RIFUGIO TONINI, RICOSTRUIAMOLO DOV’ERA MA NON COM’ERA

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Il Rifugio Tonini non c’è più. Le fiamme hanno consumato velocemente le forme di quell’edificio collocato al limitare del bosco, nella catena del Lagorai, lasciando cenere e rovine dove fino a ieri esisteva uno spazio di amicizia e di accoglienza per alpinisti e villeggianti. Questo rifugio – come ha giustamente ricordato il presidente della Sat, Claudio Bassetti – era un vero e proprio «gioiello»: collocata in una conca d’eccezionale bellezza, questa struttura era capace di dialogare con le montagne attorno, con il cielo e con il fondovalle. Era la meta che appariva dopo una passeggiata nella fitta boscaglia e un punto di appoggio per escursioni più ambiziose. Non solo ricovero per viandanti della montagna, ma vero e proprio landmark paesaggistico e identitario, punto di riferimento di tutto un territorio che nel «Tonini» si riconosceva e si ritrovava.

Oggi è il giorno del dolore e della presa di coscienza. Agli esperti toccherà il compito di capire le cause del rovinoso incendio, a noi tutti quello di guardare a quelle macerie per riflettere sulla precarietà delle opere umane, e sull’influenza che i quattro elementi – la terra, l’aria, l’acqua e, per l’appunto, il fuoco – esercitano su di esse. La storia dell’uomo è anche una storia di continue lotte con la natura, fatta di estenuanti ricostruzioni dopo le distruzioni, tramandate di generazioni in generazione, di padre in figlio. E proprio perché l’uomo è un animale che «progetta» il futuro, da domani occorrerà anche pensare al rifacimento di questo storico rifugio, che non potrà che risorgere dalle sue stesse ceneri per tornare a essere quel punto di riferimento unico, come lo è stato nel corso degli ultimi decenni, per tutta la comunità trentina e non solo.

In questa prospettiva, l’errore più grande che potremmo commettere in questo drammatico momento è quello di compiere delle scelte nostalgiche. Ovvero quello di pensare di ricostruire il «Tonini» esattamente com’era, tale e quale. Un errore, perché il fluire della storia non si ferma, e la storia delle forme di quella struttura, sedimentate nel tempo, in un processo di stratificazione continua, a volte progettata, a volte causale, è tutta contenuta nei cumuli di macerie che adesso sono disposte ai suoi piedi. L’aspetto dell’edificio che verrà, invece, potrà essere il più inatteso. E diventare l’elemento capace di dare vita nuova al rifugio, in un processo progettuale che si discosta dal ricordo per il passato e che si apre a una visione nuova dell’architettura di montagna, caratterizzata da forme contemporanee capaci di utilizzare materiali della tradizione in chiave moderna.

Il dibattito sull’architettura dei rifugi alpini in Trentino, purtroppo, non ha mai avuto grande successo. Ad oggi, infatti, non riusciamo a staccarci da una configurazione di questi edifici legata alla tradizione rurale, e direttamente derivante dall’autocostruzione che li ha originariamente caratterizzati. I nostri rifugi alpini sono poco più che malghe d’alta quota. Ripercorrono le forme che l’eroico volontariato satino era riuscito a imprimere durante la fase della loro costruzione: linee elementari, dettate dalla limitatezza degli investimenti e dalla semplicità delle maestranze. Allora l’urgenza era quella di offrire ricovero e ristoro per gli alpinisti: quattro muri robusti e un tetto erano più che sufficienti per assolvere allo scopo. Ma oggi queste istanze non sono più sufficienti. Perché nella società contemporanea il rifugio è molto di più di un semplice punto di sosta collocato in un luogo scarsamente antropizzato.

Non è un caso che in tutto l’Arco alpino – dal Piemonte alla Svizzera, dalla Francia all’Alto Adige – i rifugi non siano più considerati solo degli austeri punti di riferimento per gli alpinisti, ma vere e proprie infrastrutture turistiche, capaci di arricchire la dotazione ricettiva di un territorio. Questo cambio di paradigma che caratterizza tutti i territori alpini è stato accompagnato anche da una mutazione stilistica dell’architettura: grazie alla loro straordinaria collocazione, i rifugi, infatti, si prestano per essere delle piccole opere d’arte architettoniche nella natura, dove l’uso dei materiali della tradizione può essere reinterpretato con forme della contemporaneità e arricchito dalla migliore tecnologia esistente, capace di dare sostenibilità energetica e ambientale all’edificio. Funzioni nuove, aspetto nuovo, tecnologie nuove: i rifugi alpini stanno vivendo un’inconsueta possibilità di rivoluzione della quale dobbiamo prendere atto e sulla quale dobbiamo lavorare.

