Un Paese finalmente civile

Viaggiare è uno dei grandi piaceri della vita. Si lasciano le certezze, i ritmi quotidiani, per scoprire nuovi paesaggi, nuove dimensioni esistenziali, nuovi modi per vivere in comunità. Tuttavia, a volte, il viaggio non è la libera scelta di una parentesi di villeggiatura, ma una necessità di vita dettata dalle precipue condizioni del proprio luogo di origine. Nel corso della storia, gli esseri umani hanno spesso intrapreso viaggi per trovare qualcosa che non riuscivano ad avere a casa propria. Nuove frontiere, nuove terre, nuove città. E così anche oggi, i viaggi nascono da un forte desiderio di emancipazione, di rivalsa, da parte di significative fette della popolazione, soprattutto giovanili. Questo numero di Uomo, città, territorio, vuole parlare di questo.
Ci sono i giovani africani che cercano di arrivare nel nostro Paese per sfuggire alle guerre o semplicemente ad una vita di stenti e di fatica. Scappano da luoghi depauperati dall’ingordigia occidentale che, nel corso dei secoli, li ha depredati di materie prime, di risorse umane, di riferimenti culturali, di usanze tradizionali, di elementi d’identità. Fuggono in cerca di una vita migliore, per una chance esistenziale innata nell’uomo. E vengono da noi perché vedono nel nostro mondo, nelle sue luccicanti paillettes tecnologiche, un luogo da favola, proiettato in un futuro irraggiungibile dai deserti e dalle steppe del continente nero. Un viaggio che spesso si ferma su un barcone, nelle acque di un porto italiano “chiuso” dal populismo della politica.
E ci sono i giovani italiani. Certo non sono così affamati e disperati come i loro coetanei africani, ma anche essi fuggono da un Paese inospitale in cerca di una prospettiva di vita più soddisfacente. Hanno studiato a lungo e si sono formati con entusiasmo e passione. Ma, una volta entrati nel mondo del lavoro, hanno scoperto che non c’era spazio per loro. Il mercato del lavoro in Italia è bloccato. E quando è aperto, è mal pagato, incapace di valorizzare le competenze, burocratizzato e inefficiente. Chi va all’estero se ne accorge subito, e per questo non torna più. Quello che era iniziata come una leggera esperienza dopo la laurea, si trasforma ben presto in una scelta di vita senza ritorno, che lascia famiglie spezzate, genitori soli e un Paese più povero di intelligenze e di energie. Queste pagine di Uct sono dedicate a questi due fenomeni, tanto differenti quanto incredibilmente simili. Se da un lato, infatti, una certa mobilità giovanile è comprensibile e perfino auspicabile, dall’altro questi fenomeni evidenziano che qualcosa si è rotto nel susseguirsi delle prospettive generazionali. E questo emorragia di ragazzi che se ne vanno e non tornano più deve obbligare tutti ad una profonda riflessione. Soprattutto chi – come politici e amministratori – ha l’onere di scegliere verso dove indirizzare le politiche di sviluppo. Ecco: mi piacerebbe che l’Italia diventasse un Paese capace di trattenere i propri figli e capace di accogliere quelli in cerca di un futuro migliore. E questi giovani, in un patto tra pari, fossero in grado di inventare un nuovo miracolo italiano. Questa volta non solo economico. Ma anche etico e sociale. Finalmente civile. 

[Pubblicato su Uomo Città Territorio 518]

Una categoria di giovani, di precari, di indebitati, di subordinati, di (probabili) trasmigratori

 

Civiltitaliana

C’è una lettura che non è piacevole intraprendere ma che deve esser fatta. Perché ci racconta, impietosamente, il mestiere dell’architetto com’è oggi, lontano dai cliché e dai pregiudizi che ancora accompagnano questa professione.

