significa proprio questo: la pianificazione del territorio deve tornare ad essere un patrimonio di tutti e non un ordine calato dall’alto.

Tuttavia, se pensiamo a quanto è cambiato il nostro mondo da quando l’ultima revisione del piano è stata approvata, appare chiaro che stiamo parlando di uno strumento già obsoleto. Un lustro è un tempo molto ridotto quando si parla di pianificazione. Ma negli ultimi cinque anni la crisi economica, la riduzione delle finanze pubbliche e la «spending review» hanno completamente stravolto i paradigmi sui quali si fonda la nostra azione sul territorio. Il piano vigente è un piano di sviluppo che contempla espansioni edilizie e produttive, che immagina infrastrutture tangenziali ai centri abitati. È un piano che recepisce la visione di «Metroland», oramai sparita da tutte le agende politiche. È, insomma, un piano inadatto ad affrontare le sfide dei prossimi anni per le quali non si potrà più ragionare come si è fatto negli ultimi decenni.

Le sfide che oggi dobbiamo raccogliere sono di altra natura: non più politiche di espansione residenziale ma «riduzione» delle aree urbanizzabili; non più costruzione d’infrastrutture pesanti ma «riutilizzo» della rete esistente; non più implementazione di aree industriali ma «riciclo» dei tanti capannoni inutilizzati.

Nella pratica, occorre lavorare sulla riqualificazione del patrimonio edilizio pubblico e privato esistente; occorre ridurre il consumo di suolo agricolo e lo spreco energetico prodotto dagli edifici; occorre guardare con occhio nuovo i nostri centri storici che possono essere riqualificati per accogliere nuove residenze e nuovi turismi; occorre rivalutare gli spazi urbani esistenti; occorre pensare ad una mobilità urbana e territoriale sensibile, riqualificando il più possibile la rete esistente.

In questi mesi le comunità di valle del Trentino stanno lavorando nell’implementazione del loro strumento urbanistico. Un lavoro importante, che potrà recepire, a livello locale, alcune di queste priorità, reindirizzando o dando gerarchia nuova agli scenari dettati dal Piano urbanistico provinciale. Si tratta di un lavoro che deve essere fatto con attenzione ed intelligenza, mediando tra le aspirazioni di sviluppo delle società locali e le potenzialità – spesso inespresse quando non addirittura ignorate – dei territori. Un’operazione di ricucitura culturale, prima ancora che di progettazione territoriale, capace di rendere consapevole la coscienza collettiva delle nuove scommesse di crescita che siamo invitati ad affrontare.

Se nell’immediato quest’azione potrà portare ad alcuni risultati, nel lungo periodo è necessario compiere una riflessione più strutturata. Per questa ragione i prossimi anni di governo dovranno avere un’attenzione particolare al territorio, mettendo mano ad un nuovo aggiornamento del Piano urbanistico provinciale.

Un lavoro straordinario per dotarci di tutti gli strumenti necessari per affrontare una situazione straordinaria, che da emergenziale si sta trasformando in ordinaria. Dovremmo fare più cose con meno risorse e fare meglio con meno sprechi.

Ma per fare questo occorre avere un progetto, un’idea di futuro e un’immagine di territorio. Una visione di un Trentino che vince la crisi diventando migliore. Una speranza che solo un piano urbanistico, costruito sulle necessità dettate dai «tempi nuovi», può darci.

 (pubblicato sul quotidiano l’Adige del 2 gennaio 2013)

 

Competenze (e incompetenze) professionali

 architetti21

La questione, se non fosse vera, potrebbe sembrare quasi comica. Sempreché si possa ridere di un Paese (il nostro) incapace di emanciparsi dalle vecchie consuetudini che lo rendono ancora un luogo culturalmente arretrato, lungi dal diventare moderno e al passo con i tempi. Si sta parlando del triste teatrino andato in scena nei mesi scorsi presso la Commissione Lavori pubblici del Senato durante il quale, come nel gioco delle tre carte, si è cercato di mascherare per modernità la fame di competenze di alcune corporazioni professionali. Veniamo ai fatti: sul tavolo di quella commissione si è provato ad estendere, con un apposito disegno di legge, il 1865, le competenze professioni dei tecnici non laureati creando un albo unico per tutti.

