Cinquant’anni del Piano urbanistico provinciale: tre lezioni ancora attuali

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L’anniversario dei cinquant’anni dall’entrata in vigore del Piano urbanistico provinciale (Pup), approvato il 12 settembre del 1967, rappresenta un’utile occasione per riflettere sull’importanza esercitata da quello strumento urbanistico nella storia e nello sviluppo del nostro territorio e, soprattutto, costituisce una opportunità per dare nuova linfa a quel progetto di modernizzazione del Trentino, nato nella testa di Bruno Kessler e dei suoi collaboratori all’inizio degli anni Sessanta. Il varo di quel piano, avvenuto dopo sei anni di intenso lavoro politico e pianificatorio, fu l’inizio di un’esperienza irripetibile per la nostra provincia che, nel corsi dei decenni successivi, ha saputo fare del governo del territorio una delle competenze più importanti dell’autogoverno, trasformando quest’assunzione di responsabilità in un fiore all’occhiello dell’Autonomia tridentina. L’urbanistica è stata lo strumento che ha reso il Trentino un laboratorio d’avanguardia nell’implementazione di nuovo modelli di sviluppo economico e forme di partecipazione direttamente legate ai territori e alle comunità locali.

A distanza di mezzo secolo da quegli eventi, le lezioni che si possono trarre dall’esperienza pianificatoria del Pup sono molte e tutte ancora estremamente attuali. In un Trentino devastato dalle bombe della Seconda guerra mondiale, Kessler aveva capito l’importanza della programmazione per lo sviluppo dei territori. Il Dopoguerra, nella nostra provincia, non era stato immediatamente un’occasione di sviluppo, come era successo nelle parti più avanzate del resto del Paese. Fame e Freddo erano i due fantasmi che si aggiravano spavaldi per le valli del Trentino, causando movimenti migratori sia interni (dalle valli ai centri urbani di fondovalle) che esterni (le ultime migrazioni “organizzate” dagli uffici della Provincia autonoma di Trento verso il Cile risalgono proprio all’inizio degli anni Sessanta). In questo contesto di grande difficoltà economica, dove il Trentino rischiava veramente di diventare un fazzoletto di terra «piccolo e solo», Kessler capì che non ci poteva essere crescita senza pianificazione, sviluppo senza visione, e che lo stesso progresso doveva essere calmierato da opportune azioni di mitigazione capaci di evitare gli effetti devastanti che uno sviluppo senza regole e senza criteri stava già facendo altrove.

La prima lezione che è bello ricordare di quell’esperienza di piano, è la forte carica utopica contenuta in quelle tavole urbanistiche. Non è un caso che un grande storico dell’urbanistica moderna come Leonardo Benevolo, avesse definito il Piano urbanistico del Trentino – che allora era la prima esperienza di pianificazione su area vasta implementata in Italia – una «utopia tecnicamente fondata». Il Piano firmato da Kessler e dall’urbanista veneziano Giuseppe Samonà non prevedeva solamente di industrializzare le arretrate aree rurali del Trentino, ma aveva in progetto la costruzione di cinque piccole aeroporti di valle, e di numerosi altiporti d’alta quota, utili a collegamenti a fini turistici, allora in forte sperimentazione in alcune aree europee. Anche se le piste di atterraggio non sono mai state realizzate, superate dal rapido incalzare degli eventi economici, il Trentino turistico di oggi, noto in tutto il mondo, è frutto di quel progetto straordinario, dalla forza propulsiva di quella visione, che non si poneva limiti d’immaginazione e che vedeva nel futuro una possibilità per emancipare un territorio povero e arretrato.

La seconda lezione è il gesto di grande umiltà che fecero allora i progettisti. Kessler portò a Trento il meglio della cultura urbanistica allora presente in Italia: l’urbanista Samonà, direttore della scuola di architettura di Venezia, allora una vera e propria «archistar» planetaria; il giovane Bernardo Secchi, in seguito divenuto il decano degli urbanisti italiani; un Romano Prodi fresco di laurea; uno sconosciuto Nino Andreatta che muoveva i primi passi nell’ambiente milanese della new economy. E ancora Sergio Giovanazzi, Sandro Boato (allora poco più che ventenni), Franco De Marchi, Pietro Nervi, Giampaolo Andreatta… : un gruppo di intelligenze acute ed eterogenee che si misero a girare il Trentino con entusiasmo e pazienza, di paese in paese, di casa in case, di assemblea in assemblea. Un esempio di partecipazione ante litteram, fatto in un contesto socio-culturale molto arretrato rispetto ad oggi, ma che seppe cogliere l’occasione di quel confronto come una sfida imprescindibile della crescita del territorio.

