LA LUNGA STRADA VERSO LA PARTECIPAZIONE

20170212_161854 [12 febbraio 2017, manifestazione in difesa del paesaggio agricolo dell’abitato di Mori, in provincia di Trento,  minacciato dalla costruzione di opere di consolidamento geologico del versante]

 

Gli eventi che stanno interessando il comune di Mori, in particolare per quel che riguarda la costruzione del «vallo-tomo» a protezione dell’abitato, meritano una riflessione che va al di la del fatto contingente – ovvero l’opportunità o meno di realizzare una struttura per la sicurezza idrogeologica di un centro abitato – e piuttosto dedicata ad un’analisi dello stato della partecipazione dentro la nostra comunità e alla conseguente capacità che hanno i nostri amministratori di accogliere le istanze che provengono dal basso. Viviamo un tempo, infatti, in cui la delega rappresentativa che deriva da un percorso elettorale non può essere più considerata un’investitura «in bianco»: la consapevolezza dei cittadini e la crescita delle informazioni, unite ai nuovi strumenti di discussione e di confronto collettivo mediati dalla rete di Internet, rendono la rappresentanza politica un qualcosa costantemente in discussione, quasi fosse il frutto, da rinnovare quotidianamente, di un’incessante negoziazione tra popolo e potere democratico.

Il tema dello scontro che ha coinvolto la borgata lagarina è assai complesso: da una parte le ragioni degli uffici tecnici della Provincia, che vogliono garantire la sicurezza della cittadinanza, prevedendo la messa in opera di artefatti per il consolidamento geologica del declivio; dall’altra le istanze di una comunità locale che non vuole perdere la memoria della propria identità: ovvero quei segni antropici di conquista agricola della montagna che rendono il paesaggio moriano davvero originale e che ci ricordano, allo stesso tempo, il nostro passato e la fatica che, per secoli, gli abitanti di questa provincia hanno dovuto mettere in atto per rendere il Trentino una terra abitabile. Queste due esigenze sono entrambe da sottoscrivere: garantire la sicurezza di un territorio senza perdere la qualità del suo paesaggio dovrebbe essere un imperativo imprescindibile per una comunità che vuole essere matura, moderna e consapevole. Eppure a Mori qualcosa non ha funzionato. Ed è importante chiedersi il perché.

Ogni discorso che intercetta il tema della partecipazione si presta per essere facilmente mal interpretato. «Partecipazione» è una parola diventata oramai inflazionata, spesso pronunciata a sproposito dagli amministratori e dai cittadini, svuotata di significato e che offre il fianco alla retorica populista. Nei tempi della crisi della democrazia rappresentativa, o, meglio, di quel modello di rappresentanza che abbiamo inseguito a partire dal Secondo dopoguerra, occorre affinare nuovi strumenti per il governo di una società mai stata così multiforme nel corso della storia dell’umanità. Strumenti che possono trovare proprio nella cittadinanza attiva, consapevole, partecipante, un imprescindibile motore di propulsione democratica, capace di colmare quel deficit fiduciario che oggi separa il popolo dai suoi organi di rappresentanza. Strappando la partecipazione dal mondo delle astrazioni metodologiche e facendola diventare un elemento strutturante il senso comune, al pari di tutte quelle pratiche comunitarie, quei riti, quegli usi che non hanno bisogno di essere interrogati né di essere messi in discussione.

Nel caso del vallo-tomo di Mori è stata probabilmente sottovalutata, nell’iter decisionale, la prospettiva comunitaria su una scelta che poteva sembrare, a una lettura superficiale, squisitamente tecnica. Cosa c’è di più ovvio di una montagna che sta crollando e di un’opera di difesa che deve essere all’uopo progettata? In realtà tra il problema e la soluzione, come si è visto, c’è di mezzo il mare. La società contemporanea, infatti, è caratterizzata da un articolato livello di sofisticazione culturale che può produrre cortocircuiti sociali capaci, a loro volta, di interrompere, o rendere molto difficoltoso, il processo decisionale. Le comunità oggi non sono aggregati semplici e banali, ma insiemi caratterizzati da pluriappartenenze, abitate da individui con diversità d’identità, di culture, d’interessi e di opinioni. E proprio questa complessità deve essere governata attraverso percorsi di inclusione deliberativa, gli unici in grado di garantire, in fin dei conti, la certezza dell’iter decisionale e quindi della sua operatività.