La ricostruzione del «Tonini» rappresenta, quindi, un’imperdibile occasione per avviare una nuova stagione dei rifugi in Trentino. Ecco perché, metabolizzato il dolore per la grave perdita, è necessario avviare subito un dibattito sulle forme, proiettate verso il futuro, con cui potrà essere riedificato il «Tonini». La promozione di un concorso di progettazione aperto ad architetti e ingegneri potrà essere il primo, cruciale, passaggio per ripensare a questo spazio alpino in una nuova prospettiva. Non solo in termini formali, ma anche funzionali. E culturali. Perché un rifugio alpino non è una semplice casetta nel bosco, ma un artefatto umano collocato dentro uno paesaggio spettacolare. Un dramma nella natura. E basterebbe questa piccola ragione per capire perché il rifugio alpino dev’essere anch’esso, architettonicamente parlando, straordinario.

[pubblicato sull’Adige del 30 dicembre 2016]

Giancarlo De Carlo e l’architettura come impegno «politico»

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«Ho cercato di non immiserirmi nel mestiere opaco, pigro, trasandato, furbo, malandrino della maggior parte degli architetti. Ho cercato, per quel che ho potuto, di essere esemplare». Sono parole di Giancarlo De Carlo, tratte dalla lunga intervista raccolta da Franco Bunčuga alla fine degli anni Novanta e pubblicata nel 2000 con il titolo di «Architettura e libertà» per i tipi dell’Elèuthera. A dieci anni dalla scomparsa di questo grande architetto può essere utile fare alcune riflessioni sull’attualità del suo pensiero, sulla scia di un convegno tenutosi lo scorso 4 giugno al Mart di Rovereto, promosso dall’associazione «senza dominio». I lavori del seminario, infatti, hanno fatto emergere le tante sfaccettature di De Carlo “architetto militante”, ed in questa sede può essere utile ricordare alcuni valori che dovrebbero essere presenti nella “cassetta degli attrezzi” del professionista di oggi che voglia esercitare il mestiere di architetto in maniera – riprendendo la citazione d’apertura – non-opaca, non-pigra, non-trasandata, non-furba, non-malandrina.

Tra i tanti valori che la vita di De Carlo testimonia nella sua pratica professionale, uno è particolarmente interessante: ovvero quello della sua passione “politica”, che ha esercitato attraverso l’attività professionale, pubblicistica e didattica. La sua riflessione, che sicuramente prende origine dal suo passato partigiano dentro il Comitato di Liberazione Nazionale e dalla sue frequentazione, fin da giovanissimo, degli ambienti anarchici e libertari italiani ed europei, lo spinge all’attività politica nel senso autentico del termine – ovvero quello di lavorare a servizio della “polis”. De Carlo, instancabilmente, suggerisce alla politica le buone prassi, sperimenta nella sua attività professionale le buone pratiche, utilizza lo strumento della partecipazione come nessun altro è più riuscito a fare nel nostro Paese. Promuove un’architettura a servizio della società ed una urbanistica a dimensione umana. Con il suo esempio, De Carlo ci spiega che un professionista, un professionista militante, non si mette in politica, non fa il funzionario di partito e nemmeno l’ideologo rivoluzionario, non si candida alle elezioni. Ma, al contrario, un architetto fa Politica con la “P” maiuscola: la fa sia in senso lato, attraverso un modo preciso di essere professionista a servizio della comunità, sia spingendo la politica, quella dei politici di professione, verso certe scelte, verso certi valori, verso certe intuizioni.