La capacità di coniugare, con grande anticipo sui tempi, lo sviluppo economico-territoriale e la tutela dell’ambiente, in una visione integrata, interdipendente e non contraddittoria, rappresenta la terza lezione che il Piano urbanistico provinciale del 1967 ci testimonia ancor oggi. Nelle scelte progettuali effettuate allora, l’urgenza dello sviluppo economico e la coscienza del valore del paesaggio sono due elementi tutt’altro che in conflitto, ma addendi di un medesimo ragionamento, capaci di muoversi all’unisono e di orientare profondamente la crescita del territorio provinciali nei decenni successivi. Non deve sorprendere, quindi, che l’istituzione dei Parchi naturali a scala provinciale e la configurazione di ampie parti di territorio a «verde attrezzato» e a «tutela ambientale» convivano con la previsione di un forte programma di infrastrutturazione del territorio, che vedeva in grandi arterie viabilistiche come l’Autostrada del Brennero e la Superstrada della Valsugana momenti imprescindibili per lo sviluppo economico del territorio ed elementi fondamentali per aprire il Trentino ai sistemi economici confinanti.

Carica utopica, partecipazione, visione integrata. Ecco le parole d’ordine che stanno alla base di quell’esperienza di pianificazione: il Trentino di oggi è figlio di un progetto di cinquant’anni fa, che ha saputo intelligentemente integrare queste tre parole-chiave. E se volessimo oggi mettere mano ad un nuovo Piano urbanistico provinciale – scelta quanto mai necessaria e opportuna, visti i rapidi mutamenti economici, ecologici e culturali che stiamo vivendo – dovremmo ripartire proprio da questi tre concetti: perché non c’è porta sul futuro che non sia indirizzata da una sana carica utopica; non c’è progetto di territorio senza uno sforzo teso alla partecipazione della cittadinanza per l’individuazione di una visione collettiva; non c’è crescita territoriale senza l’integrazione delle istanze dello sviluppo economico con le necessità della conservazione del paesaggio.

Nella foto in alto, da sinistra: Nino Andreatta, Bruno Kessler, Giuseppe Samonà durante la presentazione del Pup67.

[Pubblicato sull’Adige del 13 settembre 2017]

NOVITA’ IN LIBRERIA: parchi e giardini storici in Trentino

Parchi e Giardini Storici

 

Parchi e giardini storici in Trentino: tra arte, natura e memoria. Dalla catalogazione dei beni alla loro prima interpretazione

Volume 1 / saggi
Provincia autonoma di Trento, 2016

a cura di
Alessandro Pasetti Medin, con la collaborazione di Katia Malatesta

con i contributi di
Lia Camerlengo, Fabio Campolongo, Mariapia Cunico, Alessandro Franceschini, Fabrizio Fronza, Katia Malatesta, Cesare Micheletti, Claudio Micheletti, Alessandro Pasetti Medin, Loredana Ponticelli, Giuseppe Rallo, Angiola Turella, Cristiana Volpi, Luigi Zangheri

Un primo contributo multidisciplinare per la conoscenza d’insieme di un patrimonio ancora poco conosciuto, fragile e a rischio: così si presenta il doppio volume Parchi e giardini storici in Trentino: tra arte, natura e memoria, edito della Soprintendenza per i beni culturali a conclusione di un’ampia campagna di censimento e catalogazione. L’opera restituisce la complessità di aspetti – storici, storico-artistici, architettonici, botanici, forestali – che caratterizza queste architetture vegetali in equilibrio dinamico tra natura e artificio.

 

 

 

IL CONVEGNO: Il governo del territorio, fra conoscenza, partecipazione e discrezionalitA’

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Questo Convegno – promosso dall’Università di Trento e dal TAR di Trento - cade in un momento storico caratterizzato, a livello globale, da tragiche emergenze, rispetto alle quali la pianificazione urbanistica pare assumere importanza recessiva. Invece la cura del patrimonio ambientale e territoriale assume valore fondante di un impegno che – richiesto a tutti, istituzioni e utenti – costituisce insieme testimonianza di valori condivisi e rappresentazione di buona volontà nella tenace ricerca del bene comune, e perciò sia indispensabile fondamento per la resistenza alle odierne intemperie.