C’è allora tutta una nuova grammatica che deve essere insegnata, imparata e interiorizzata. Non solo da parte degli amministratori, a cui spetta sicuramente il compito più gravoso di fare delle scelte. Ma anche da parte dei tecnici che spesso sono coinvolti nel processo decisionale. E da parte dei cittadini che sono chiamati ad una nuova responsabilità, che interessa sfere fino a ieri prerogativa dei rappresentanti istituzionali. In questa prospettiva può essere interessante tornare ai suggerimenti di Paulo Freire, pensatore brasiliano, noto per la sua «pedagogia degli oppressi»: ovvero, «rispettare gli altri abbastanza da ascoltarli molto oltre le parole che dicono», scoprendo le possibilità emergenti, in modo da co-generare le domande e le strategie di sviluppo di comunità.

Dentro una società complessa, come quella in cui viviamo, il principio della partecipazione deve essere concretamente implementato attraverso pratiche adeguate, moderne e coerenti con le peculiarità del luogo. Per queste ragioni deve essere pazientemente costruita una nuova cultura della partecipazione, a tutti i livelli. E, di pari passo, va aumentata la capacità di espressione del cittadino e la capacità di ascolto dell’amministratore pubblico. Con lo scopo di neutralizzare quel meccanismo perverso che riduce lo spazio della partecipazione alla pura protesta. Che porta l’esercito dove ci dovrebbe essere solo l’esercizio della democrazia. Creando procedure capaci di stimolare la partecipazione ne guadagneranno tutti: gli amministratori nella loro immagine pubblica e nel loro consenso, i cittadini nell’esercizio della loro sovranità, i problemi concreti, nelle possibilità di essere, finalmente, risolti.

[Pubblicato sull’Adige dell’11 febbraio 2017]

Novita’ in edicola: Sentieri Urbani nr. 21

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Sentieri Urbani nr. 21
La città condivisa
a cura di Camilla Perrone e Bruno Zanon

Con un’intervista a John Forester

Con saggi di:
Silvia Alba, Fabrizio Andreis, Luigi Bobbio, Ruggero Bonisolli, Claudio Calvaresi, Francesca Cognetti, Silvia Ferrin, Francesco Gabbi, Sophie Guillain, Lucia Lancerin, Rodolfo Lewanski, Alfredo Mela, Liliana Padovani, Chiara Pignaris, Maddalena Rossi,  Laura Saija, Marianella Sclavi.

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In questo numero di Sentieri Urbani vengono ospitati i contributi di alcuni degli autori più autorevoli che si sono occupati, da un punto di vista teorico e applicativo, del senso della partecipazione. Oltre a riflessioni di carattere generale, vengono presentate delle esperienze che tracciano un quadro assai stimolante delle diverse declinazioni date ai processi e alle esperienze relativi al coinvolgimento dei cittadini, alla progettazione partecipata, alle pratiche deliberative, alla cittadinanza attiva.

NOVITA’ IN BIBLIOTECA: ATTI DEL CONVEGNO “IL GOVERNO DEL TERRITORIO FRA CONOSCENZA, PARTECIPAZIONE E DISCERZIONALITA’”

Atti

Atti del Convegno “Il governo del territorio fra conoscenza, partecipazione e discrezionalità” svoltosi a Trento il 29 e il 30 gennaio 2016.

Con contributi di:
Roberta Vigotti, Giancarlo Coraggio, Carmine Volpe, Alessandro Franceschini, Armando Pozzi, Anna Simonati, Pierpaolo Grauso, Carlo Daldoss, Chiara Cacciavillani, Cristina Videtta, Alessio Scarcella, Antonio Cassatella, Alma Chiettini, Paola Lombardi, Giandomanico Falcon.

 

 

Trento: un disegno per Piedicastello / 2

Piedicastello - logo

Il 19 febbraio Italia Nostra e il Comitato per Piedicastello hanno invitato cittadini, progettisti, pianificatori e amanti della città a produrre “un disegno che predisponga il terreno”. Cioè uno schema per ordinare questa importante parte della nostra città. Non solo per le esigenze di oggi – che già variano di giorno in giorno – ma anche per quelle future: un disegno per tracciare i segni permanenti all’interno dei quali disporre le attività e organizzare i bisogni – forse imprevedibili – che emergeranno. Ora è tempo di mostrare le proposte pervenute, per capire cosa esprimono, cosa propongono, in che modo possono aiutarci a delineare scenari futuri, a scegliere in che modo procedere.