Stiamo parlando dell’edizione 2013 del «Rapporto Cresme» (disponibile on-line), che da tre anni a questa parte viene redatto per descrivere lo stato della professione in Italia. L’indagine – promossa dal Cresme e dal Centro studi del Consiglio Nazionale degli Architetti PPC – affronta temi che spaziano dalla congiuntura economica, al tema della condizione lavorativa e professionale degli architetti con un approfondimento sulla situazione dei più giovani, passando per la questione dell’internazionalizzazione.

Proponiamo un sintetico riassunto dell’indagine che merita, tuttavia, di essere letta in tutte le sue 123 pagine. Anzitutto i numeri: gli architetti italiani sono centocinquanta mila, «quasi un terzo di tutti gli architetti europei». Il nostro Paese si conferma il più densamente abitato dai seguaci di Brunelleschi: «cinque ogni duemila abitanti», più del doppio rispetto alla media europea. Un trend che è esploso negli ultimi vent’anni per cui oggi il 35% degli architetti iscritti agli albi ha meno di 40 anni». Di questo esercito di matite in cerca di autore il 40%, è composto da donne, «una quota che è andata rapidamente aumentando negli ultimi anni», e destinata a crescere ancora. Le colleghe non se la passano, tuttavia, molto bene: ad oggi gli architetti guadagnano il 70% in più delle architette.

Alla componente giovanile della categoria è dedicata parte dell’attenzione del rapporto: a dieci anni dal conseguimento del titolo «il reddito mensile medio netto di un giovane architetto risulta di circa 1.300 euro, contro una media complessiva di 1.600 euro». Non solo: il 73% dei giovani architetti oggi inizia la carriera come lavoratore precario e dopo 7 anni dal conseguimento del titolo il 36% lavora ancora come collaboratore esterno in uno studio di terzi. Oltre il 40% dei collaboratori o dipendenti degli studi di architettura guadagna meno di 1.000 euro al mese e solo il 12% supera i 1.500.

Veniamo ora alle brutte notizie: «la combinazione di crisi economica e inversione del ciclo edilizio ha comportato in sei anni la perdita di quasi un terzo del reddito professionale annuo, tanto che nel 2012 il reddito medio potrebbe essere sceso a poco più di 20 mila euro».

Contemporaneamente, «il mercato potenziale degli architetti nelle costruzioni è calato del -36%», il che ha significato un crollo di oltre il -45% del mercato disponibile per il singolo professionista. Una situazione drammatica, destinata a peggiorare: il 37% degli architetti «si attende forti flessioni del fatturato nel 2013». A questo rosario si aggiunge la beffa delle insolvenze (per il 32% l’insoluto raggiunge il 20% del volume d’affari), l’assurdità delle attese (150 i giorni per ottenere un pagamento dalla Pubblica Amministrazione) e il dramma dell’indebitamento (che interessa il 38% degli iscritti).

Il rapporto Cresme, naturalmente, non ha ricette risolutive ma pone delle questioni sulle quali è importante interrogarsi. In particolate emerge «la convinzione che sia ormai arrivato, anche per gli architetti, il momento per un salto di scala nel know-how, nella conoscenza e nell’uso delle tecnologie, nell’internazionalizzazione».

Investire sui più giovani «può rappresentare la carta vincente in un contesto di mercato sempre più competitivo ed esigente».

E sull’internazionalizzazione: non a caso il 40% degli architetti italiani sta già pensando di lavorare all’estero: in Norvegia gli architetti nel 2012 hanno avuto a disposizione un potenziale di oltre 1,7 milioni di euro a testa, in Svizzera oltre 1,4 milioni di euro, in Finlandia, come in Austria, 1,2 milioni. Cifre da capogiro rispetto alle nostre (133 mila euro a matita) . Ma buoni sbocchi vi sono anche in Francia e Regno Unito. Insomma se la crisi continua a mordere, la migrazione potrà essere un’importante opportunità per esercitare il mestiere. L’Europa come occasione: forse val la pena farci qualche ragionamento.

 (pubblicato su “A” giugno-settembre 2013)