I guai del “massimo ribasso”. Oggi come tre secoli fa

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«Eccellenza Ministro della Guerra, abbiamo opere di costruzione che trasciniamo da anni non mai terminate e che forse terminate non saranno mai. Questo succede, Eccellenza, per la confusione causata dai frequenti ribassi che si apportano nelle opere Vostre, poiché va certo che tutte le rotture di contratti, così come i mancamenti di parola ed il ripetersi degli appalti, ad altro non servono che ad attirarvi quali Impresari tutti i miserabili che non sanno dove batter del capo ed i bricconi e gli ignoranti, facendo al tempo medesimo fuggire da Voi quanti hanno i mezzi e la capacità per condurre un’impresa. E dirò inoltre che tali ribassi ritardano e rincarano considerevolmente i lavori, i quali ognora più scadenti diverranno».

Questa missiva, anzi questa garbatissima lettera di protesta, se non fosse per il linguaggio, sembra stata scritta in questi giorni. Invece è datata 17 luglio 1683. Porta la firma dell’«Architetto Marchese di Vauban» ed era indirizzata all’allora ministro della Guerra François Michel Le Tellier. L’autore dello scritto, Sébastien Le Prestre de Vauban, noto come il marchese di Vauban (Saint-Léger-Vauban, 15 maggio 1633 – Parigi, 30 marzo 1707), non ha certo bisogno di grandi presentazioni: militare francese, vincitore di ben quarantanove assedi militari ed uno dei più importanti ingegneri militari di tutti i tempi, passò alla storia soprattutto per il suo ruolo di primo piano avuto nella Francia del Re Sole. In quel luglio del 1683 il marchese deve aver perso la pazienza e, dopo aver preso penna e calamaio, invia al suo committente una lettera pacata ma ferma per spiegare come perseguire «l’affare migliore».

Prosegue infatti la lettera: «E dirò pure che le economie realizzate con tali ribassi e sconti cotanto accanitamente ricercati, saranno immaginarie, giacché similmente avviene per un impresario che perde quanto per un individuo che si annoia: s’attacca egli a tutto ciò che può, ed attaccarsi a tutto ciò che si può, in materia di costruzioni, significa non pagare i mercanti che fornirono i materiali, compensare malamente i propri operai, imbrogliare quanta più gente si può, avere la mano d’opera più scadente, come quella che a minor prezzo si dona, adoperare i materiali peggiori, trovare cavilli in ogni cosa e leggere la vita ora di questo ora di quello. Ecco dunque quanto basta, Eccellenza, perché vediate l’errore di questo Vostro sistema; abbandonatelo quindi in nome di Dio; ristabilite la fiducia, pagate il giusto prezzo dei lavori, non rifiutate un onesto compenso a un imprenditore che compirà il suo dovere, sarà sempre questo l’affare migliore che Voi potrete fare».

Insomma, può essere incredibile, ma per quanto tempo sia trascorso da quel 1683 sembra che nella sostanza non sia cambiato nulla nel mondo delle costruzioni. L’azione della committenza – oggi come allora – sembra spinta solo da una logica commerciale, che tende a minimizzare l’esborso finanziario. A questo gli «impresari» reagiscono in una minore attenzione della prestazione, in termini di sicurezza, di qualità delle lavorazioni, delle competenze professionali messe in campo. E per ovviare a questi rischi il committente risponde con un comportamento aggressivo in termini legali e civilistici, con l’obiettivo di minimizzare il costo della costruzione dell’opera. In mezzo a questi due fuochi c’è la figura dell’architetto (in qualità di progettista o di direttore dei lavori) che si trova sempre a dover combattere con delle armi spuntate che non gli consentono di dedicare le sue energie nel perseguire gli obiettivi vitruviani dell’architettura: ovvero «firmitas», «utilitas» e «venustas». La crisi economica che stiamo attraversano, inoltre, ha ulteriormente enfatizzato questa conflittualità perché le amministrazioni hanno sempre meno mezzi finanziari, le imprese sempre meno margine di profitto e l’apparato normativo-burocratico sempre maggiori pretese.

Come uscirne? È indubbiamente venuto il momento di riflettere seriamente sulla modalità di affidamento degli incarichi al massimo ribasso: da troppo tempo la committenza pubblica si è accorta che la minore qualità in sede di costruzione significa tempi incerti nella sua esecuzione, maggiori costi di manutenzione e scarsa qualità dell’edificato; da troppo tempo gli imprenditori hanno rinunciato alla loro nobile arte del costruire per trasformarsi in furbi soggetti economici; da troppo tempo i professionisti sono mortificati nel ruolo di mediatori tra committenza ed impresa. Ecco perché è giunta l’ora di pensare a una nuova modalità di costruire l’opera pubblica. Soprattutto in un tempo di risorse limitate che devono essere investite perseguendo la massima qualità e durabilità possibile. Pena il rischio di perdere inutilmente altro tempo. Pena il rischio di ritrovarci ancora qui a discuterne. Magari tra altri tre secoli.

(pubblicato su “A”, dicembre 2014)