L’incontro è promosso da: Italia Nostra, Comitato per Piedicastello.

Partecipano:

Beppo Toffolon | Presidente di Italia Nostra sezione trentina
Paolo Biasioli |Assessore all’urbanistica del Comune di Trento
Alessandro Franceschini | Vicepresidente dell’Ordine degli architetti PPC
William Belli | moderatore

Venerdì 6 maggio – ore 20.30
Piedicastello, Sala riunioni di via Verruca

IL CONVEGNO: Il governo del territorio, fra conoscenza, partecipazione e discrezionalitA’

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Questo Convegno – promosso dall’Università di Trento e dal TAR di Trento - cade in un momento storico caratterizzato, a livello globale, da tragiche emergenze, rispetto alle quali la pianificazione urbanistica pare assumere importanza recessiva. Invece la cura del patrimonio ambientale e territoriale assume valore fondante di un impegno che – richiesto a tutti, istituzioni e utenti – costituisce insieme testimonianza di valori condivisi e rappresentazione di buona volontà nella tenace ricerca del bene comune, e perciò sia indispensabile fondamento per la resistenza alle odierne intemperie.

Venerdì 29 gennaio 2016

ORE 14.30 – 19.00
Apertura dei lavori – Saluti istituzionali

PRESENTAZIONE
Roberta Vigotti Presidente TRGA Trento

INTRODUZIONE AL TEMA
Giancarlo Coraggio Giudice costituzionale

PRIMA SESSIONE
Conoscenza del territorio e pianificazione

PRESIEDE E COORDINA
Giancarlo Coraggio

Momenti ed elementi conoscitivi per la redazione dei progetti di pianificazione da parte delle pubbliche amministrazioni
Carmine Volpe Presidente TAR Lazio 

Il governo del territorio fra sviluppo economico e tutela dell’ambiente: l’esperienza della  pianificazione in Trentino
Alessandro Franceschini Vice Presidente Ordine degli Architetti Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori Provincia di Trento

SECONDA SESSIONE
La partecipazione dei cittadini al governo del territorio

PRESIEDE E COORDINA
Armando Pozzi Presidente TAR Toscana

Le esperienze regionali
Anna Simonati Professoressa di Diritto amministrativo Università di Trento

Gli orientamenti giurisprudenziali sulla partecipazione dei privati al governo del territorio
Pierpaolo Grauso Consigliere TAR Toscana

L’esperienza trentina di partecipazione nell’elaborazione della nuova legge provinciale per il governo del territorio
Carlo Daldoss Assessore alla coesione territoriale, urbanistica, enti locali ed edilizia abitativa Provincia autonoma di Trento

Sabato 30 gennaio 2016
ORE 9.30 – 13.00

TERZA SESSIONE
Pianificazione e potere amministrativo

PRESIEDE E COORDINA
Chiara Cacciavillani Professoressa di Diritto amministrativo Università di Padova

L’esercizio dei poteri di scelta nel governo del territorio
Cristina Videtta Ricercatrice confermata di Diritto amministrativo Università di Torino

Le patologie penalistiche delle scelte di pianificazione
Alessio Scarcella Consigliere Corte di Cassazione

INTERVENTI PROGRAMMATI
Antonio Cassatella Ricercatore confermato di Diritto amministrativo Università di Trento
Alma Chiettini Consigliere TRGA Trento
Paola Lombardi Professoressa di Diritto amministrativo Università di Brescia

DIBATTITO
Relazione di sintesi

Giandomenico Falcon Professore di Diritto amministrativo Università di Trento

Chiusura dei lavori

 

TRENTO – Università degli Studi 
Facoltà di Giurisprudenza – Aula 1 | via Verdi, 53
29-30 GENNAIO 2016

 

 

Giancarlo De Carlo e l’architettura come impegno «politico»