Venerdì 29 gennaio 2016

ORE 14.30 – 19.00
Apertura dei lavori – Saluti istituzionali

PRESENTAZIONE
Roberta Vigotti Presidente TRGA Trento

INTRODUZIONE AL TEMA
Giancarlo Coraggio Giudice costituzionale

PRIMA SESSIONE
Conoscenza del territorio e pianificazione

PRESIEDE E COORDINA
Giancarlo Coraggio

Momenti ed elementi conoscitivi per la redazione dei progetti di pianificazione da parte delle pubbliche amministrazioni
Carmine Volpe Presidente TAR Lazio 

Il governo del territorio fra sviluppo economico e tutela dell’ambiente: l’esperienza della  pianificazione in Trentino
Alessandro Franceschini Vice Presidente Ordine degli Architetti Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori Provincia di Trento

SECONDA SESSIONE
La partecipazione dei cittadini al governo del territorio

PRESIEDE E COORDINA
Armando Pozzi Presidente TAR Toscana

Le esperienze regionali
Anna Simonati Professoressa di Diritto amministrativo Università di Trento

Gli orientamenti giurisprudenziali sulla partecipazione dei privati al governo del territorio
Pierpaolo Grauso Consigliere TAR Toscana

L’esperienza trentina di partecipazione nell’elaborazione della nuova legge provinciale per il governo del territorio
Carlo Daldoss Assessore alla coesione territoriale, urbanistica, enti locali ed edilizia abitativa Provincia autonoma di Trento

Sabato 30 gennaio 2016
ORE 9.30 – 13.00

TERZA SESSIONE
Pianificazione e potere amministrativo

PRESIEDE E COORDINA
Chiara Cacciavillani Professoressa di Diritto amministrativo Università di Padova

L’esercizio dei poteri di scelta nel governo del territorio
Cristina Videtta Ricercatrice confermata di Diritto amministrativo Università di Torino

Le patologie penalistiche delle scelte di pianificazione
Alessio Scarcella Consigliere Corte di Cassazione

INTERVENTI PROGRAMMATI
Antonio Cassatella Ricercatore confermato di Diritto amministrativo Università di Trento
Alma Chiettini Consigliere TRGA Trento
Paola Lombardi Professoressa di Diritto amministrativo Università di Brescia

DIBATTITO
Relazione di sintesi

Giandomenico Falcon Professore di Diritto amministrativo Università di Trento

Chiusura dei lavori

 

TRENTO – Università degli Studi 
Facoltà di Giurisprudenza – Aula 1 | via Verdi, 53
29-30 GENNAIO 2016

 

 

NOVITA’ IN EDICOLA: ECONOMIA TRENTINA 3/2015

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Dossier: Una nuova legge urbanistica per il Trentino

in Economia Trentina nr. 3/2015 (organo ufficiale della Camera di Commercio I.A.A. di Trento)

La rivista contiene una parte monografica dedicata alla recente legge urbanistica approvata in Trentino nell’agosto 2015. Attraverso quattro brevi saggi, il numero della rivista ripercorre la storia dell’urbanistica in Trentino degli ultimi cinquant’anni, soffermandosi in particolare sulle novità legislative introdotte dai nuovi riferimenti di legge e sulle sfide disciplinari che attendono oggi la trasformazione del territorio.

Con contributi di

Carlo Daldoss, Alessandro Franceschini, Pietro Degiampietro, Alberto Winterle.

 

 

Le opere “incompiute” e quel (sospetto) virtuosismo

Incompiuto

C’è un dato che salta all’occhio nello scorrere la tabella riassuntiva delle opere «incompiute» presenti in Italia. Si tratta di un elenco realizzato dall’Associazione nazionale costruttori edili (Ance) e che comprende 692 manufatti edilizi non ancora conclusi, per un valore complessivo di 2,9 miliardi di euro: sono opere con il cantiere non ancora «chiuso», segnalate nell’anagrafe istituita presso il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti. Questa strana anagrafe è stata istituita ai sensi dell’art. 44-bis del decreto legge 6 dicembre 2011, n. 201 e del D.M. attuativo 13 marzo 2013, n. 42, e mira a fornire una ricognizione delle opere pubbliche che non risultano completate per una o più delle seguenti cause: mancanza di fondi; cause tecniche; sopravvenute nuove norme tecniche o disposizioni di legge; fallimento, liquidazione coatta e concordato preventivo dell’impresa appaltatrice; mancato interesse al completamento da parte della stazione appaltante e del soggetto aggiudicatore.

