NOVITA’ IN LIBRERIA: Willy Schweizer e Maria Grazia Piazzetta, ARCHITETTURA E SPAZIO ALPINO

copertina

Willy Schweizer, Maria Grazia Piazzetta. Architettura e spazio alpino
a cura di Alessandro Franceschini
con fotografie di Luca Chistè
saggi di Danilo Balzan e Luciano Bolzoni
(LISt Lab, 2017)

Per comprendere alcune delle caratteristiche del lavoro degli architetti Willy Schweizer e Maria Grazia Piazzetta non è sufficiente indagare le peculiarità della loro formazione accademica (ovvero gli studi presso l’Istituto Universitario di Architettura di Venezia, diretto da Giuseppe Samonà durante gli anni Sessanta), ma è necessario capire in profondità le caratteristiche dello spazio antropicoentro il quale vivono e operano da oltre cinquant’anni. E in particolare il paesaggio culturale e architettonico a cui si sono riferiti nel corso della loro storia professionale e dal quale hanno tratto l’ispirazione figurativa e gli insegnamenti costruttivi che sono andati a caratterizzare la loro poetica. Si tratta dell’architettura rurale delle valli del Primiero, nel Trentino orientale: un’edilizia severa, austera, pulita, intimamente legata all’ambiente naturale dov’è stata costruita e che utilizza i materiali tipici della montagna.

GIO’ PONTI IN VAL MARTELLO: L’ALBERGO SENZA PRECEDENTI

Stitched Panorama

Un libro scritto da Luciano Bolzoni, edito dall’editrice Alps e dedicato allo Sporthotel della Val Martello, splendida architettura-rovina firmata da Giò Ponti.

I più sprovveduti, a causa dell’abbandono e del degrado in cui versa ormai da decenni, potrebbero confonderlo per un «ecomostro». In realtà, quella che si trova nel cuore della Val Martello, è una splendida rovina, un’interessantissima architettura firmata da Giò Ponti, storico fondatore della rivista Domus e uno degli architetti italiani più significativi del Novecento. Stiamo parlando dello Sporthotel della Val Martello, un albergo che sorge a 2100 metri, fra un complesso incantevole di cime, nevai, ghiacciai (Cevedale, Cima Venezia, Peder). Per rendere giustizia a questo gioiello ingiustamente abbandonato, la cooperativa e casa editrice Alpes di Trento ha dato alle stampe un bel volumetto che intende dare giusta dignità all’opera di Ponti. «Destinazione Paradiso. Lo Sporthotel della Val Martello di Gio Ponti» (64 pp., 15 euro) è un libro firmato da Luciano Bolzoni, architetto, già docente della Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano e dell’Istituto Europeo di Design e studioso ed esperto di cultura e di architettura alpina, sugli scaffali delle librerie in queste settimane.

Il volume, introdotto dai saggi di Salvatore Licitra dei “Gio Ponti Archives” e di Carlo Calderan, presidente della Fondazione Architettura Alto Adige-Südtirol, ripercorre le vicende dell’albergo Sporthotel del Paradiso del Cevedale, capolavoro di architettura che da tempo giace solitario al Paradiso del Cevedale nella alta Val Martello, in provincia di Bolzano. Il testo racconta la storia, dalla sua nascita alla sua caduta, di questo edificio sorto sulla spinta di un particolare clima sociale che vedeva nella villeggiatura in montagna un segno di riscatto e di passione per la natura.

Come spiega l’autore, «l’hotel rispondeva ad una domanda che chiedeva la creazione di piccoli villaggi isolati nei boschi, stazioni definite climatiche con cui presto la montagna impara a misurarsi, zeppe di attori confinati in una sorta di segregazione all’aria aperta e stipati quasi a forza in una natura che vivono come incontaminata e priva di rischi». Un «albergo senza precedenti», in grado di condensare dentro se stesso tutto il genio dell’architetto: «Ponti- scrive Salvatore Licitra – tendeva a fare tutto ed ogni cosa. Questo non per megalomania, prepotenza o presunzione, ma per urgenza di arrivare alla completezza di quella visione in cui a suo modo di vedere si esprimeva il progetto».

Nel 1935 l’architetto elabora il progetto generale, insieme agli ingegneri Antonio Fornaroli e Eugenio Soncini e due anni più tardi, nel 1937, l’albergo viene ultimato. La struttura ricettiva nasce in modo integrato da un progetto complessivo di elaborazione del paesaggio che prevedeva, oltre all’edificazione del grande albergo-rifugio, anche la realizzazione delle infrastrutture viarie e sciistiche e di un piccolo lago artificiale. Il committente dell’operazione era il Colonnello Emilio Penati che impegnò fondi dell’allora partito fascista e del Ministero del Turismo per costruire la struttura con la sua impresa edile.

L’albergo era concepito per dare la migliore risposta alle richieste di una clientela moderna suddivisa in due classi d’utenza: quella turistica, di tipo più pratico, e quella definita come “ospiti a lunga permanenza”. Per la prima vennero realizzate delle funzioni ricettive più spartane, mentre per la seconda categoria, l’albergo prevedeva degli spazi di accoglienza più raffinati, orientati ad una clientela che si immaginava di livello medio alto e costituita da abitanti della città desiderosi di passare una «villeggiatura» in quota. Nel libro, la narrazione delle vicissitudini storiche dell’edificio è accompagnata dalle immagini d’epoca, in bianco e nero, provenienti dai Gio Ponti Archives e dalle fotografie attuali scattate dai fotografi di Alpes che ritraggono lo Sporthotel così come lo si incontra attualmente.

«I grandi alberghi lungo i passi dolomitici hanno creato un paesaggio, il primo paesaggio turistico delle Alpi sudtirolesi – spiega Carlo Calderan – legato ad un modo di percepire la natura in cui si sono collocati e ad un suo “uso” che potremmo definire contemplativo». In effetti l’inaugurazione dell’Albergo viene accompagnata da una importane campagna mediatica che pubblicizza il luogo che garantiva una fruibilità su scala annuale, segno di una attesa assiduità di frequentazione cui veniva data in cambio un’ampia offerta ai villeggianti. «Aperto tutto l’anno – raccontava un depliant dell’epoca – stagione sciistica da dicembre a maggio. Oltre quaranta escursioni sciistiche di ogni grado con discesa fino a duemila metri di dislivello. Scuola di sci del Cevedale con numerosi maestri e guide».

Purtroppo l’albergo ebbe vita breve. Dopo l’inaugurazione, rimane in servizio fino al 1946 per essere poi riaperto nel 1950 e chiuso definitivamente nel 1955, dopo «aver subito una sopraelevazione di due piani mia fruita che allungava inutilmente l’albergo verso il cielo e lo ampliava nella parte verso la vallata, dotandolo di futili garage e di un’appendice laterale». Segue quindi oltre mezzo secolo di abbandono durante i quali la natura ha trasformato fortemente l’edificio, facendolo diventare sempre di più una di quelle rovine che Giò Ponti amava moltissimo: «Un’architettura – scriveva il Maestro proprio a proposito del costruendo albergo – deve vincere la “prova del tempo”. Una prova che può arrivare sino all’estremo del rudere, perché un’architettura si vorrebbe che fosse bella perfino come rudere».

(pubblicato su l’Adige del 18 aprile 2015. La fotografia è di Giorgio Dalvit)