È un De Carlo politico, quello che fonda la rivista «Spazio e Società» facendola diventare un laboratorio di riflessione intellettuale capace di mettere in sinergie i progetti più interessanti prodotti nel mondo in quegli anni. È un De Carlo politico quello che frequenta le aule universitarie nelle vesti di un «accademico non allineato», come amava definirsi, marcando la sua differenza dai tanti docenti universitari che «pensano come burocrati e agiscono come funzionari». È un De Carlo politico, quello che lavora incessantemente, in tutte le fasi della sua vita, nella condivisione delle idee, all’interno delle tante associazioni e movimenti culturali che ha frequentato. È un De Carlo politico, infine, quello che scrive sulle colonne dei giornali per criticare questa o quella scelta politica, per proporre queste o quelle idee alternative, facendolo con la sua inconfondibile vis polemica, ora a Milano, ora a Urbino, ora a Venezia, ora a Genova, tanto per citare i campi di battaglia più famosi.

Parafrasando una celebre frase di De Carlo, credo che l’architettura sia una cosa talmente seria da avere bisogno, oggi più che mai, del contributo degli architetti. Di architetti militanti, politici in senso decarliano. Di architetti che dovranno essere curiosi, sprovincializzati, attenti alle ragioni delle differenze, animati da una fede incrollabile nell’architettura e nel mestiere di architetto. Solo così saremmo in grado di raccogliere le sfide che il nostro tempo ci impone. Solo così saremo in grado di tornare a discutere ancora di architettura, vincendo la pigrizia e la furbizia di un mestiere che tende a diventare trasandato e malandrino. Se sapremo fare questo, se sapremo impegnarci politicamente ogni giorno, proprio come fece De Carlo «poi forse» – citando, infine, una sua splendida frase del 1958 – «poi forse, e anche per altre vie, verrà l’arte».

 (pubblicato su “A”, giugno 2015)

IL CONVEGNO: SPAZIO E SOCIETA’ – giancarlo de carlo

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Convegno

SPAZIO E SOCIETÀ – Giancarlo De Carlo – Architettura e libertà

A dieci anni dalla scomparsa un incontro per guardare all’attualità della figura di Giancarlo de Carlo e alla lungimiranza vivida dei percorsi da lui segnati. È una figura, quella di Giancarlo De Carlo dalla quale non si può prescindere (come architetti, come urbanisti, ma non solo). Per tutto il tempo della sua attività, è stato al centro del dibattito internazionale su architettura e urbanistica attraverso e per mezzo di ‘luoghi’ di cui è stato motore, ideatore e fondatore; come la rivista Spazio e Società, il Laboratorio internazionale di architettura e urbanistica Ilaud, il raggruppamento Team X; De Carlo ha aperto, a livello internazionale, punti di dibattito, di critica, di discussione spesso partendo da (o generando) un punto di vista eccentrico, foriero di stimoli e che sempre “apre processi più che chiudere soluzioni”. Discussioni e tematiche, poste sul tavolo del confronto, che si sono rivelate in gran parte anticipatorie.

Tullio Zampedri Presentazione – Frammenti di GDC
Franco Buncuga Giancarlo De Carlo – Architettura e libertà
Giorgio Cacciaguerra Del fare quotidiano – dell’insegnamento
Giorgio Tecilla Spunti dal paesaggio di De Carlo
Francesco Samassa ILAUD, Spazio e Società e l’internazionalità della figura di De Carlo
Alessandro Franceschini Un’idea militante di professione
Antonio Troisi Un lavoro che continua
Luca Eccheli Conclusioni e note finali

Giovedì 4 Giugno 2015
ore 14,30
Rovereto
MART – Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto
Sala Conferenze Mart

I guai del “massimo ribasso”. Oggi come tre secoli fa

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«Eccellenza Ministro della Guerra, abbiamo opere di costruzione che trasciniamo da anni non mai terminate e che forse terminate non saranno mai. Questo succede, Eccellenza, per la confusione causata dai frequenti ribassi che si apportano nelle opere Vostre, poiché va certo che tutte le rotture di contratti, così come i mancamenti di parola ed il ripetersi degli appalti, ad altro non servono che ad attirarvi quali Impresari tutti i miserabili che non sanno dove batter del capo ed i bricconi e gli ignoranti, facendo al tempo medesimo fuggire da Voi quanti hanno i mezzi e la capacità per condurre un’impresa. E dirò inoltre che tali ribassi ritardano e rincarano considerevolmente i lavori, i quali ognora più scadenti diverranno».