Presentato alla fine del 2009, ma rimasto nei cassetti della Commissione per quasi due anni, il provvedimento è ritornato in discussione a metà aprile scorso. La «ciccia» del disegno, presentato – udite-udite – dalla senatrice-architetto Simona Vicari (Pdl), sta nella possibilità che geometri e periti possano svolgere alcune attività finora riservate ai tecnici laureati come le attività di progettazione e collaudo di edifici in cemento armato. Oltre alla possibilità di elaborare piani di lottizzazione, dopo aver frequentato, bontà loro, un corso di aggiornamento professionale di 120 ore.

Dare un’occhiata al disegno di legge è un’esperienza che può far arrabbiare, perché nega, in un sol colpo, tutta la retorica che si è soliti fare sull’importanza dello studio e della formazione. Leggiamo, ad esempio, il primo articolo: «Sono di competenza anche dei geometri (…) e dei periti (..) il progetto architettonico e strutturale, i calcoli statici (…), la direzione lavori, la contabilità, la liquidazione e il collaudo statico ed amministrativo degli edifici di nuova costruzione, l’ampliamento, la sopraelevazione, la ristrutturazione ed il recupero edilizio, (…) con i seguenti limiti: a) in zona non sismica: non più di tre piani fuori terra oltre al piano seminterrato o interrato; b) in zona sismica: non più di due piani fuori terra, oltre al piano semi-interrato o interrato».

Per fortuna la nostra categoria non ha perso tempo: «Gli architetti – ha scritto in un duro documento il presidente Leopoldo Freyrie – manifestano la ferma volontà di opporsi a questo genere di iniziative che in maniera subdola e nell’assoluto dispregio di norme di rango comunitario e dei principi di diritto comunitario, spalancando il mercato a soggetti non adeguatamente o per niente formati in un frangente in cui l’interesse pubblico e privato acclama ben qualificate e specifiche competenze in campo edilizio, strutturale, urbanistico, energetico e di tutela del paesaggio».

La riforma delle professioni deve essere l’occasione fondamentale per chiarire, senza ambiguità, i limiti delle competenze professionali dei tecnici non laureati. Valorizzando le loro (tante) competenze ma limitando con chiarezza i campi nei quali non hanno avuto un’adeguata formazione. E questo deve essere fatto in maniera laica, guardando con attenzione a quello che avviene in tutti i paesi avanzati d’Europa. Dove l’architettura non è appannaggio di tante le figure professionali ma una prerogativa degli architetti. Anche l’Italia deve puntare sull’alta formazione dei tecnici che si occupano di architettura e di urbanistica: perché operare dentro il paesaggio è sempre di più complesso, è un’operazione a cuore aperto che necessità di formazione, competenze e sensibilità.

Ma, in questo senso, il lavoro da fare è ancora molto. E diventa difficile non pensare alla Biennale di Architettura del 2010, quando dentro il Padiglione Italia (forse non a caso), capeggiava la scritta: «98% of the architecture worldwide is designed without architects». Che sia anche questa la causa della cattiva qualità delle nostre città, del degrado dei nostri paesaggi e della banalità della nostra architettura?

Una categoria di giovani, di precari, di indebitati, di subordinati, di (probabili) trasmigratori

 

Civiltitaliana

C’è una lettura che non è piacevole intraprendere ma che deve esser fatta. Perché ci racconta, impietosamente, il mestiere dell’architetto com’è oggi, lontano dai cliché e dai pregiudizi che ancora accompagnano questa professione.