Si tratta, insomma, di opere pubbliche non ancora inaugurate e non fruibili dalla collettività e che si trovano in uno dei seguenti stati: i lavori sono stati interrotti oppure mancano le condizioni necessarie al loro riavvio, oppure sono stati conclusi ma non sono stati collaudati poiché l’opera non risponde a tutti i requisiti previsti nel capitolato e dal progetto esecutivo. A norma di legge, entro il 31 marzo di ogni anno, le stazioni appaltanti e i soggetti aggiudicatori devono individuare le opere incompiute di rispettiva competenza che, entro il 30 giugno, vengono pubblicate dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, dalle Regioni e dalle Province autonome nella corrispondente sezione dell’anagrafe, secondo una graduatoria che tiene conto dello stato di avanzamento raggiunto nella realizzazione dell’opera e di un possibile utilizzo dell’opera stessa anche con destinazioni d’uso alternative a quella inizialmente prevista.

I dati sono piuttosto interessanti, si diceva: in Lazio ci sono 82 opere pubbliche non ancora terminate (per cui si sono spesi 250 milioni di euro e ne servirebbero altri 78 milioni per completarle); in Sardegna ce ne sono 86 (spesi 176 milioni e necessari 22 milioni); in Sicilia 67 (114 milioni già spesi e 98 milioni ancora da investire). Dal lungo elenco, che in sintesi ci spiega che servirebbero circa 1,3 miliardi di euro per completare tutte le opere non si salvano nemmeno i nostri cugini di Bolzano: sono 14 le opere pubbliche incompiute presenti in Alto Adige, dove sono stati investiti 69 milioni e ne servirebbero ancora 28. La provincia di Trento è l’unica a salvarsi da questo sfacelo: nella tabella pubblicata sul sito del ministero, infatti, le opere “incompiute” nella nostra provincia sono pari a “zero”.

Eppure basta l’esperienza quotidiana di tutti noi per verificare come la situazione non sia così rosea come i dati ministeriali vorrebbero descrivere e che dentro ed attorno ai nostri centri abitati esiste più di un’opera non completamente terminata, in attesa del collaudo o dei fondi per completare questa o quella parte. Senza contare quelle opere pubbliche incompiute “di ritorno” che diventano tali dopo un breve utilizzo. Basti pensare ai casi più eclatanti, semplicemente focalizzandosi sul nostro capoluogo: l’Hotel Panorama di Sardagna, un’eccellenza ristrutturata pochi anni fa e già in fase avanzata di degrado architettonico; l’ex mensa del Parco Santa Chiara, vincitrice del premio d’architettura “Andrea Palladio” negli anni Ottanta ed ora lasciata in mano alle devastanti forze della natura. Per non parlare dei tanti edifici privati presenti dentro e fuori il centro storico e dei quali l’edificio «ex Euromix» all’imbocco di via Brennero rappresenta il caso più eclatante. Ma, tornando a piombo sulle proprietà pubbliche, c’è anche l’Ex Questura, collocata proprio di fronte ad uno dei gioielli architettonici più significativi della Alpi, il Castel del Buonconsiglio, che da una decina d’anni sta crollando letteralmente a pezzi. Ed ancora; Maso Tasin, in cima al Parco di Gocciadoro, l’ex sede della Cisl, in via Santa Croce, la vecchia succursale della polizia in via Perini…

Ecco che una mappa è stata fatta in quattro e quattr’otto, semplicemente evocando i casi più evidenti. Forse per rilanciare il comparto edilizio conviene partire proprio da qui: da quei piccoli angoli abbandonati presenti nei nostri tessuti urbani: delle presenza emblematiche che possono contribuire in maniera determinante ad innalzare la qualità di vita di chi abita le nostre città, i nostri sobborghi e i nostri paesi.

(pubblicato su “A” – gennaio-marzo 2015)

Aree produttive e progetto urbanistico

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C’è stato un tempo in cui parlare di industrializzazione significava parlare di progresso. Stiamo evocando il famoso «boom economico» durante il quale anche l’Italia ha vissuto un importante processo di industrializzazione, fanalino di coda di una Europa che voleva sbarazzarsi velocemente dalle macerie della Seconda guerra mondiale. Portare l’industria significava portare lavoro, e quindi denaro e quindi benessere. Non ci si interessava molto dei problemi correlati alla produzione industriale perché l’ambiente sembrava indistruttibile, lo sviluppo economico inarrestabile e le soluzioni fornite della tecnica infallibili.

