NOVITA’ IN LIBRERIA: CATALOGO DELLA MOSTRA “IL QUARTIERE LE ALBERE A TRENTO. ARCHITETTURE E SPAZIO URBANO”

Promoweb

Sabato 19 marzo, evento di finissage della mostra fotografica di Luca Chistè, con la presentazione del catalogo.

La pubblicazione, uscita per i tipi della BQE Edizioni, contiene una prefazione di Giuseppe Ferrandi, Direttore del Museo Storico di Trento, e i saggi critici di Alessandro Franceschini (curatore della mostra) e di Enrico Gusella, curatore di rassegne, critico fotografico ed autore del libro: “Sulla Fotografia e oltre” (ed. Allemandi).

La presentazione del catalogo, sarà accompagnata dalla visione di un video che riproduce una navigazione virtuale della rassegna sulle Albere entro gli spazi espositivi del Museo Storico di Trento, le “Gallerie” di Piedicastello, realizzata con un software di rendering particolarmente attraente sotto il profilo della fruibilità.

L’appuntamento dell’evento è fissato per sabato 19 marzo, ad ore 18.00, presso le sale delle “Gallerie” di Piedicastello – Museo Storico a Trento.

Nel quartiere fantasma dell’archistar

Le albere

Esattamente un anno fa, l’8 luglio 2013, il nuovo quartiere «Le Albere» di Trento, firmato da Renzo Piano, veniva solennemente inaugurato, in una serata indimenticabile, fatta di concerti, spettacoli e con tantissima gente riversata nelle strade e nelle piazze. Un anno dopo il quartiere si presenta, però, in tutta la sua desolazione. Gran parte dei suoi alloggi, verrebbe da dire la quasi totalità (si parla del 90%), sono vuoti, evidentemente rimasti invenduti. Anche gli esercizi commerciali previsti a pian terreno – salvo alcune eccezioni – sono ancora inutilizzati. Dal tardo pomeriggio, quando il parco pubblico annesso si svuota, il quartiere rimane deserto e le folle della serata inaugurale, durante la quale Trento sembrava finalmente una città europea, sono solo un lontano ricordo.

A distanza di dodici mesi dal taglio del nastro, il quartiere sta lentamente diventando un bubbone dentro la città, sempre più incontrollabile, i cui esiti sociali ed urbanistici sono ancora tutti da determinare. I motivi di questo fallimento fino ad oggi elencati riguardano sostanzialmente aspetti di natura economica. I prezzi degli alloggi sono alti, si è soliti dire, la crisi economica sta mordendo le famiglie e le banche non fanno più credito. Si tratta di problemi sicuramente reali, ma che non coprono l’intero spettro delle cause che hanno portato ad una simile emergenza. Ecco perché, sulla scorta di questa esperienza, può essere interessante fare alcune riflessioni di natura urbanistica e culturale.

La prima questione è quella del sito geografico. «A pochi minuti a piedi da piazza Duomo» diceva un soddisfatto Renzo Piano durante uno dei primi sopralluoghi. Già. Ma anche in uno dei luoghi meno ospitali della conca di Trento, collocato proprio sotto le pendici del Monte Bondone, dove il sole tramonta ben prima della fine naturale delle giornate. Un sito sul quale non era mai stata edificata residenza, un luogo urbano periferico che i nostri padri avevano, forse saggiamente, relegato a sito produttivo e non a spazio di relazione e abitativo, come è avvenuto nel caso delle «Albere».

Il secondo tema è quello dell’architettura «griffata». I promotori dell’operazione hanno pensato di valorizzare gli alloggi facendoli «firmare» da uno degli architetti più affermati del momento. Ma i trentini hanno fatto spallucce. Ovvero: nella città di Trento non esiste un gruppo sociale così numeroso – una «borghesia» avremmo detto qualche decennio fa – interessato a farsi vanto di abitare in una casa pensata da un’archistar. Anzi: «l’understatement» tipico dei trentini, che non ostentano mai il proprio status sociale, si è rilevato come un vero e proprio limite della struttura urbanistica e architettonica, che avrebbe potuto funzionare in tantissime altre città italiane, ma non in quella del Concilio tridentino.

Infine, la terza questione, direttamente legata alla precedente. L’intero progetto è stato elaborato nello studio di Renzo Piano. In una provincia che conta più di mille architetti e più di tremila ingegneri, non è stata costruita una operazione culturale capace di integrare conoscenza internazionali con professionalità locali. Nessun ingegnere o architetto è stato coinvolto nella progettazione, dando all’intera operazione il sapore di un prodotto che viene da lontano, imposto, calato dall’alto, incapace di creare ricchezza – intesa anche come «know-how» – sul territorio.

Che fare adesso, allora? Prima che la situazione si avviti ancor più su se stessa occorre che la politica, prima ancora degli investitori, s’interroghi sul futuro del quartiere delle Albere. È giunto il momento di individuare un altro target di possibile abitante. Aprendo le porte a fasce sociali fino ad oggi ignorate e che possono essere interessate ad una modalità nuova dell’abitare – non più una classe medio-alta, ma studenti, ricercatori stranieri, giovani coppie. Naturalmente prevedendo al contempo degli affitti capaci di adattarsi a tasche meno capienti. Ecco allora: trasformare «Le Albere» in un quartiere «cool». Un luogo di artisti e di pensatori. Di intellettuali e di studenti. E, probabilmente, di non-trentini. Forse è l’unico modo per uscire dallo scacco in cui ci troviamo. E per evitare che, quello che doveva essere il nuovo cuore della città, si trasformi progressivamente in un buco nero, in un luogo sconosciuto ed irriconoscibile, lontano dal nostro immaginario, stretto tra la ferrovia ed il fiume.

(Pubblicato su “A”, luglio 2014)