Questa missiva, anzi questa garbatissima lettera di protesta, se non fosse per il linguaggio, sembra stata scritta in questi giorni. Invece è datata 17 luglio 1683. Porta la firma dell’«Architetto Marchese di Vauban» ed era indirizzata all’allora ministro della Guerra François Michel Le Tellier. L’autore dello scritto, Sébastien Le Prestre de Vauban, noto come il marchese di Vauban (Saint-Léger-Vauban, 15 maggio 1633 – Parigi, 30 marzo 1707), non ha certo bisogno di grandi presentazioni: militare francese, vincitore di ben quarantanove assedi militari ed uno dei più importanti ingegneri militari di tutti i tempi, passò alla storia soprattutto per il suo ruolo di primo piano avuto nella Francia del Re Sole. In quel luglio del 1683 il marchese deve aver perso la pazienza e, dopo aver preso penna e calamaio, invia al suo committente una lettera pacata ma ferma per spiegare come perseguire «l’affare migliore».

Prosegue infatti la lettera: «E dirò pure che le economie realizzate con tali ribassi e sconti cotanto accanitamente ricercati, saranno immaginarie, giacché similmente avviene per un impresario che perde quanto per un individuo che si annoia: s’attacca egli a tutto ciò che può, ed attaccarsi a tutto ciò che si può, in materia di costruzioni, significa non pagare i mercanti che fornirono i materiali, compensare malamente i propri operai, imbrogliare quanta più gente si può, avere la mano d’opera più scadente, come quella che a minor prezzo si dona, adoperare i materiali peggiori, trovare cavilli in ogni cosa e leggere la vita ora di questo ora di quello. Ecco dunque quanto basta, Eccellenza, perché vediate l’errore di questo Vostro sistema; abbandonatelo quindi in nome di Dio; ristabilite la fiducia, pagate il giusto prezzo dei lavori, non rifiutate un onesto compenso a un imprenditore che compirà il suo dovere, sarà sempre questo l’affare migliore che Voi potrete fare».

Insomma, può essere incredibile, ma per quanto tempo sia trascorso da quel 1683 sembra che nella sostanza non sia cambiato nulla nel mondo delle costruzioni. L’azione della committenza – oggi come allora – sembra spinta solo da una logica commerciale, che tende a minimizzare l’esborso finanziario. A questo gli «impresari» reagiscono in una minore attenzione della prestazione, in termini di sicurezza, di qualità delle lavorazioni, delle competenze professionali messe in campo. E per ovviare a questi rischi il committente risponde con un comportamento aggressivo in termini legali e civilistici, con l’obiettivo di minimizzare il costo della costruzione dell’opera. In mezzo a questi due fuochi c’è la figura dell’architetto (in qualità di progettista o di direttore dei lavori) che si trova sempre a dover combattere con delle armi spuntate che non gli consentono di dedicare le sue energie nel perseguire gli obiettivi vitruviani dell’architettura: ovvero «firmitas», «utilitas» e «venustas». La crisi economica che stiamo attraversano, inoltre, ha ulteriormente enfatizzato questa conflittualità perché le amministrazioni hanno sempre meno mezzi finanziari, le imprese sempre meno margine di profitto e l’apparato normativo-burocratico sempre maggiori pretese.

Come uscirne? È indubbiamente venuto il momento di riflettere seriamente sulla modalità di affidamento degli incarichi al massimo ribasso: da troppo tempo la committenza pubblica si è accorta che la minore qualità in sede di costruzione significa tempi incerti nella sua esecuzione, maggiori costi di manutenzione e scarsa qualità dell’edificato; da troppo tempo gli imprenditori hanno rinunciato alla loro nobile arte del costruire per trasformarsi in furbi soggetti economici; da troppo tempo i professionisti sono mortificati nel ruolo di mediatori tra committenza ed impresa. Ecco perché è giunta l’ora di pensare a una nuova modalità di costruire l’opera pubblica. Soprattutto in un tempo di risorse limitate che devono essere investite perseguendo la massima qualità e durabilità possibile. Pena il rischio di perdere inutilmente altro tempo. Pena il rischio di ritrovarci ancora qui a discuterne. Magari tra altri tre secoli.

(pubblicato su “A”, dicembre 2014)