L’EVENTO: Esperienze e prospettive dei ptc

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Ordine degli Architetti PPC della provincia di Trento

Esperienze e prospettive dei Piani territoriali di Comunità

Le «Comunità» – il terzo livello amministrativo, intermedio tra Provincia e Comuni, introdotto dalla Riforma istituzionale del Trentino – stanno avviandosi verso la conclusione dei lavori di pianificazione, definendo i contenuti del nuovo strumento urbanistico: il Piano territoriale della Comunità. Il seminario intende interrogarsi sullo stato dei lavori in corso presso alcune Comunità, dedicando un apposito momento di discussione sulle criticità e sulle problematiche che il percorso di pianificazione fino ad oggi ha fatto emergere, per ipotizzare le future prospettive dei piani territoriali alla luce della Riforma urbanistica attualmente in elaborazione da parte degli uffici della Provincia autonoma di Trento

Programma 

14.30 – Introduzione
Alberto Winterle | Presidente dell’Ordine degli Architetti PPC della Provincia di Trento
Carlo Daldoss | Assessore alla coesione territoriale, urbanistica, enti locali ed edilizia abitativa della Provincia autonoma di Trento
Pietro Degiampietro | Commissione urbanistica e paesaggio dell’OAPPCTN

15.00 – Le esperienze
Loredana Ponticelli| Fare urbanistica all’interno di realtà complesse
Il Piano territoriale della Comunità della Val di Non
Alessandro Franceschini | Pianificare con la partecipazione
Il Piano territoriale della Comunità della Valle dei Laghi
Corrado Diamantini | Il modello della città/campagna
Il Piano territoriale della Comunità Rotaliana-Königsberg
Alberto Cecchetto | Un piano-progetto
Il Piano territoriale della Comunità Alto Garda e Ledro
Presenta:
Gianluca Nicolini |Commissione urbanistica e paesaggio dell’OAPPCTN

17.00 – Tavola Rotonda
Quale futuro per i Piani territoriali di Comunità?
Ne discutono con i relatori:
Carlo Daldoss e Bruno Zanon
Modera:
Oscar Piazzi | Commissione urbanistica e paesaggio dell’OAPPCTN

Trento, 21 maggio 2015
Palazzo della Regione Trentino-Alto Adige
Sala Rosa | ore 14,30-18,30

TRENTINO: LE COMUNITA’ DI VALLE E L’OPPORTUNITA’ URBANISTICA

VDL

Mai come in queste giornate estive, il senso e la legittimità delle Comunità (di Valle), istituite con la Riforma Istituzionale del 2006, sembrano essere messi in grande discussione, compromettendo il loro valore ed anche lo loro stessa esistenza. La recente ordinanza del Consiglio di Stato sulla «incostituzionalità» dell’ente intermedio tra provincia e comuni è solo l’ultimo atto di un processo di smantellamento ideologico iniziato fin dal giorno dopo la loro istituzione. In questa drammatica fase della nostra storia istituzionale, dove è fin troppo facile evocare il taglio dell’ente in base alla razionalizzazione della spesa pubblica e della buona politica, è forse utile fare anche qualche breve riflessione su quello che le Comunità hanno portato di buono nel loro breve lasso di vita, in particolare per quanto riguarda la pianificazione ed il governo del territorio.

Come è noto l’istituzione delle Comunità è stato un inedito atto di decentramento amministrativo estremamente interessante per un territorio, come il nostro, dove per decenni tutto è stato saldamente in mano alla «provincia». E tra le competenze che il legislatore ha inteso delegare a livello intermedio, la più importante è probabilmente quella rappresentata dalla pianificazione territoriale. Ovvero le Comunità erano investite della responsabilità e dell’onore di mediare con i comuni nella formulazione di scenari di sviluppo territoriali, immaginati a scala sovracomunale. Il Piano territoriale della Comunità, è il dispositivo chiave di questo processo di emancipazione e non a caso era definito dalla normativa provinciale come lo strumento per individuare, «sotto il profilo urbanistico e paesaggistico, le strategie per uno sviluppo sostenibile del rispettivo ambito territoriale» al fine di «conseguire un elevato livello di competitività del sistema territoriale, di riequilibrio e di coesione sociale e di valorizzazione delle identità locali».

