Aree produttive e progetto urbanistico

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C’è stato un tempo in cui parlare di industrializzazione significava parlare di progresso. Stiamo evocando il famoso «boom economico» durante il quale anche l’Italia ha vissuto un importante processo di industrializzazione, fanalino di coda di una Europa che voleva sbarazzarsi velocemente dalle macerie della Seconda guerra mondiale. Portare l’industria significava portare lavoro, e quindi denaro e quindi benessere. Non ci si interessava molto dei problemi correlati alla produzione industriale perché l’ambiente sembrava indistruttibile, lo sviluppo economico inarrestabile e le soluzioni fornite della tecnica infallibili.

Anche il Trentino ha vissuto una breve ma significativa fase di sviluppo industriale. Come è noto, l’impulso fu originato da quel grande momento di pianificazione urbanistica che è stata l’implementazione del primo Piano urbanistico provinciale, firmato nel 1967 da Giuseppe Samonà. L’urbanista siciliano – in sintonia con il “padre politico” del piano, Bruno Kessler – aveva pensato di collocare tanti poli di sviluppo produttivo nelle valli del Trentino, per portare in periferia i vantaggio dello sviluppo economico industriale e per fornire lavoro ai residenti, contrastando così la piaga della disoccupazione e dell’emigrazione.

A cinquant’anni da quei fenomeni, occorre prendere atto che quella fase storica è definitivamente finita e che i tempi sono radicalmente cambiati. Il nostro sistema produttivo ha perso competitività rispetto ai Paesi emergenti di tutto il globo, che stanno vivendo oggi il loro boom economico. L’ambiente ci ha già fatto sapere che non è pensabile inquinare senza pagare (o far pagare ad altri) le conseguenza delle proprie azioni. Per contro, lo sviluppo del terziario avanzato offre ai territori più marginali, come quelli montani, nuove possibilità per uno sviluppo non necessariamente legato all’attività produttiva industriale del manifatturiero.

Ma se l’economia riesce a riciclarsi rapidamente, lo stesso non si può dire del territorio. I segni di quella grande fase economica, oggi oramai terminata, sono dei muti testimoni che decorano le periferie delle nostre città e angoli imprevedibili dei nostri territori. Si tratta di «relitti» che ci ricordano un tempo vicino ma trascorso molto velocemente e che ci interrogano, come novelle rovine piranesiane, sulle modalità attraverso le quali ci rapportiamo al nostro intorno. Sono un passato ingombrante di cui non ci si può sbarazzare rapidamente ma con il quale occorre riconciliarsi lentamente per fare tesoro di quell’esperienza passata, imparando a fare meglio nel futuro.

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Una delle urgenze del nostro tempo è quella di immaginare, assieme alla collocazione, eventuale, di nuovi impianti produttivi, anche il riutilizzo, il riciclo, la rigenerazione dei molti spazi produttivi abbandonati che caratterizzano le aree periferiche di quasi tutte le città italiane. Questo vale anche per il Trentino che oggi si trova ad affrontare una inedita fase economica, quasi esclusivamente basata sullo sviluppo del «terziario avanzato». In questo orizzonte è sempre più necessario pensare maniere nuove e radicali di gestione degli usi dei suoli, contemplando anche dei «ri-classamenti» delle ex aree produttive, facendole diventare, all’uopo, aree per servizi, aree residenziali, aree a destinazione mista.

In questo senso, per quanto riguarda il Trentino, uno ruolo cruciale potrà essere rivestito dalle Comunità di Valle, l’ente intermedio instituito dalla riforma istituzionale implementata nel 2006. Lo strumento urbanistico con il quale la legge ha dotato le Comunità di un reale potere sul governo del territorio, il Piano territoriale della Comunità, potrà essere il dispositivo-chiave per gestire con efficacia l’evoluzione delle aree produttive in contesti fragili, come quelli delle valli trentine. Si tratta di una sfida complessa, ma fondamentale per poter dare ai nostri territori una nuova e necessaria identità, finalmente emancipata da quella configurazione, oramai obsoleta e antistorica, che il boom economico ci ha lasciato in eredità.

Il tema della aree produttive non può quindi essere risolto in maniera manichea («pro» o «contro» i siti produttivi) ma che deve essere «governato» attraverso la pianificazione urbana e territoriale. In fondo l’urbanistica moderna è nata proprio per risolvere i malanni prodotti dalla città industriale Ottocentesca. Oggi dobbiamo risolvere problemi forse meno gravi ma è opportuno adottare la stessa metodologia: ovvero predisporre strumenti efficaci per governare il territorio e con esso la qualità della vita in uno spazio  antropico nuovamente in trasformazione.

 (Pubblicato su Sentieri Urbani nr. 14 – agosto 2014. Fotografia di Luca Chistè)