Anche il Trentino ha vissuto una breve ma significativa fase di sviluppo industriale. Come è noto, l’impulso fu originato da quel grande momento di pianificazione urbanistica che è stata l’implementazione del primo Piano urbanistico provinciale, firmato nel 1967 da Giuseppe Samonà. L’urbanista siciliano – in sintonia con il “padre politico” del piano, Bruno Kessler – aveva pensato di collocare tanti poli di sviluppo produttivo nelle valli del Trentino, per portare in periferia i vantaggio dello sviluppo economico industriale e per fornire lavoro ai residenti, contrastando così la piaga della disoccupazione e dell’emigrazione.

A cinquant’anni da quei fenomeni, occorre prendere atto che quella fase storica è definitivamente finita e che i tempi sono radicalmente cambiati. Il nostro sistema produttivo ha perso competitività rispetto ai Paesi emergenti di tutto il globo, che stanno vivendo oggi il loro boom economico. L’ambiente ci ha già fatto sapere che non è pensabile inquinare senza pagare (o far pagare ad altri) le conseguenza delle proprie azioni. Per contro, lo sviluppo del terziario avanzato offre ai territori più marginali, come quelli montani, nuove possibilità per uno sviluppo non necessariamente legato all’attività produttiva industriale del manifatturiero.

Ma se l’economia riesce a riciclarsi rapidamente, lo stesso non si può dire del territorio. I segni di quella grande fase economica, oggi oramai terminata, sono dei muti testimoni che decorano le periferie delle nostre città e angoli imprevedibili dei nostri territori. Si tratta di «relitti» che ci ricordano un tempo vicino ma trascorso molto velocemente e che ci interrogano, come novelle rovine piranesiane, sulle modalità attraverso le quali ci rapportiamo al nostro intorno. Sono un passato ingombrante di cui non ci si può sbarazzare rapidamente ma con il quale occorre riconciliarsi lentamente per fare tesoro di quell’esperienza passata, imparando a fare meglio nel futuro.

(…)

Una delle urgenze del nostro tempo è quella di immaginare, assieme alla collocazione, eventuale, di nuovi impianti produttivi, anche il riutilizzo, il riciclo, la rigenerazione dei molti spazi produttivi abbandonati che caratterizzano le aree periferiche di quasi tutte le città italiane. Questo vale anche per il Trentino che oggi si trova ad affrontare una inedita fase economica, quasi esclusivamente basata sullo sviluppo del «terziario avanzato». In questo orizzonte è sempre più necessario pensare maniere nuove e radicali di gestione degli usi dei suoli, contemplando anche dei «ri-classamenti» delle ex aree produttive, facendole diventare, all’uopo, aree per servizi, aree residenziali, aree a destinazione mista.

In questo senso, per quanto riguarda il Trentino, uno ruolo cruciale potrà essere rivestito dalle Comunità di Valle, l’ente intermedio instituito dalla riforma istituzionale implementata nel 2006. Lo strumento urbanistico con il quale la legge ha dotato le Comunità di un reale potere sul governo del territorio, il Piano territoriale della Comunità, potrà essere il dispositivo-chiave per gestire con efficacia l’evoluzione delle aree produttive in contesti fragili, come quelli delle valli trentine. Si tratta di una sfida complessa, ma fondamentale per poter dare ai nostri territori una nuova e necessaria identità, finalmente emancipata da quella configurazione, oramai obsoleta e antistorica, che il boom economico ci ha lasciato in eredità.

Il tema della aree produttive non può quindi essere risolto in maniera manichea («pro» o «contro» i siti produttivi) ma che deve essere «governato» attraverso la pianificazione urbana e territoriale. In fondo l’urbanistica moderna è nata proprio per risolvere i malanni prodotti dalla città industriale Ottocentesca. Oggi dobbiamo risolvere problemi forse meno gravi ma è opportuno adottare la stessa metodologia: ovvero predisporre strumenti efficaci per governare il territorio e con esso la qualità della vita in uno spazio  antropico nuovamente in trasformazione.

 (Pubblicato su Sentieri Urbani nr. 14 – agosto 2014. Fotografia di Luca Chistè)