In questa visione, le Comunità erano immaginate come dei soggetti privilegiati nella costruzione e ricostruzione del rapporto tra le società locali e il territorio. Un rapporto importante che negli ultimi anni si era andato sfilacciando, schiacciato tra l’assenza di visione strategica dei Piani regolatori generali comunali e la visone, a volte troppo astratta, dei Piani urbanistici provinciali. La sfida contenuta nella riforma era appunto quella di «imparare» a governare in modo nuovo fenomeni complessi, partendo dalla consapevolezza che il territorio è un «patrimonio», allo stesso tempo economico (capitale territoriale), ambientale (capitale naturale) ed è sede di specifiche relazioni locali (capitale sociale). Il governo del territorio era, allo stesso tempo, un luogo neutro dove imparare ad abbattere ridicoli campanilismi ed iniziare a pensare un futuro delle comunità locali con un respiro più ampio rispetto al semplice orticello comunale.

In questi quattro anni le Comunità hanno lavorato in questa direzione. Un lavoro faticoso, che è stato anzitutto politico e culturale. È probabilmente presto per fare dei bilanci esaustivi di questa prima fase di pianificazione a scala di comunità ma è però importante mettere in evidenza i risultati ottenuti fino ad oggi. Ad esempio: per la prima volta negli ultimi decenni, i comuni si sono messi attorno ad un tavolo per cercare di immaginare uno sviluppo a scala sovracomunale. L’hanno fatto redigendo documenti d’intenti, collaborando attorno al tavolo di confronto e consultazione nominato ad hoc, assistendo a decine di incontri fatti sul territorio. Dopo anni nei quali i comuni hanno fatto a gara per avere su ogni territorio la piccola area artigianale, il campo sportivo, la strada tangenziale, la caserma dei vigili del fuoco volontari – con un conseguente spreco di risorse e, soprattutto, di suolo – sindaci ed assessori di comuni diversi hanno iniziato a confrontarsi su cosa fosse meglio fare. E, soprattutto, dove.

I Piani territoriali delle comunità non sono ancora stati approvati – pianificare richiede il suo tempo – ma hanno già fatto qualcosa di molto importante. Probabilmente è proprio grazie a questo sforzo di scontro e di confronto tra amministratori che oggi possiamo parlare con più tranquillità di «unione» dei comuni, tema che fino a non molto tempo fa era un vero e proprio tabù. Il ragionare a larga scala, il prendersi cura di tutto un territorio, l’immaginare una razionalizzazione dei servizi è stato un esercizio difficile ma molto utile ad amministratori e cittadini per abituarsi all’idea di un territorio organizzato politicamente in maniera diversa e proiettato in una dimensione di progetto aperta alle sfide che il nostro tempo di propone. L’urbanistica, infatti, ha bisogno di spazi più ampi, rispetto al piccolo territorio comunale, e la dimensione della «Comunità» appare l’ideale spazio per immaginare una pianificazione strategica circostanziata ed efficace.

Ecco perché in questa fase di discussione è fin troppo facile essere tentati di «buttare il bambino con l’acqua sporca». Eliminare le Comunità, e con esse la pianificazione a livello di comunità, significherebbe disperdere tutto un patrimonio di informazioni, di conoscenze e di progetti cresciuti in questi ultimi anni. Per questa ragione la politica dovrebbe seriamente interrogarsi anche su quanto di buono è stato fatto dall’implementazione della Riforma istituzionale ed immaginare uno scenario che – al netto degli aspetti costituzionali – tenga viva una maniera di fare urbanistica a scala di comunità di valle. Una dimensione ideale, dentro la quale le istanze delle comunità locali e l’impianto territoriale ed ambientale del loro intorno trovano un’efficace sintesi, capace di catalizzare visioni e progetti proiettati verso il futuro.

(Pubblicato sull’Adige del 2 agosto 2014)