Se il movimento diventa politico

Sarà interessante capire come evolverà, nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, la protesta FridayForFuture. Un movimento, quello avviato da Greta Thunberg, attorno al quale si è creata molta attesa e su cui merita fare una breve riflessione, perché i temi che invoca sono veramente di grande importanza: il cambiamento climatico in primo piano. Ma, in filigrana, ve ne sono altri, non meno impellenti: le urgenze ambientali, il bisogno di giustizia sociale, il tema dell’equità intergenerazionale. I protagonisti indiscussi di questa proposta, come si addice ad ogni iniziativa “rivoluzionaria”, sono le ragazze e i ragazzi di una società che ai giovani non ha mai riservato così poco spazio come in questo momento storico.

La sedicenne attivista svedese, in verità, non pone la questione in una prospettiva di lotta. «Questo non è un discorso politico» ha detto. «Il nostro sciopero dalla scuola non ha niente a che fare con la politica di un partito. Al clima e alla biosfera non importa nulla della politica e delle nostre parole vuote, neanche per un secondo. A lori importa solo cosa facciamo nella pratica. Questo è un grido d’aiuto». E ancora: «Non voglio la vostra speranza. Non voglio che siate ottimisti. Voglio che siate in preda al panico. Voglio che proviate la paura che io provo ogni giorno. Voglio che agiate come fareste in un’emergenza. Voglio che agiate come se la nostra casa fosse in fiamme. Perché lo è».

Sono parole che arrivano allo stomaco come un pugno e che chiedono risposte immediate. Tuttavia non è facile pensare che chi governa oggi sia improvvisamente folgorato sulla via di Damasco e sappia reagire di conseguenza, cambiando radicalmente il corso della storia. Oppure – e anche questo è un tema – che possa immediatamente intervenire sull’economia fermando i cambiamenti climatici semplicemente schiacciando un pulsante. I processi legati all’evoluzione del pianeta Terra, ricordiamolo, sono lenti e complessi. Se anche riuscissimo ad invertire il trend, questo potrebbe avvenire solo grazie ad un cambio di abitudini a livello planetario e per mezzo di una costanza lunga anni, di lavoro e di dedizione.

Anche per queste ragioni è assai difficile che le istanze dei giovani di tutto il mondo che hanno manifestato lo scorso 15 marzo vengano accolte dai politici di professione come se fosse la normale istanza di una lobby. L’unica possibilità di cambiamento, invece, è trasformare quella protesta in progetto politico. Portare la piazza dentro le istituzioni. Cambiare la pancia con il cervello. Delineare un progetto di conquista del potere decisionale. Costruire un consenso parlando al cuore degli elettori. Non delegare agli altri il compito di orientare le scelte di sviluppo economico e ambientale. Lavorando in prima persona per portare avanti una battaglia che tutti reputiamo sacra e giusta.

Non sempre, nella storia dell’umanità, i movimenti hanno avuto la forza di diventare politica. Ma quando è successo, hanno veramente cambiato il mondo.

[Pubblicato su UCT 520]