Stiamo parlando dell’edizione 2013 del «Rapporto Cresme» (disponibile on-line), che da tre anni a questa parte viene redatto per descrivere lo stato della professione in Italia. L’indagine – promossa dal Cresme e dal Centro studi del Consiglio Nazionale degli Architetti PPC – affronta temi che spaziano dalla congiuntura economica, al tema della condizione lavorativa e professionale degli architetti con un approfondimento sulla situazione dei più giovani, passando per la questione dell’internazionalizzazione.

Proponiamo un sintetico riassunto dell’indagine che merita, tuttavia, di essere letta in tutte le sue 123 pagine. Anzitutto i numeri: gli architetti italiani sono centocinquanta mila, «quasi un terzo di tutti gli architetti europei». Il nostro Paese si conferma il più densamente abitato dai seguaci di Brunelleschi: «cinque ogni duemila abitanti», più del doppio rispetto alla media europea. Un trend che è esploso negli ultimi vent’anni per cui oggi il 35% degli architetti iscritti agli albi ha meno di 40 anni». Di questo esercito di matite in cerca di autore il 40%, è composto da donne, «una quota che è andata rapidamente aumentando negli ultimi anni», e destinata a crescere ancora. Le colleghe non se la passano, tuttavia, molto bene: ad oggi gli architetti guadagnano il 70% in più delle architette.

Alla componente giovanile della categoria è dedicata parte dell’attenzione del rapporto: a dieci anni dal conseguimento del titolo «il reddito mensile medio netto di un giovane architetto risulta di circa 1.300 euro, contro una media complessiva di 1.600 euro». Non solo: il 73% dei giovani architetti oggi inizia la carriera come lavoratore precario e dopo 7 anni dal conseguimento del titolo il 36% lavora ancora come collaboratore esterno in uno studio di terzi. Oltre il 40% dei collaboratori o dipendenti degli studi di architettura guadagna meno di 1.000 euro al mese e solo il 12% supera i 1.500.

Veniamo ora alle brutte notizie: «la combinazione di crisi economica e inversione del ciclo edilizio ha comportato in sei anni la perdita di quasi un terzo del reddito professionale annuo, tanto che nel 2012 il reddito medio potrebbe essere sceso a poco più di 20 mila euro».

Contemporaneamente, «il mercato potenziale degli architetti nelle costruzioni è calato del -36%», il che ha significato un crollo di oltre il -45% del mercato disponibile per il singolo professionista. Una situazione drammatica, destinata a peggiorare: il 37% degli architetti «si attende forti flessioni del fatturato nel 2013». A questo rosario si aggiunge la beffa delle insolvenze (per il 32% l’insoluto raggiunge il 20% del volume d’affari), l’assurdità delle attese (150 i giorni per ottenere un pagamento dalla Pubblica Amministrazione) e il dramma dell’indebitamento (che interessa il 38% degli iscritti).

Il rapporto Cresme, naturalmente, non ha ricette risolutive ma pone delle questioni sulle quali è importante interrogarsi. In particolate emerge «la convinzione che sia ormai arrivato, anche per gli architetti, il momento per un salto di scala nel know-how, nella conoscenza e nell’uso delle tecnologie, nell’internazionalizzazione».

Investire sui più giovani «può rappresentare la carta vincente in un contesto di mercato sempre più competitivo ed esigente».

E sull’internazionalizzazione: non a caso il 40% degli architetti italiani sta già pensando di lavorare all’estero: in Norvegia gli architetti nel 2012 hanno avuto a disposizione un potenziale di oltre 1,7 milioni di euro a testa, in Svizzera oltre 1,4 milioni di euro, in Finlandia, come in Austria, 1,2 milioni. Cifre da capogiro rispetto alle nostre (133 mila euro a matita) . Ma buoni sbocchi vi sono anche in Francia e Regno Unito. Insomma se la crisi continua a mordere, la migrazione potrà essere un’importante opportunità per esercitare il mestiere. L’Europa come occasione: forse val la pena farci qualche ragionamento.

 (pubblicato su “A” giugno-settembre 2013)