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«Ho cercato di non immiserirmi nel mestiere opaco, pigro, trasandato, furbo, malandrino della maggior parte degli architetti. Ho cercato, per quel che ho potuto, di essere esemplare». Sono parole di Giancarlo De Carlo, tratte dalla lunga intervista raccolta da Franco Bunčuga alla fine degli anni Novanta e pubblicata nel 2000 con il titolo di «Architettura e libertà» per i tipi dell’Elèuthera. A dieci anni dalla scomparsa di questo grande architetto può essere utile fare alcune riflessioni sull’attualità del suo pensiero, sulla scia di un convegno tenutosi lo scorso 4 giugno al Mart di Rovereto, promosso dall’associazione «senza dominio». I lavori del seminario, infatti, hanno fatto emergere le tante sfaccettature di De Carlo “architetto militante”, ed in questa sede può essere utile ricordare alcuni valori che dovrebbero essere presenti nella “cassetta degli attrezzi” del professionista di oggi che voglia esercitare il mestiere di architetto in maniera – riprendendo la citazione d’apertura – non-opaca, non-pigra, non-trasandata, non-furba, non-malandrina.

Tra i tanti valori che la vita di De Carlo testimonia nella sua pratica professionale, uno è particolarmente interessante: ovvero quello della sua passione “politica”, che ha esercitato attraverso l’attività professionale, pubblicistica e didattica. La sua riflessione, che sicuramente prende origine dal suo passato partigiano dentro il Comitato di Liberazione Nazionale e dalla sue frequentazione, fin da giovanissimo, degli ambienti anarchici e libertari italiani ed europei, lo spinge all’attività politica nel senso autentico del termine – ovvero quello di lavorare a servizio della “polis”. De Carlo, instancabilmente, suggerisce alla politica le buone prassi, sperimenta nella sua attività professionale le buone pratiche, utilizza lo strumento della partecipazione come nessun altro è più riuscito a fare nel nostro Paese. Promuove un’architettura a servizio della società ed una urbanistica a dimensione umana. Con il suo esempio, De Carlo ci spiega che un professionista, un professionista militante, non si mette in politica, non fa il funzionario di partito e nemmeno l’ideologo rivoluzionario, non si candida alle elezioni. Ma, al contrario, un architetto fa Politica con la “P” maiuscola: la fa sia in senso lato, attraverso un modo preciso di essere professionista a servizio della comunità, sia spingendo la politica, quella dei politici di professione, verso certe scelte, verso certi valori, verso certe intuizioni.

È un De Carlo politico, quello che fonda la rivista «Spazio e Società» facendola diventare un laboratorio di riflessione intellettuale capace di mettere in sinergie i progetti più interessanti prodotti nel mondo in quegli anni. È un De Carlo politico quello che frequenta le aule universitarie nelle vesti di un «accademico non allineato», come amava definirsi, marcando la sua differenza dai tanti docenti universitari che «pensano come burocrati e agiscono come funzionari». È un De Carlo politico, quello che lavora incessantemente, in tutte le fasi della sua vita, nella condivisione delle idee, all’interno delle tante associazioni e movimenti culturali che ha frequentato. È un De Carlo politico, infine, quello che scrive sulle colonne dei giornali per criticare questa o quella scelta politica, per proporre queste o quelle idee alternative, facendolo con la sua inconfondibile vis polemica, ora a Milano, ora a Urbino, ora a Venezia, ora a Genova, tanto per citare i campi di battaglia più famosi.

Parafrasando una celebre frase di De Carlo, credo che l’architettura sia una cosa talmente seria da avere bisogno, oggi più che mai, del contributo degli architetti. Di architetti militanti, politici in senso decarliano. Di architetti che dovranno essere curiosi, sprovincializzati, attenti alle ragioni delle differenze, animati da una fede incrollabile nell’architettura e nel mestiere di architetto. Solo così saremmo in grado di raccogliere le sfide che il nostro tempo ci impone. Solo così saremo in grado di tornare a discutere ancora di architettura, vincendo la pigrizia e la furbizia di un mestiere che tende a diventare trasandato e malandrino. Se sapremo fare questo, se sapremo impegnarci politicamente ogni giorno, proprio come fece De Carlo «poi forse» – citando, infine, una sua splendida frase del 1958 – «poi forse, e anche per altre vie, verrà l’arte».

 (pubblicato su “A”, giugno 2015)